Essere la “Corte suprema” di Facebook non è affatto semplice

L’Oversight Board, il comitato indipendente voluto da Mark Zuckerberg, dovrà a breve prendere la sua decisione più importante: e noi di certo non vorremmo essere nei suoi panni (anche per i limiti e le ambiguità a cui è soggetto)

Alcune delle decisioni che un social network deve prendere sono tutto sommato facili. Per esempio: è il caso che la propaganda nazista o le teorie del complotto sul coronavirus circolino indisturbate e/o prive di contestualizzazione sui social network? La risposta è ovviamente negativa: nel primo caso perché nelle democrazie si sceglie solitamente di non tollerare i movimenti violenti che mirano a distruggerle; nel secondo perché i rischi per la salute pubblica sono semplicemente troppo elevati. 

Fosse sempre così facile, stilare le linee guida della libertà d’espressione online – almeno nel mondo democratico – sarebbe una pacchia: nazisti violenti no, democratici sinceri sì; pericolosi complottisti no, scienziati autorevoli sì. Le cose non sono però così semplici: le stesse teorie del complotto possono muoversi su un crinale molto più sottile del negazionismo anti-Covid, e decidere di censurare qualunque teoria radicale che non aderisca alla narrazione ufficiale sarebbe pericoloso e neanche tanto democratico (in un paese che ha vissuto gli anni di piombo dovremmo saperlo bene).

Ci sono poi situazioni solo all’apparenza semplici da dirimere. Come comportarsi con la foto – comparsa nel 2017 su Facebook – di una bambina sorridente a cui viene fatto dire ammazzate tutti gli uomini? I moderatori del social network fondato da Mark Zuckerberg decisero che quel post era da rimuovere, perché violava le norme sui discorsi d’odio che vietano attacchi e offese basate su sesso e identità di genere. Eppure è a evidente a chiunque che si tratta di una battuta; di una provocazione legata a un hashtag di origine femminista che non aveva davvero l’intenzione di incitare all’uccisione di tutti gli uomini. 

In poche parole, era satira. Si dovrà pur fare un’eccezione per la satira, no? Quando si prendono in considerazione questo tipo di invettive, vanno inoltre contestualizzate le dinamiche di potere che ne stanno alla base. I soprusi che le donne subiscono da sempre nella nostra società rendono ovviamente molto più tollerabile la frase “ammazziamo tutti gli uomini” di quanto non sarebbe ammazziamo tutte le donne. Alla fine, Facebook decise di non censurare più quel post. Nessuno però aveva la più pallida idea di come tradurre tutto il ragionamento che aveva portato a quella decisione in una regola valida sempre.

Il comitato per il controllo di Facebook

Come ha raccontato il New Yorker, questa è stata una delle prime decisioni affrontate dall’Oversight Board di Facebook (in italiano Comitato per il controllo): il consiglio indipendente di intellettuali, attivisti, ex politici, artisti e altro ancora che è stato incaricato dal social network di decidere, in maniera vincolante, quali post, pagine o account che sono stati eliminati dai moderatori del social network vadano invece riammessi. È la cosiddetta Corte Suprema di Facebook, che a breve dovrà prendere la difficilissima decisione relativa alla possibile riattivazione dell’account di Donald Trump e che ovviamente, trattandosi di un social network globale, deve essere la più diversa possibile anche in termini di nazionalità e tenere presente le differenti sensibilità che contraddistinguono le varie parti del mondo.

Per esempio, nel caso del post Kill All Men, il 60% delle persone consultate a riguardo nella città di New York aveva votato per ripristinare il post, ma nella città di Nairobi (Kenya) la percentuale era solo del 40%. Per quale ragione? “È possibile che nelle nazioni in cui si è più preoccupati per la sicurezza personale – perché si vive in zone in cui lo stato di diritto è più debole e quindi c’è la possibilità che un gruppo decida magari per davvero di ammazzare tutti gli uomini – ci si preoccupi di meno della libertà di parola”, ha spiegato al New Yorker Zoe Darmé, che per lungo tempo si è occupata di supervisionare il processo di creazione dell’Oversight Board.

Esempi simili si ritrovano anche quando si tratta della possibilità di insultare o meno gruppi etnici o religiosi. Sarebbe facile sostenere che la scelta migliore sia vietare sempre gli insulti di questo tipo, ma neanche in questo caso le così sono così semplici. Un secondo caso valutato dal comitato di Facebook riguardava un utente armeno che aveva postato delle foto raffiguranti alcune delle chiese di Baku (Azerbaijan) rase al suolo a causa della persecuzione degli azeri nei confronti degli armeni. Lamentando l’aggressione degli azeri, l’utente si era riferito a loro usando il termine taziki, che letteralmente significa “lavabo” ma è utilizzato come dispregiativo etnico. 

Come prevedibile, il post era stato rimosso. Ma davvero si può applicare questa norma anche quando un’etnia perseguitata insulta il gruppo dominante? Per chiarirsi le idee, i membri dell’Oversight Board si sono rivolti direttamente al relatore dell’ONU per le questioni che riguardano le minoranze, il quale ha sostenuto che “nel corso di un conflitto, è solitamente accettato che le persone (perseguitate) utilizzino termini duri”. È come se fosse parte integrante della loro lotta per un trattamento equo e in quanto tale non può essere considerato come invece si considera un insulto del gruppo dominante nei confronti delle minoranze.

