Il “caso Apu”, il doppiatore italiano a Sky TG 24: “È l’inizio di una nuova sensibilità”

L’attore che da sempre ha prestato l’ugola alla versione italiana di Apu ci racconta cosa ne pensa della decisione della produzione statunitense di scegliere doppiatori della stessa etnia dei personaggi. E delle scuse che recentemente il doppiatore originale di Apu, Hank Azaria, ha voluto esprimere nei confronti della comunità indiana. Ecco cosa ci ha raccontato della sua esperienza, della sua professione e di quella voce celeberrima del personaggio della serie di Matt Groening

Stiamo assistendo un cambiamento epocale, quello per cui gradualmente si sta virando verso una nuova sensibilità nei confronti delle diversità. A seguito delle proteste per la morte di George Floyd e le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, una maggiore attenzione per il rispetto nei confronti di etnie, orientamenti sessuali, culture, credo e religioni sta animando il mondo dello spettacolo.

Dai cartelli disclaimer inseriti prima di film in cui si avvisa gli spettatori circa le rappresentazioni inappropriate di popoli o culture fino alla rimozione di Via col vento dal catalogo HBO, per poi reitrodurlo con un’introduzione in cui si spiega che quella rappresentazione del Sud degli Stati Uniti è inammissibile in quanto nega gli orrori della schiavitù, lo showbiz incomincia a rivelarsi più attento a non offendere nessuno.

Recentemente l’attenzione si è focalizzata sulle scelte prese dalla produzione statunitense della serie animata cult I Simpson, quelle per cui da qualche mese a questa parte i doppiatori dello show devono appartenere alla stessa etnia del personaggio a cui prestano la voce.

Dal momento che Hank Azaria, il doppiatore originale del personaggio di Apu, ha voluto chiedere scusa alla comunità indiana per il modo in cui ha caratterizzato in maniera stereotipata e offensiva il gestore del minimarket de I Simpson, abbiamo voluto interpellare il “nostro” Manfredi Aliquò. Si tratta dell’attore che ha doppiato Apu nella versione italiana della serie fin dai suoi esordi.

Nei giorni in cui il suo collega d’oltreoceano si è detto pentito della propria operazione di doppiaggio (e in queste ore è scoppiato anche il “caso Striscia”, con i conduttori di Striscia la Notizia che hanno chiesto scusa per lo sketch in cui interpretavano dei cinesi con gli occhi a mandorla e la “L” al posto della “R”), c’è chi si rallegra per questa nuova maggiore sensibilità e chi invece taccia tutto questo di un eccesso di politically correct. Ne parla in esclusiva a Sky TG 24 l’attore e doppiatore Manfredi Aliquò.

Intervista a Manfredi Aliquò, il doppiatore di Apu

I Simpson: il doppiatore di Apu, Hank Azaria, si scusa

Lei doppia ancora il personaggio di Apu nella versione italiana de I Simpson?
Ho doppiato il personaggio di Apu fin dalla sua prima apparizione nella serie. Al momento, però, Apu non compare più ne I Simpson dalla XXVIII Stagione.

Cosa ne pensa della decisione della produzione statunitense de I Simpson di non fare più doppiare ad attori bianchi personaggi di etnia diversa?
Non mi permetto di giudicare la scelta dei produttori dei I Simpson. Sarà sicuramente una decisione saggia e ponderata che avrà tenuto conto della realtà sociale della loro nazione.

Per il doppiaggio in italiano sono state già prese decisioni in questo senso o se ne sta parlando?
Si sta certamente parlando del problema, ma non credo, che io sappia, che al momento siano state prese decisioni al riguardo.

Hank Azaria, il doppiatore originale di Apu, ha rivelato in una recente intervista di non essere mai stato convinto dell’operazione di caratterizzazione del suo personaggio. Lei ha mai pensato che il doppiaggio stereotipato di un uomo indiano potesse essere in qualche modo sbagliato?

