Perché le primarie nei municipi spaventano così tanto il centrosinistra

Che il PD fosse il partito principale della coalizione di centrosinistra era cosa nota a tutti.  Che solitamente il partito principale della coalizione esprima il candidato più forte è cosa altrettanto ovvia. Che il candidato più in vista di solito vinca le primarie è cosa assai probabile, ma non scontata. Sorprende quindi che da parte dei partiti più piccoli della coalizione e dalle correnti più defilate, dopo un anno passato a chiedere le primarie, oggi si sollevino perplessità sull’utilità delle stesse.

Un anno passato ad annunciare la propria candidatura, a dire “ricostruiamo Roma”, “rilanciamo Roma”, “riprendiamoci Roma” e ora ad ammettere, tra le righe, che quest’anno non è servito a costruire un progetto in grado di sovvertire i pronostici, a dare sostanza ad un candidato credibile in grado ripercorrere le orme di personaggi come Giuliano Pisapia a Milano o Nichi Vendola in Puglia.

Abbiamo scherzato, verrebbe da dire e le primarie non servono più, tanto il candidato c’è ed è Gualtieri. Il ragionamento, apparentemente assurdo, è tutto amaramente vero e dietro a questa che non fatichiamo a definire farsa c’è la voglia di non farsi del male, di sedersi al tavolo, volersi bene e mettersi d’accordo. 

Per fare cosa? Per i municipi, dove le primarie spaventano tutti e dove nessuno sa quel che potrebbe venir fuori. E se per la contesa capitolina nessuno ha nulla da perdere e tanta visibilità da guadagnare, sui territori ci sono fette di potere politico da salvaguardare. Per questo negli ultimi giorni sono circolate voci di una cancellazione delle consultazioni primarie. Voci che, secondo quanto si apprende, qualcuno trasformerà in richiesta al tavolo di coalizione per la ratifica del regolamento. Sì alle primarie per la scelta del sindaco, no a quella per le presidenze per mettersi d’accordo sui vari nomi, soddisfando le aspirazioni di tutti. 

Non ci sta ovviamente la segreteria PD per la quale le consulazioni sono indispensabili anche e soprattutto sui territori. A sentire le correnti più grandi il concetto viene ribadito, ma l’ipotesi accordo – questa è la percezione – non dispiace. E più la corrente diventa piccola, più è forte il desiderio di sedersi ad un tavolo e di “dividersi” Roma. Tanta è infatti la paura, per le singole correnti e per pezzi della sinistra, di restar a bocca asciutta. 

Dove si innesta questa paura? Nell’incognita dei risultati che potrebbero venire fuori. Il partito romano è fermo all’era Renzi, ad un segretario, Andrea Casu, punto d’equilibrio tra le varie anime del partito. Il suo nome fa comodo a tutti: agli zingarettiani che comandavano e dovrebbero continuare ad essere maggioranza a Roma. Ad areadem che Casu l’ha sostenuto ed anche alla corrente che fa capo a Claudio Mancini, deputato che insieme a Matteo Orfini guidava i giovani turchi romani. Dall’elezione di Casu (2017) però è successo di tutto: sono cambiati due segretari nazionali, alcune correnti si sono spaccate (i turchi), altre sono risorte (i bettiniani), altre sono nate in seguito alla scissione di Italia Viva. Parliamo di base riformista, gli ex renziani rimasti nel PD il cui peso è oggi sconosciuto. 

Per garantire rappresentanza a tutti, in caso di primarie sono necessari accordi con geometrie variabili. L’alternativa? La “guerra” politica che inevitabilmente lascerà sul campo malumori e potrebbe finire con l’indebolire anche la candidatura di Roberto Gualtieri. Ecco perché il partito del “sediamoci e vogliamoci bene” potrebbe alla fine spuntarla, rimandando ancora una volta la conta all’interno del Partito democratico romano. 
 

Fonte : Roma Today