Non Mi Uccidere, recensione del film con Alice Pagani: il nostro Twilight?

I figli della notte, Baby e ora il thriller/fantasy Non Mi Uccidere. Dopo la prigione dorata tra le Alpi e lo scandalo delle baby-squillo romane, il percorso sull’adolescenza di Andrea De Sica, al suo secondo lungometraggio, prosegue con un thriller soprannaturale che cavalca (con un po’ di ritardo) la moda del fantasy romantico à la Twilight mescolando il genere a un impianto estetico dark che attinge a piene mani dalla sottocultura emo degli anni 2000. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Chiara Palazzolo, Non Mi Uccidere punta su due volti noti della serialità italiana rivolta ai giovani, Alice Pagani (già diretta dal regista nella serie Netflix Baby) e Rocco Fasano (il Niccolò Fares di Skam Italia), in una metafora sulla crescita e la scoperta di se stessi.

Coming of age oltre la morte

Ambientata nella cornice verdeggiante del Trentino Alto-Adige, la pellicola si apre con una spericolata corsa in auto: Robin guida a occhi chiusi con il solo ausilio della voce spaventata di Mirta, che già nei primi secondi del film dimostra un attaccamento alla vita di tutt’altra entità rispetto al ragazzo. Tuttavia, come nelle classiche storie d’amore “sbagliate”, Mirta si lascia trascinare dal desiderio di trasgressione di lui, che costa la vita a entrambi. Qualche giorno dopo il funerale Mirta si risveglia e scopre di essere diventata una Sopramorta, ovvero una creatura divorata dalla fame che ha bisogno di cibarsi di esseri umani vivi per sopravvivere, altrimenti il suo corpo inizia a decomporsi.
Privata del suo Robin, che le aveva promesso amore eterno prima del gesto estremo, la ragazza deve fare i conti con la sua nuova condizione e si ritrova braccata da un gruppo di uomini misteriosi e armati che le stanno dando la caccia.
Escludendo la surreale scena iniziale, che fa storcere subito al naso per via di una certa superficialità nell’introdurre una storia adolescenziale con un linguaggio nel quale un giovane difficilmente potrebbe riconoscersi, la prima parte è quella in cui Non Mi Uccidere dà il suo meglio.

Il racconto frammentato grazie al quale assistiamo al passato dei due e ai primi passi dell’ignara protagonista nel suo “nuovo” mondo lasciano presagire una storia quantomeno ispirata e interessante – Mirta che vaga nel buio dei boschi vestita di bianco è l’immagine più riuscita del film – ma è andando avanti con la trama che cominciano i veri problemi.
Quando l’intreccio del film inizia a delinearsi tra spiegoni sulla natura dei Sopramorti e lo scontro tra questi ultimi e i Benandanti (il gruppo di antagonisti), infatti, la trama si rivela sempre più inconsistente fino ad arrivare a un finale che anticipa l’arrivo di un sequel (o più di uno, visto che il romanzo originale fa parte di una trilogia) senza però porre le giuste basi per una storia di più ampio respiro, cosa che invece ha rappresentato uno dei punti di forza della principale operazione di riferimento, vale a dire Twilight.

Il paragone con Twilight tuttavia si limita solamente ad alcuni elementi di contorno (in primis l’evidente richiamo visivo all’Edward Cullen di Robert Pattinson), con Non Mi Uccidere che decide di mettere da parte il fantasy puro per lasciare invece spazio all’horror, per brevissimi tratti anche splatter, e trattare attraverso il genere tematiche quali il passaggio all’età adulta e l’affermazione della donna in un mondo di maschi prevaricatori.

In questo senso il film sembra rifarsi più che altro a Lasciami entrare, magistrale horror svedese di Tomas Alfredson (riproposto con buoni risultati al pubblico americano anche da Matt Reeves con il remake Blood Story) che però aveva ambizioni ben superiori sia sul piano tematico, sia per quanto riguarda l’impianto visivo, che invece risulta uno dei maggiori punti deboli dell’opera di De Sica.

Fonte : Everyeye