Revolt, la recensione del film di fantascienza su Prime Video

Un soldato delle forze speciali americane si risveglia in una cella, vittima di amnesia e con milioni di domande sul perché si trovi lì. A rispondere a buona parte di queste è la sua compagna di prigionia, la dottoressa Nadia, che gli spiega di trovarsi in Kenya e di come il mondo intero sia stato teatro di un’invasione aliena, con esseri di natura meccanica che hanno devastato la superficie e rapito sulle loro astronavi la maggior parte della popolazione.
Riusciti a evadere dai loro carcerieri, un gruppo di militanti locali, i due decidono di proseguire insieme il viaggio nel Paese africano alla ricerca di risposte e di un potenziale luogo sicuro. L’uomo privo di memoria, ribattezzato Bo dalla nuova compagna, scopre inoltre di possedere degli strani poteri che, uniti alle sue abilità da combattente, lo rendono una vera e propria macchina da guerra.
Il loro obiettivo è di raggiungere un avamposto dove si troverebbero dei sopravvissuti, ma durante il percorso si trovano ad affrontare insidie e pericoli di varia natura – e le capacità di Bo si rivelano determinanti ai fini degli eventi.

Tra il dire e il fare

L’impegno è ammirevole considerando il basso budget e le ambizioni del regista e sceneggiatore Joe Miale, al suo esordio assoluto in un lungometraggio, trovano a tratti effettivo riscontro nei discreti effetti speciali e nelle efficaci sequenze a marchio action, ma Revolt si porta dietro l’impressione di essere la tipica occasione mancata. Tutto fa pensare infatti che, con maggiori fondi a disposizione e una sceneggiatura più curata, ci saremmo potuti trovare davanti a un piccolo gioiellino di genere.
E invece è proprio il lato narrativo a risultare il punto debole dei novanta minuti di visione, con una storia che procede su diverse forzature e non spiega del tutto il perché di determinati eventi, costringendo lo spettatore ad accettare tali condizioni per poter proseguire nel racconto.
Il forte approccio derivativo, con richiami espliciti a vari capolavori del filone fantascientifico moderno e passato, è il minore dei problemi, a convincere poco o nulla è invece la caratterizzazione dei protagonisti e l’interazione tra di essi, con l’arrivo di numerose figure secondarie nella concitata parte finale a soffocare ulteriormente il trasporto che si può manifestare nei loro confronti.

Domande e risposte

Lo spettacolo a tema, frutto di effetti digitali, deve molto al lavoro di Karl Walter Lindenlaub, esperto direttore della fotografia che nella sua lunga carriera ha lavorato spesso con Roland Emmerich in titoli del calibro di Stargate (1994) e Independence Day (1996). Il suo tocco si vede e riesce a rendere credibili anche i passaggi potenzialmente più lontani e sfocati, mostrando e non mostrando per valorizzare il materiale a disposizione.
Le ambientazioni in questo giocano un ruolo importante e, se per buona parte assistiamo a un viaggio on the road per le strade desertiche di un Kenya fittizio (le riprese sono state in realtà effettuate a Johannesburg, in Sudafrica), nell’ultimo terzo il comunque limitato spazio cittadino favorisce un dispendio minimo e ragionato delle rappresentazioni aliene, tra astronavi che risucchiano centinaia di persone e robot alti quattro metri o più pronti a mietere vittime su vittime.
I due attori principali risultano purtroppo poco carismatici, anche se le loro interpretazioni si adattano probabilmente nel migliore dei modi ai rispettivi personaggi, stereotipati ad hoc e destinati a un compito preciso che non richiedeva poi tale immedesimazione drammatica di sorta. E in Revolt manca proprio quel guizzo, quella scintilla che trasformi un’onesta messa in scena in un prodotto al di sopra della media.

Fonte : Everyeye