Se anche l’informazione ha la mascherina

Poco spazio a quello che succede in Israele-Gaza, attenzione distratta su sbarchi e migranti. Da più di un anno il Covid declassa ogni altro fatto a notizia di serie b

Ogni tanto ci prova Matteo Salvini a parlare di sbarchi, allarme invasione e porti da chiudere, ma il dossier sui migranti in Italia non attecchisce più come un tempo. Lo stesso succede con un po’ tutti quegli altri argomenti che hanno caratterizzato la nostra informazione negli ultimi anni, dal terrorismo alle guerre, passando, per stare nel generico, dal tema dei diritti. Da più di anno a questa parte c’è però solo un tema che tiene banco nel dibattito nazionale, ovvero la pandemia da Covid-19.

(foto: Adobe Stock)

Che l’informazione e il dibattito pubblico funzionino a trending topic non lo scopriamo ora. Ogni tanto si afferma un argomento X che cannibalizza tutto e sembra che quello e soltanto quello sia ciò di cui si deve parlare, troppo importante perché gli venga tolto spazio dal resto. Che questo argomento oggi sia la pandemia è naturale, se si pensa che in 14 mesi solo l’Italia ha contato oltre 120mila decessi, più di quattro milioni di contagi ufficiali e un danno economico, sociale e psicologico per la popolazione difficilmente quantificabile. I lockdown, i coprifuoco, la chiusura delle attività, gli impedimenti alla circolazione che si protraggono da mesi appartengono a tutto tranne che alla normalità, difficile parlare di altro in questa situazione. I giornali, le radio, le tv, le istituzioni si sono allora adeguati, in un concentrato di bollettini, reportage, ospitate di virologi (divenuti ormai delle vere star) che hanno rosicchiato sempre più lo spazio dedicato al resto. Questo bombardamento quotidiano ha la sua logica, è la normale reazione a una situazione di emergenza, ma ha creato un effetto domino su tutti noi in termini di panificazione e desensibilizzazione.

L’onnipresenza della pandemia ci ha assorbiti completamente, rendendo difficile avere dei break tematici dal momento che ovunque ci giriamo ormai troviamo elementi, conversazioni, dibattiti che ci portano a essa. Se in principio c’era il bisogno di spiegare cosa stesse succedendo, o quanto meno di provarci, ora forse siamo entrati a pieno diritto nel campo dell’accanimento terapeutico, nel senso che 400 giorni e più a subire costantemente numeri, teorie e proiezioni su ciò che ci aspetta non sono un buon assist a un benessere psicologico della collettività che è sempre stato considerato secondario fino a oggi ma che probabilmente sarà l’asset su cui più si dovrà investire negli anni a venire.

Questo non significa che di Covid-19 non si debba parlare, o che il Covid-19 non sia la tragedia più grave di cui forse si abbia memoria. Semplicemente, che continuare ad alimentare quotidianamente l’ansia sociale parlando di questo e soltanto di questo non è una win strategy per nessuno, se non forse per lo share, per il clickbait e per la propaganda politica a base di “riaprire tutto” e petizioni sul coprifuoco con cui alleviare la gente dicendole quello che vuole sentirsi dire.

Questo ha però messo anche in moto un processo di desensibilizzazione della società civile su tutto ciò che non sia Covid-19, che ha i suoi pro e i suoi contro. Certo, da una parte ci siamo (quasi) liberati dei deliri quotidiani dei sovranisti di casa nostra sulle Ong “taxi del mare”, le allusioni sui migranti che arrivano a Lampedusa in sneakers nuove, smartphone in mano e smalto sulle unghie e che quindi non scappano da alcuna guerra, come se i conflitti fossero connessi a una natura lombrosiana. Allo stesso tempo però ha perso ancora più spazio e quindi valore quell’altra strage parallela al Covid-19 che avviene da anni senza sosta nel Mediterraneo – solo da gennaio hanno perso la vita 500 persone a causa dei naufragi. Se ne parlava poco prima, se ne parla ancora meno ora, come si parla poco di tante altre tragedie che continuano a consumarsi in Italia e nel mondo ma che hanno perso posizioni nell’ordine delle priorità: il pubblico vuole altro.

Prendiamo quello che sta succedendo in Medio Oriente, dove decine di bambini stanno morendo a Gaza sotto i bombardamenti di Israele, a sua volta colpito dai razzi di Hamas. Per qualche giorno si sta riuscendo a parlarne del popolo palestinese è tornato per un attimo un tema da coprire, ma si tratta solo di un apostrofo tra le parole Covid e 19, per fare una citazione. Il dramma che c’era ieri e che continuerà a esserci domani sarà raccontato solo oggi, il trending topic del giorno è quello, così come negli scorsi mesi è successo con tanti altri temi che per qualche ora e sulla spinta di un qualche caso di cronaca hanno riacquistato visibilità, ma che poi si sono nuovamente persi nel labirinto delle priorità.

C’è stato il momento del razzismo sistemico negli Usa ma anche in Italia, quello delle aggressioni omofobe, quello della violenza sulle donne, quello dei cambiamenti climatici, l’altro sulle violazioni dei diritti umani nel Myanmar di turno, una lista infinita di temi fondamentali di cui si è parlato ma poi cannibalizzati in un batter di ciglio dall’unica cosa di cui si può parlare oggi perché trending topic fissato in alto, la pandemia.

Dopo un anno difficile per tutti, sarebbe importante tornare a dare uno spazio costante e approfondito anche a tutto il resto, offrendo un’informazione eterogenea, multitematica, senza che questo significhi sminuire, ignorare, censurare l’emergenza sanitaria che ancora ci tiene in ginocchio. Trattasi di una boccata di ossigeno che poi tanto boccata non è, visto che il mondo sì si è fermato, ma non nelle tragedie “altre” che lo caratterizzano e di cui proprio per questo dovremmo tornare a occuparci, in parallelo alla pandemia.

Fonte : Wired