Le grandi opere di cui la scuola e l’Italia hanno bisogno

Alla fine le scuole superiori non riaprono al cento per cento come promesso e dobbiamo tutti chiederci il perché di questa ennesima sconfitta che sono costretti a subire le studenti e gli studenti a quattordici mesi dall’inizio della pandemia. Viaggiare nelle città o verso le città di prima mattina in modo dignitoso, non ammassati gli uni sugli altri, non è questione di lotta al virus ma di civiltà. È il segno concreto che indica quanto le istituzioni tengano al benessere di tutti i cittadini, e in particolare dei più poveri, perché il problema non riguarda solo gli studenti, ma milioni di pendolari che ogni giorno devono compiere tragitti a volte lunghi per andare a lavoro. Non si capisce perché lo debbano fare in treni spesso fatiscenti, roventi d’estate e ghiacciati d’inverno, con porte e finestrini rotti e bagni fuori uso. In città, in certi orari, autobus e metropolitane sono pieni all’inverosimile.

Nelle scuole medie e superiori gli allievi sono spesso troppo numerosi e molte aule non sono sufficientemente spaziose non solo per evitare i contagi, ma anche per fare della quotidianità scolastica un tempo di esperienza e di ricerca. Molte volte non ci sono, oltre le classi, luoghi curati e disponibili per lavori di gruppo, laboratori, palestre in cui muoversi, spazi aperti da frequentare.

Basta guardare la realtà che ci circonda e scopriamo che il covid-19 sta rendendo evidente e non più tollerabile ciò che già rendeva pesante il vivere quotidiano di tante e tanti nella scuola e nella città. E allora credo si debba ribadire con convinzione che il modo più intelligente per contrastare la pandemia sta nell’affrontare di petto questioni che ci trasciniamo da decenni, a cui finora non abbiamo saputo porre alcun rimedio.

Trasformazioni radicali
I presidenti delle regioni hanno spinto il governo a rinunciare all’apertura totale delle scuole superiori, prevista per il 26 aprile, perché non sembrano esserci le condizioni per poterlo fare in sicurezza. Il problema è che in più di un anno nessuno è riuscito a mettere mano a due questioni cruciali: la quantità e qualità dei trasporti, e l’ampiezza degli spazi dell’educare.

L’attuale governo ha come ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili Enrico Giovannini, che nel 2016 ha fondato l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis) attraverso cui centinaia di associazioni attive nei territori hanno elaborato una grande quantità di proposte concrete, realizzabili. A occuparsi di scuola invece c’è Patrizio Bianchi, che al tempo del terremoto del 2012 in Emilia-Romagna era assessore regionale e riuscì a consentire di continuare a fare scuola rapidamente anche dove gli istituti erano crollati, con la collaborazione di tutte le istituzioni locali e l’impegno di diverse forze in campo.

L’Italia non ha ovunque la capacità reattiva dell’Emilia-Romagna ed è molto più facile scrivere documenti che portare a termine investimenti efficaci. Eppure, anche se in tempi brevi è complesso avviare le trasformazioni radicali di cui c’è bisogno, ci troviamo in circostanze eccezionali e ci sono le disponibilità economiche per cominciare ad affrontare le questioni che costringono la metà degli studenti a restare ancora a casa.

Proprio in questi giorni il governo sta mettendo a punto – senza la partecipazione pubblica richiesta dallUnione europa – il piano nazionale di ripresa e resilienza da presentare nell’ambito del programma Next generation EU. Dovremmo tutti chiedere a gran voce e controllare cosa si sta progettando perché davvero questo “debito buono” che ricadrà sui nostri figli e nipoti migliori la vita di chi è più colpito dalla crisi.

E allora, prima di scavare tunnel e costruire cavalcavia, credo che sarebbe fondamentale mettere in cantiere alcune “grandi opere” urgenti e necessarie, più difficili da realizzare perché composte da migliaia di piccole opere puntuali, locali, per la realizzazione delle quali non basta nominare un commissario. Vale per l’incremento e la ristrutturazione dei trasporti urbani ed extraurbani e per l’edilizia scolastica.

Mi piacerebbe abitare in un paese che vanta non solo e non tanto la moltiplicazione di linee di treni ad alta velocità, ma trasporti degni, efficienti e di qualità per i pendolari. Mi piacerebbe che le scuole sempre di più possano trasformarsi nei luoghi più belli e curati delle nostre città, cominciando a investire da subito negli edifici e negli spazi che li circondano nei quartieri più isolati e degradati.

Il nuovo codice della strada entrato in vigore nel 2020 ha istituito le “zone scolastiche”, cioè “zone urbane in cui è garantita una particolare protezione dei pedoni e dell’ambiente”. Il problema è che queste zone scolastiche devono essere istituite e regolate da ordinanze dei sindaci e la maggioranza degli amministratori locali non ha neppure cominciato a prendere in considerazione la nuova norma. E invece circondare le scuole di isole pedonali dove ragazze e ragazzi possano appropriarsi degli spazi della città potrebbe portarci a sperimentare l’idea che imparare all’aperto è una buona cosa non solo per evitare il contagio, ma per favorire l’attenzione e l’immaginazione, per abbattere concretamente e simbolicamente i tanti muri in cui si trova chiusa la scuola.

Il problema è che tutto ciò non si realizzerà se non attraverso spinte convergenti che devono venire dal basso e dall’alto, a partire da una rivendicazione più che mai necessaria: perché non cominciamo il nuovo anno scolastico stabilendo che nelle prime di elementari, medie e superiori il numero massimo di alunni per classe non possa superare il numero di venti?

Fonte : Internazionale