L’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il G8 di Genova

Vent’anni dopo il Paese soffre ancora delle lacerazioni e dei fallimenti legati alla manifestazioni del 2001. Dalla frattura tra movimento no-global e sinistra al ruolo di polizia e media

Carica al G8 di Genova (foto: Ares Ferrara via Wikimedia Commons)Carica al G8 di Genova (foto: Ares Ferrara via Wikimedia Commons)

Gli anniversari non sono graditi a tutti, figuriamoci quelli che celebrano lutti e fallimenti. Eppure, vent’anni dopo, la domanda è inevitabile: cosa è rimasto del G8 di Genova? Quello che è successo nel luglio del 2001 – la morte di un ragazzo durante gli scontri di piazza, i pestaggi della polizia su giovani inermi nelle strade e dentro la scuola Diaz, le torture subite dai manifestanti nella caserma di Bolzaneto – è una vicenda consegnata alla storia.

Al governo c’è Silvio Berlusconi. Arrivato da pochi mesi, dai precedenti governi di centrosinistra ha ereditato la scelta di tenere a Genova la riunione dei capi di governo degli otto Paesi più industrializzati della Terra. Per la sinistra di movimento italiana e internazionale il G8 di Genova è l’occasione di inchiodare i governi alle loro responsabilità: si pensa a grandi manifestazioni di piazza, ma anche tavoli di confronto dove si analizzano piattaforme alternative a quelle dei governi, happening di giovani da tutta Europa per chiedere una globalizzazione rispettosa dei diritti umani e sostenibile.

In quel luglio, però, tutto va storto. I mesi precedenti vedono una crescita continua delle tensioni. Le intelligence sfornano rapporti allarmati, i giornali li rilanciano con toni ancora più estremi. La città è letteralmente blindata, grate chiudono l’ingresso nel centro storico, muri di container la dividono. La tragedia si materializza il 20 luglio. Mentre pochi gruppi di manifestanti violenti, i black bloc, vandalizzano alcuni punti della città, la polizia perde la testa: battaglioni si disperdono per le strade della città, altri si accaniscono contro dimostranti pacifici e inermi fino a quando, in Piazza Alimonda, dove due mezzi dei carabinieri vengono accerchiati dai manifestanti, dalla pistola del carabiniere Mario Placanica (successivamente prosciolto dalle accuse) partono due colpi di pistola. Uno raggiunge Carlo Giuliani, giovane dimostrante originario di Roma, uccidendolo.

Cosa è rimasto del G8

Più scomodo è chiedersi quanto l’Italia di oggi sia figlia di quei giorni. Ed è scomodo perché equivale ad ammettere un fallimento generalizzato che ha pesato sull’avvitamento del Paese su se stesso. In quei giorni falliscono i media, incapaci di distribuire torti e ragioni confondendo l’equidistanza con l’obiettività.

Fallisce la sinistra, che aveva avuto in dono dal movimento no-global tutte le parole d’ordine per affrontare la crisi del modello capitalista e le ha buttate al vento consegnandole infine alla destra anti-mondialista.

Falliscono le forze dell’ordine, che non sono state capaci di garantire la sicurezza dei cittadini nel rispetto dei loro diritti. L’uccisione di Carlo Giuliani non è l’unica tragedia di quei giorni. Il giorno dopo, il 21 luglio, nella notte i reparti mobili della Polizia, guidati da Vincenzo Canterini, fanno irruzione nella scuola Diaz, dove dormono alcuni attivisti, seminando botte e spargendo sangue. L’accusa è che nella scuola ci siano armi e persone violente e pericolose. Ma non è vero niente e in seguito, per giustificarsi, uomini delle forze dell’ordine produrranno persino prove false. E non è finita ancora. A Bolzaneto, in una caserma, iniziano a essere portati manifestanti che vengono privati dei loro diritti – non possono chiamare un avvocato, o i loro famigliari – e vengono pestati, umiliati, torturati.

