Oscar 2021, intervista al candidato italiano Massimo Cantini Parrini: “La ricerca per i costumi di Pinocchio parte dalle illustrazioni di Enrico Mazzanti”

Ha firmato gli abiti del film di Matteo Garrone, con il quale ha una collaborazione di lungo corso. In lizza per la statuetta più ambita, a Wired dice: “Mi documento sempre tantissimo dopo aver letto la sceneggiatura. In quanto storico del costume la parte che mi piace di più è imparare”

Il 25 aprile andranno in scena gli Oscar 2021 e in gara per l’Italia ci sarà il costumista Massimo Cantini Parrini: è candidato nella categoria Best costume design per il suo lavoro nel film Pinocchio di Matteo Garrone, uscito nel 2019. I suoi colleghi di set del reparto trucco Dalia Colli, Mark Coulier e Francesco Pegoretti gareggiano per la statuetta Best make-up. A chiudere la rappresentanza nostrana, la cantante Laura Pausini per la Migliore canzone originale (Io sì/Seen del film La vita davanti a sé). In vista della serata, a cui parteciperà in collegamento da una location in Italia, Cantini Parrini ha raccontato a Wired la reazione alla nomination e ha descritto il suo lavoro di ricerca e creazione.

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Come è arrivata la notizia della candidatura?

“Non ricordavo che quello fosse il giorno delle nomination. Ero a pranzo e il telefonino ha iniziato a impazzire. Sono arrivati tantissimi messaggi a raffica nel giro di un minuto, decine e decine. Mai e poi mai l’avrei immaginato”.

Andrà a Los Angeles?

“No, seguirò la notte degli Oscar da qualche parte in Italia, credo da degli studi a Milano. I candidati europei superano quelli americani quest’anno e quindi, per non fare torto a nessuno, non ci saranno i primi a Los Angeles causa Covid. Laura Pausini, però, sarà in presenza perché deve cantare”.

Parlando di Pinocchio, che tipo di lavoro ha fatto per la ricerca dei costumi?

“Mi documento sempre tantissimo dopo aver letto la sceneggiatura. In quanto storico del costume la parte che mi piace di più è imparare, apprendere. Mi si è aperto un mondo vedendo le immagini che Collodi mise nel libro, fatte prima da Enrico Mazzanti e poi da Carlo Chiostri: un verismo e una realtà che Matteo Garrone cerca sempre nei suoi film. Ho approfondito la cultura macchiaiola: il periodo di povertà in Toscana nella seconda metà dell’800 [La prima edizione di Pinocchio uscì nel 1881, ndr]. E in questo gli scatti hanno aiutato tantissimo, soprattutto quelli di fotografi minori di campagna”.

Il film ha ambientazioni cupe in certe parti.

“Sì, lo scuro c’è solo in alcuni momenti. Matteo voleva che fosse un film per giovanissimi e quindi non ha calcato molto la mano sul noir. All’interno degli ambienti è così, ma la luce solare toscana si percepisce spesso nelle riprese all’aperto”.

Come è stata la collaborazione con il reparto trucco, anche lui candidato agli Oscar?

“In Italia questi reparti sono coordinati dal costumista, ma lì c’erano molti oggetti prostetici realizzati da Mark Coulier a Londra. Io ho fatto vari viaggi per scoprirli perché dovevo prendere le misure per poi fare gli abiti La collaborazione è sempre tanta, ma in questo caso ancora di più”.

E con Matteo Garrone e il protagonista Roberto Benigni?

“Con Matteo il lavoro è stato fatto a monte, mentre con gli attori durante la prova costume ascolto molto che cosa hanno da dirmi. Siamo sempre vicini ai pensieri del regista e degli interpreti. L’idea parte da me e non ho trovato barriere, mi sono sentito davvero libero ed è stato molto bello, anche perché Matteo ha una visione da artista, dato che viene dalla pittura”.

La sua formazione inizia in famiglia e prosegue con i maestri del settore.

“Mia nonna era una sarta e mi ha insegnato parecchio. Poi mi sono formato con Piero Tosi e ho fatto l’assistente per 10 anni a Gabriella Pescucci, premio Oscar per L’età dell’innocenza nel 1993. Gli Oscar sono come un Olimpo, ma penso che un premio così importante non sia mai un punto di arrivo bensì una partenza. L’attenzione che c’è sulla tua persona cresce così come le aspettative, quindi questi riconoscimenti per me sono una responsabilità”.

La tecnologia è usata nel suo lavoro?

“A dire il vero non molto. La tecnologia aiuta in tanti settori del cinema ma nel mio poco. Viene ancora fatto tutto a mano, abbiamo bisogno delle sarte, dell’artigianalità. Nella costruzione, elaborazione e studio dell’abbigliamento è rimasto tutto abbastanza identico. La tecnologia influisce sulla tempistica, anche se parecchi pensano che io prema un pulsante ed esca il vestito, però non è così”.

Che cosa ne pensa del rapporto fra moda e social e del fenomeno dei fashion blogger?

“Lo vivo in modo distaccato. I social mi servono come fonte d’ispirazione, così come la moda guarda al costume, ovvero al passato, per ispirarsi. Per i fashion blogger è tutto passeggero, veloce, in sei mesi cambiano tante cose. Il fashion oggi è più uno spettacolo, ma lo osservo sempre per avere uno sguardo sul contemporaneo”.

Binomio adolescenti–moda.

“Credo che adesso i giovanissimi siano più interessati allo sportwear, l’abbigliamento sportivo. C’è più colore, più libertà. Anche l’uso del vintage è per tutti, fa figo mettere il maglione del nonno. Però, sono convinto che la moda non sia più uno status symbol, oggi a caratterizzare una persona è proprio la tecnologia, lo smartphone o il computer che possiede. Da queste cose si capisce chi hai davanti piuttosto che dall’abbigliamento”.

Progetti per il futuro?

“Ho terminato a dicembre il lavoro sul nuovo film di Joe Wright, Cyrano, ambientato nel 1700, un’esperienza molto piacevole. All’estero l’artigianalità italiana è ancora molto acclamata, il made in Italy piace sempre. Per quanto riguarda il genere cinematografico preferisco le storie vere, per esempio lavorare a Miss Marx mi ha appassionato, mi sono documentato sui vestiti e anche sulla persona”.

Qual è la sua routine lavorativa?

“Si tratta di un procedimento visivo, per far scattare l’idea ho bisogno di un museo, di rapportarmi all’arte. La fotografia, come detto, è molto importante e per i periodi antecedenti al 1840 mi affido alla pittura, anche quella minore fatta di stampe e caricature enfatizzanti. Ho studiato per anni storia del costume e tuttora lo faccio, perché solo quando hai nozioni in mano puoi stravolgere il tuo lavoro. Lo studio è importante, l’abito non racconta solo la persona che lo ha indossato ma tutta la società intorno”.

Fonte : Wired