In Italia, io credo, siamo stati estremamente attenti nel rispettare la sensibilità di tutte le diverse comunità ed etnie presenti ne I Simpson. E questa linea di condotta è stata decisa anzitutto da parte di chi si occupa del doppiaggio della serie, e poi, a seguire, dalle varie società che ne hanno materialmente curato il doppiaggio, dai diversi direttori di doppiaggio che si sono susseguiti negli anni, e infine dai doppiatori. Abbiamo quindi cercato di evitare di mettere l’accento sull’aspetto folkloristico, caricaturale o, come dice lei, stereotipato dei vari personaggi. Per quello che riguarda Apu, ho lasciato un leggerissimo accento, smussandone i toni quando erano troppo forti e caratterizzanti, proprio per non offendere in alcun modo la comunità indiana.

È una scelta del grande Hank Azaria che rispetto nella maniera più assoluta.

Il comico di origini indiane Hari Kondabolu ha realizzato un documentario, The Problem with Apu, in cui si analizza il personaggio e l’impatto che ha avuto: secondo Kondabolu, Apu è uno stereotipo insidiosamente razzista. Molte persone indiane hanno detto di essere state prese in giro con imitazioni di Apu. Cosa ne pensa?
Io credo che Kondabolu abbia preso Apu come spunto per affrontare un problema molto più ampio e complesso, che è quello dell’immigrazione e dei rapporti della comunità indiana all’interno della società americana. Non dimentichiamo che molti emigrati dall’India sono arrivati in America e proprio lì hanno  avuto successo. Apu rappresenta uno di questi. Parlare di Apu significa far conoscere al mondo intero la cultura indiana, perché la si possa comprendere, apprezzare e amare.

Lo scorso febbraio anche il personaggio del Dr. Hibbler ha visto un cambio di doppiatore. Harry Shearer dopo 31 anni ha passato il testimone e il microfono a un interprete afroamericano, esattamente come il personaggio, ossia Kevin Michael Richardson. Cosa ne pensa?
Si tratta anche qui di una scelta precisa e meditata da parte della produzione de I Simpson che si deve rispettare e accettare.

In Italia crede che sia possibile attuare le decisioni che stanno prendendo negli Stati Uniti circa il doppiaggio di interpreti che siano della stessa etnia dei personaggi? Da noi i doppiatori non sono moltissimi e principalmente si tratta di persone bianche, esatto?

Innanzitutto comincio col dire che Il doppiaggio è un lavoro altamente specializzato. Bisogna essere attori, per prima cosa, aver frequentato possibilmente scuole di recitazione o accademie d’arte drammatica, aver lavorato in teatro, televisione, cinema, radio. Soltanto dopo sarebbe consigliabile iniziare a lavorare nel doppiaggio, accostandosi al microfono con le competenze acquisite in precedenza. In sala si impara ad andare a sinc con il personaggio da doppiare, si imparano i campi (le distanze dal microfono) e altre decine e decine di accorgimenti tecnici di cui tenere conto, mentre si recita doppiando un attore che fa altrettanto nella sua lingua d’origine. Per questo è un lavoro altamente specializzato. Il doppiaggio è il coronamento, per certi versi, della carriera di un attore. Per rispondere alla sua domanda, è vero che al momento il doppiaggio è un’attività svolta principalmente da “persone bianche”, per usare il suo termine, ma credo che le cose siano in evoluzione, e di conseguenza sarà certamente possibile, in un futuro prossimo, avere interpreti della stessa etnia dei personaggi.

Pensa che si stia andando incontro a un eccesso di politically correct oppure pensa che sia giusto un cambiamento in quest’ottica? I conduttori di Striscia la Notizia hanno chiesto scusa per lo sketch in cui interpretavano dei cinesi con gli occhi a mandorla e la “L” al posto della “R” e il “caso Striscia” è scoppiato nelle stesse ore in cui è stata diffusa la notizia di Hank Azaria che si è scusato con tutti gli indiani per la figura stereotipata e caricaturale di Apu. Due esempi che riaccendono un dibattito attuale. Cosa ne pensa? Che sia un eccesso di politicamente corretto oppure l’inizio di una nuova sensibilità necessaria oggi?

È senza dubbio l’inizio di una nuova sensibilità, necessaria perché il mondo sta cambiando con una velocità inimmaginabile rispetto al passato.

manfredi

Fonte : Sky Tg24