Ha senso parlare di pesca sostenibile?

L’arrivo su Netflix del documentario Seaspiracy ha sollevato domande su quanto del pesce che arriva in tavolo è frutto del sovrasfruttamento dei mari. Ecco cosa dicono i dati ufficiali

Photo by Crew and officers of Noaa Ship Miller Freeman – CC-BY 2.0

L’arrivo su Netflix di Seaspiracyil documentario che racconta l’insostenibilità della pesca, ha finalmente posto la fatidica domanda: quanto del pesce che ci finisce nel piatto è frutto del sovrasfruttamento dei mari? E soprattutto, possiamo davvero parlare di pesca sostenibile o è tutta una farsa?

Il documentario diretto dall’inglese Ali Tabrizi ha avuto una grande risonanza mediatica e, in poco tempo, ha generato diverse controversie, riferisce il Guardian. Ong, enti certificatori e anche alcuni esperti intervistati per la realizzazione delle riprese parlano di affermazioni fuorvianti, statistiche sbagliate e interviste decontestualizzate. Insomma, Seaspiracy fa discutere e forse è l’occasione per provare ad affrontare con un po’ di rigore la questione, cercando di fare chiarezza in acque piuttosto torbide.

Di quanto pesce parliamo?

Stando allo The State of World Fisheries and Aquaculture 2020 della Fao, nel 2018 il totale della produzione ittica globale ammontava a 178,5 milioni di tonnellate, di cui il 46% derivava dall’acquacoltura e il restante 54% dalla pesca. Di queste, 156,4 milioni di tonnellate (l’equivalente di 156,4 milioni di Fiat Panda) sono destinate al consumo umano. Questi numeri tendono a salire di anno in anno e nel 2018, l’ultimo anno analizzato dal report, sia l’acquacoltura che la pesca hanno raggiunto il loro record storico.

Una cosa è certa, l’industria ittica sa che pesci pigliare. Le specie più pescate nel mondo sono l’acciuga del Pacifico (Engraulis ringens) di cui si pescano 7 milioni di tonnellate, il merluzzo dell’Alaska (Theragra chalcogramma) che arriva a 3,4 milioni di tonnellate e, al terzo posto, il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis) con 3,2 milioni di tonnellate.

Peschiamo sempre di più perché mangiamo sempre più pesce. Negli anni, il consumo di pesce è passato da una media pro-capite di 5,2 chili all’anno del 1961 ai 19,4 chili del 2017.  Se volessimo restringere il campo, vedremmo come dal Facts and Figures on the Common Fisheries Policy, pubblicato dalla Commissione europea, emerge che nei Paesi dell’Unione il consumo annuo pro-capite di pesce è superiore alle media globale e si attesta a 24,4 chili. Chiaramente, sono numeri che variano enormemente da Paese a Paese e nell’Unione si passa dai 4,8 chili dell’Ungheria ai 56,4 del Portogallo. In Italia siamo al di sopra sia della media globale sia di quella europea, con 30,8 chili a testa.

Insomma, di pesce se ne pesca tanto e se ne mangia tanto. E non sarebbe un problema, se non fosse che il ritmo e il modo in cui peschiamo sta portando all’esaurimento delle risorse ittiche, minacciando il benessere di diversi ecosistemi. A questo proposito, è necessario parlare di due dinamiche preoccupanti e strettamente legate: l’overfishing e il bycatch.

L’overfishing

Gli ecosistemi marini tendono a una condizione di equilibrio e la pesca si inserisce nelle dinamiche in gioco.  In questi contesti, la situazione auspicabile sarebbe quella di riuscire a pescare la giusta quantità di pesce che permetta alle popolazioni marine di riprodursi e mantenere il proprio numero costante. Raggiungendo, appunto, un equilibrio. Tanto ne pesco, quanto ne viene rigenerato e non vado a sottrarre risorse all’ecosistema. Questa è una situazione di pesca sostenibile, ma molto (troppo) spesso accade che si oltrepassa il limite, scadendo nell’overfishing (o sovrapesca). Quando ci si trova in questa situazione le popolazioni di pesci iniziano a calare in numero, sconquassando il delicato equilibrio ecosistemico e, in ultima analisi, portando a rese minori. Di che numeri stiamo parlando?

Sempre guardando ai dati della Fao, la percentuale di stock ittici che vengono pescati in quantità sostenibili dal 1974 al 2017 è calata del 24,2%. Per intenderci, gli stock ittici sono essenzialmente quella parte di una popolazione di pesci che viene pescata a fini commerciali. Per dare un dato un po’ più intuitivo, la Fao riporta che, del pesce che arriva in porto, circa il 78,7% è pescato sostenibilmente.