Un bilancio di quel 2001

In anticipo di qualche mese sull’anniversario di luglio, Giovanni Mari, un giornalista genovese che allora era in piazza per Il Secolo XIX, quotidiano per cui lavora tutt’ora, ha raccontato tutti questi fallimenti in Genova, vent’anni dopo (People). Il ricordo dettagliato e puntiglioso che fa è doloroso per chi di quei giorni ha memoria e sarà sorprendente per chi invece è più giovane.

Doloroso e sorprendente ricordare, per esempio, che chi allora manifestava contro la riunione dei capi di governo degli otto Paesi più influenti del pianeta (già, c’era anche l’Italia) sotto le insegne del Genoa Social Forum aveva azzeccato tutti i temi che oggi sono centrali nel dibattito pubblico: lo strapotere delle multinazionali, la necessità di una fiscalità più equa con la cancellazione dei paradisi fiscali, la tutela dell’ambiente, la lotta alle diseguaglianze di reddito e di genere, la necessità di difendere la democrazia dalle pulsioni illiberali erano tutti temi che animavano una coalizione sociale che guardava naturalmente a sinistra, ma che si è persa per strada. In parte silenziata con i manganelli, in parte auto-annichilita nell’incapacità di adottare linguaggi e proposte che non fossero quelle dell’antagonismo velleitario, della testimonianza fine a se stessa.

Ancor più doloroso ricordare che l’allora segretario del più grande partito della sinistra, i Ds, Piero Fassino, ha infine ritirato la partecipazione del partito alla grande manifestazione di piazza del 21 luglio, sancendo un divorzio tra sinistra di piazza e istituzionale che non si è mai ricomposto.

Il ruolo dell’informazione

Ma Mari ricorda altri fallimenti forse ancora più gravi e che dovrebbero far riflettere chi oggi, per esempio, attribuisce il dilagare della disinformazione all’influenza dei social network. Allora non c’erano, eppure è palese il ruolo nefasto di stampa e tv che, in quei giorni, “non fanno altro che esacerbare gli animi, credendo alle storie sul sangue infetto sparato dai manifestanti sui poliziotti e ingigantendo i toni guerreschi degli sprovveduti noglobal. Poi trattando la repressione come un’opinione discettabile […]. In preda al complesso di non essere di parte (ma la verità è di parte?), il giornalismo cerca ossessivamente contraltari. E non stana, non denuncia fino in fondo le menzogne che gli interlocutori calano senza pudore sul tavolo. Temendo di apparire di parte raccontando il fallimento del sistema di sicurezza italiano, i giornali danno fiato a chi lo difende senza nessun argomento”.

È così difficile vedere in questa ossessione per l’equidistanza il pilatesco atteggiamento di buona parte del sistema mediatico italiano che avvelena ancora oggi il dibattito pubblico?

Ma è la questione della gestione dell’ordine pubblico l’aspetto più doloroso e gravido di conseguenze: la sistematica incapacità di individuare e fermare i responsabili dei disordini, i black bloc; le cariche sui manifestanti inermi, la retata alla scuola Diaz fatte per fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica, le torture alla caserma di Bolzaneto sono una verità storica a cui non è mai corrisposto un reale esame di coscienza da parte dello Stato. Se un blitz in un dormitorio più essere un devastante errore, “lo Stato sprofonda nella vergogna più cupa se poi questo blitz cerca di motivarlo con una pesantissima serie di menzogne”, scrive l’autore.

Il fatto che l’allora capo della polizia, Gianni De Gennaro, abbia avuto una sfolgorante carriera dopo il 2001 può essere derubricato forse ad aneddoto. Ma una domanda frulla in testa, e solo in parte esula il tema del libro: se l’Italia avesse avviato allora una scrupolosa ricognizione sui guasti del suo sistema di controllo delle forze dell’ordine, sulle sue mancanze e omertà, avremmo avuto negli anni a venire il caso Cucchi? E il caso Aldrovandi?

Fonte : Wired