Terremoto nel Pd, Zingaretti conferma le dimissioni da segretario: “Non ci saranno ripensamenti”

Le dimissioni da segretario del Pd sono irrevocabili. Lo dice con parole più o meno esplicite Nicola Zingaretti, a margine dell’inaugurazione di un playground nel quartiere di Torre Gaia. “Non è un tema di ripensamento che non c’è e non ci sarà” commenta il presidente della Regione Lazio. “Piuttosto penso debba essere il gruppo dirigente a fare un passo in avanti nella consapevolezza di avere un confronto più schietto, franco, plurale ma anche solidale sul ruolo del Pd, i valori di riferimento, la nostra idea dell’Italia e dell’Europa. Io non ce l’ho fatta ad ottenerlo. Spero che ora sia possibile”. 

“Farò la tessera del Pd”

Poi ancora si rivolge ai tanti che dentro e fuori dal partito lo hanno acclamato, chiedendogli di restare, e mostrando immediata solidarietà rispetto a un fuoco amico che avrebbe spinto il segretario all’addio. “Dico un grandissimo grazie a tutti coloro che da ieri mi stanno scrivendo, è importante questa grande vitalità. Nei prossimi giorni andrò a fare la tessera del Pd, ancora non l’avevo fatta, perché resto convinto che questo partito sia la grande forza popolare che può garantire a questo Paese il buon governo e l’alternativa alle destre che cavalcano i problemi e non li risolvono. Io sono per un partito popolare contro il populismo”. 

Le dimissioni di Nicola Zingaretti

È il day after dopo la bomba lanciata ieri che ha scatenato un vero e proprio terremoto nel partito. Le dimissioni di Zingaretti dai vertici del Nazareno sono arrivate in maniera inaspettata, annunciate su Facebook, dopo settimane di liti interne con le minoranze degli ex giovani turchi (Orlando e Orfini) e di base riformista (ex renziani rimasti nel Pd). Tra le questioni contestate al segretario, la scelta di trasformare l’alleanza con il M5s in un modello strutturale da riproporre alle prossime elezioni, amministrative e politiche, senza passare dal Congresso e da nuove primarie. Modello che Zingaretti sta per far partire proprio dalla giunta regionale con due assessorati promessi ai pentastellati. 

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Insomma, settimane di scambi al veleno terminati con un addio che in tanti in queste ore interpretano come una sorta di mossa del cavallo per stanare i detrattori e per far prendere posizione a chi ha scelto la linea attendista, vedi gli esponenti di area dem, corrente facente capo al ministro Dario Franceschini. Stanco di essere bersaglio di critiche continue e interne, Zingaretti ha scelto di togliersi le castagne dal fuoco e dare la parola all’assemblea, convocata per il 13 e 14 marzo. “Si era maturata l’idea che il problema potessi essere io – ha detto ancora oggi – ho tolto a tutti questo problema, ora si discuta e si costruisca perché ne ha bisogno l’Italia”.

Fonte : Roma Today