Ma sarà così anche da noi o è un problema che sta altrove? Tra le 16 maggiori aree di pesca delle monitorate dalla Fao, quella del Mar Mediterraneo e Mar Nero è quella con la maggior percentuale di stock ittici sovrapescati (il 62,5%). In quest’area le specie di maggiore interesse e che soffrono della maggior pressione di overfishing sono il nasello (Merluccius merluccius) e il rombo (Scophthalmus maximus).

Alla luce di questi dati, la Fao conclude che è estremamente improbabile riuscire a raggiungere il target 14.4 degli obiettivi di sviluppo sostenibile: eliminare l’overfishing entro il 2020. Parte del problema, però, potrebbe essere risolto riuscendo a eleminare un’altra piaga dell’industria ittica: la pesca accessoria (o bycatch).

pesca(foto: Getty Images)

Il bycatch

Con bycatch ci si riferisce alla cattura o uccisione di pesci (o, più in generale, di fauna marina) fuori target. In parole povere, se catturi qualcosa che non vuoi catturare, stai facendo pesca accessoria. La pesca accessoria è un grosso problema e tra le vittime può esserci di tutto: tartarughe, delfini, squali, ma anche tanti pesci che non sono di interesse commerciale per dimensioni, aspetto o perché non trovano un posto sulle nostre tavole. Questo pescato a volte viene portato a terra e a volte viene direttamente rigettato in mare.

Nel report Wasted Catch: Unsolved Problems in US Fisheries di Oceana si parla di come nel golfo del Messico la pesca di gamberi sia responsabile della morte di oltre 50mila tartarughe all’anno (136 al giorno). Nello stesso documento si evidenzia come il 17-22% del pesce catturato dalle flotte statunitensi viene scartato prima di raggiungere il porto, ammontando a quasi un milione di tonnellate all’anno.

Volendo adottare una visione più globale, il report della Fao riporta di uno scarto di pescato di circa 9,1 milioni di tonnellate all’anno. Stiamo parlando di circa il 10% del pescato totale. Questa percentuale sembra confermata da uno studio del 2018, dal quale emerge come lo scarto sia passato milione di tonnellate nel 1950 a un picco di 18,8 tonnellate nel 1989 per attestarsi attorno ai 10 milioni di tonnellate all’anno degli ultimi anni.

La pesca a strascico

Ultima nota dolente è la pesca a strascico. È un comune tipo di pesca a traino in cui una o due barche trascinano una rete sul fondo del mare. La pesca a strascico è in assoluto il metodo di pesca che produce la maggior quantità di bycatch. Secondo la Fao, dei 10 milioni di tonnellate di scarti, 4,2 milioni derivano dalla pesca a strascico (il 46% di tutto lo scarto). Purtroppo, i problemi di questo metodo non si fermano qui.

Strisciando sul fondale, le reti possono danneggiare profondamente le comunità bentoniche, che vivono a stretto contatto con i fondali marini. E non si tratta di un fenomeno limitato. Un recente studio pubblicato su Nature ha stimato che ogni anno vengono percorsi da reti a strascico 9,4 milioni di chilometri quadrati, più di trentuno volte la superficie dell’Italia.

Dovremmo rinunciare al pesce?

Non necessariamente la conclusione è che occorra bandire il pesce dalle tavole. Prima di tutto dobbiamo ricordarci che la definizione di sostenibilità è tripartita e comprende la sostenibilità ambientale, economica e sociale. La pesca occupa 38,98 milioni di persone in tutto il mondo e, nonostante tutto, la maggior parte del pesce che arriva sulle nostre tavole (il 78,7 riportato dalla Fao) è sostenibile e permette agli stock ittici di ripopolarsi e mantenersi di numero costante. Certo, in un mondo sempre più popoloso e affamato di pesce, potrebbe non essere facile raggiungere il giusto equilibrio e la strada per risolvere i problemi della pesca accessoria e dell’overfishing è ancora lunga.

Oltre alle nostre scelte di eliminazione o riduzione del consumo di pesce, e a un suo acquisto consapevole, saranno fondamentali delle forti azioni politiche. Sia il report della Fao sia dell’ong Oceana chiedono regolamentazioni più stringenti e, soprattutto, controlli capillari. Bisogna imporre l’utilizzo di strumenti e reti più efficienti e selettivi, così come potrebbe essere utile usare uncini di diversa forma e dimensione, cambiare tipo di esca o modificare la profondità di traino delle reti.

Tornando a Seaspiracy, probabilmente ha ragione chi lo critica. Non è un documentario perfetto e forse indulge in una scelta dei dati non proprio rigorosa pur di raccontare una bella (ma brutta) storia. Bisogna però riconoscergli un grande merito: aver fatto parlare di un’industria che presenta degli enormi problemi che devono essere affrontati il prima possibile.  

Fonte : Wired