Minari, la recensione del film con Steven Yeun candidato agli Oscar 2021

Minari non è altro che il prezzemolo giapponese. Un pianta magnifica per la sua resilienza e la sua utilità, capace di crescere forte e veloce se seminata nel punto giusto. Ovviamente è una metafora dichiarata all’interno dell’omonimo dramma familiare scritto e diretto da Lee Isaac Chung, vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2020 e del Golden Globe 2021 come miglior film straniero. Trattasi della cosiddetta “quota indipendente” della stagione dei premi, di un film prezioso e minore capace di incantare pubblico e critica per l’umana magia della sua narrazione, nel caso specifico centrata per altro su protagonisti di origini asiatiche e sul sogno americano.

La storia di Minari segue infatti la vicenda della famiglia Yi, quando Jacob (Steven Yeun) decide di trasferirsi dalla soleggiata California fino all’Arkansas rurale con moglie e figli per cercare fortuna come coltivatore di campi, comprando ettari di terreno a suo avviso “ottimi per le piantagioni”. I dubbi di Monica (Ha Ye-ri) sono molti, soprattutto legati al soffio al cuore del piccolo David (Alan Kim) e alla testardaggine del marito, con cui già all’inizio del film è in rotta di collisione per le decisioni avventate prese e le promesse non mantenute. Le cose continueranno a complicarsi successivamente con l’arrivo della nonna materna e con il sogno di Jacob che diventa sempre più un’ossessione per il successo, tra difficoltà coniugali e problemi agricoli.

La forza di maturare

Il paradosso più evidente di Minari è il suo vivere a cavallo tra due modi di intendere il cinema: quello orientale e quello occidentale. Nei due spettri formali della settima arte, il dramma è spesso concepito diversamente da un polo all’altro dell’approccio cinematografico, con quello orientaleggiante più votato all’esasperazione della drammaticità e alla forsennata ricerca dell’immagine perfetta. Da parte occidentale, in particolare americana e indipendente (grazie allo zampino di A24 e Plan B), l’idea è invece di scavare a fondo nelle emozioni dei protagonisti e strutturare un dramma classico con qualcosa di importante ed essenziale da dire, un messaggio o una storia che arrivi forte e decisa al pubblico, catturandolo.
Al suo titolo finora più importante e premiato, Lee Isaac Chung riesce a coniugare con forza registica e sentimentale gli apici di questi mondi, scrivendo una storia di confronto e di crescita personale quasi interamente recitata in coreano dove l’impronta drammatica sa raggiungere le vette iperboliche ed emozionanti del cinema orientale ma toccare anche autoriali e significativi alti occidentali.

Data la sua natura mediana, comunque, non riesce a imitare perfettamente il taglio di preziosi colleghi come Un affare di famiglia di Hirokazu Kore’eda o del magnifico Burning di Lee Chang-dong, gestendo i tempi dilatati della narrazione con piglio più statunitense, più simile a Loving di Jeff Nichols, con un’ambientazione agreste e la volontà di soffermarsi a lungo sull’articolata relazione di coppia tra Jacob e Monica, anche se in verità il piccolo-grande protagonista della vicenda è David.

Nonostante la sentita e appagante interpretazione di Steven Yeun, che si conferma attore capace, introspettivo e magnetico, centro focale del racconto è proprio il figlio di Jacob, nient’altro che il “minari” della storia, una piantina resiliente e complessa capace di crescere sana e forte tra mille difficoltà, fisiche o emotive che siano, tra segnali e consigli anche abbastanza contraddittori.

L’amore per l’immagine di Chung è comunque di natura poetica e ugualmente indulgente: alla continua ricerca del bello anche dove non ce n’è, coadiuvato da una fotografia non particolarmente articolata ma attenta a ricercare l’inquadratura, la luce o l’espressione più giusta per agevolare e aiutare la linea drammatica e artistica del racconto, corroborando l’anima autoriale del lungometraggio.

Al netto del significativo peso emozionale di Minari, comunque, il film sembra non riuscire mai a raggiungere la sua piena forma emozionale, incapace sostanzialmente di commuovere anche se vorrebbe, di suscitare sensazioni e reazioni forti nel pubblico. È un titolo consapevole del bello che è in grado di veicolare – specie in termini di rapporti umani e familiari – ma anche dei suoi stessi limiti, che non tenta mai di superare con virtuosismi registici o contenutistici, anzi, cerca di rispettare con piena coscienza della propria intenzionalità tematica e cinematografica. Anche lui, il minari del 2021: una pianta non particolarmente lussuosa ma comunque rinomata e virtuosa che ha trovato il giusto posto nel cuore della critica e dell’audience per crescere e maturare.

Fonte : Everyeye