Per quanto fosse una situazione non così dissimile da quella relativa a “Kill All Men”, in questo caso il comitato ha comunque deciso che il post non potesse essere riammesso, nonostante il gruppo si fosse diviso a riguardo e alcuni membri avessero voluto mettere per iscritto il loro disappunto. E così, la Corte Suprema di Facebook ha dato un’altra dimostrazione di quanto sia difficile prendere decisioni univoche su temi che sfuggono a qualunque dicotomia, che spesso e volentieri richiedono di essere analizzati in tutte le loro particolarità e che anche dopo non consentono una decisione unanime.

Chi sono i controllori di Facebook

Sono diciannove i membri del Comitato, nove donne e dieci uomini provenienti da Indonesia, Danimarca (l’ex primo ministro Helle Thorning-Schmidt), Stati Uniti (ben quattro membri), Regno Unito, Taiwan, India, Israele, Kenya, Australia, Senegal, Brasile, Colombia, Yemen, Pakistan e altre nazioni, nel tentativo di dare una forma globale a chi dovrà decidere di questioni che interessano qualunque nazione in cui è utilizzato Facebook (ovvero, tutto il mondo tranne Cina, Corea del Nord e pochissime altre).

Una sorta di tribunale mondiale che proprio per questo include persone di etnia, nazionalità, genere, orientamento sessuale e religione diverse e le cui decisioni dovrebbero quindi rispecchiare le più diverse sensibilità. La giurisdizione del comitato è quindi globale: vale tanto a Hong Kong, dove la libertà d’espressione sui social network ha contribuito a dare vita a un movimento pro-democrazia e a organizzare manifestazioni e proteste, quanto nel Myanmar, dove la libertà d’espressione su Facebook ha contribuito a generare violenze e persecuzioni nei confronti della minoranza dei rohingya.

Difficoltà simili si ritrovano anche in un Occidente che solo all’apparenza è omogeneo da questo punto di vista: la concezione di libertà di parola negli Stati Uniti è talmente estesa che protegge gli stessi nazisti (il Partito nazista americano, nel celebre caso di Skokie, venne perfino difeso nel 1978 dalla American Civil Liberties Union nel suo diritto di manifestare in un sobborgo di Chicago abitato da numerosi sopravvissuti all’Olocausto). Lo stesso ovviamente non si può dire della Germania, dove la sola esposizione dei simboli nazisti è vietata. Come deve comportarsi il Comitato di Facebook nei confronti di situazioni che ai loro occhi possono apparire uguali, ma sono invece differenti a seconda della nazione in cui vengono tenuti? È sufficiente decidere a maggioranza o deve avere un peso maggiore il voto di chi conosce meglio certi contesti?

I limiti del comitato

Scelte complesse. Ma in fondo nessuno pretende che la Corte Suprema di Facebook possa dirimere tutte le ambiguità e i problemi in materia di libertà d’espressione e diritto di rappresentanza. Ed è forse anche per questo che il suo potere è sì vincolante, ma comunque limitato: al momento, gli utenti possono appellarsi al comitato solo in caso di cancellazione dei post, ma nessuno può invece invocarne il giudizio per post considerati inappropriati ma ancora visibili. Il rischio è quindi che i membri dell’Oversight Board passino il tempo a valutare le lamentele di troll, cospirazionisti ed estremisti convinti di aver subito qualche torto. Inoltre, le decisioni del comitato non rappresentano un precedente determinante: se decide di eliminare un post non significa che Facebook sia poi obbligato a eliminare tutti quelli simili.

I limiti e le ambiguità a cui è soggetta la Corte suprema di Facebook sono quindi numerosi e hanno anche provocato non poco scontento tra i membri. Di sicuro, l’instaurazione di un organismo di questo tipo – soprattutto se i suoi poteri verranno gradualmente ampliati – ha il vantaggio di togliere parecchie castagne dal fuoco a Mark Zuckerberg, che fino a oggi ha preso le decisioni più importanti e delicate (come la sospensione di Donald Trump) in solitudine. Adesso, per esempio, saranno invece i membri del comitato – con la collaborazione degli utenti – a scegliere se l’ex presidente degli Stati Uniti potrà essere riammesso. 

D’altra parte, Mark Zuckerberg non è altro che un programmatore informatico che quasi incidentalmente ha dato vita al più grande social network del mondo, diventato poi un colosso da 85 miliardi di dollari di fatturato con un’influenza esorbitante sulla vita pubblica a livello mondiale. Una piattaforma che deve ogni giorno fare i conti con la sua attitudine a passare come un bulldozer su questioni che hanno a che fare con i diritti civili e la libertà d’espressione. Come ha spiegato Zuckerberg stesso a Kate Klonick del New Yorker, “la parte centrale del mio lavoro è costruire prodotti che aiutano le persone a connettersi e a comunicare. È molto differente dal governare una comunità”.

Soprattutto se questa comunità ha raggiunto quota 2,8 miliardi, si espande per i cinque continenti, tocca ogni religione, sensibilità e orientamento. Un compito decisamente troppo grande per chi era partito con l’idea di creare un facile strumento per votare le foto delle bellezze del campus (salvo poi trovarsi a influenzare le più importanti elezioni del mondo o a essere accusato di favorire la persecuzione di minoranze). Adesso resta solo da capire se l’immane compito sarà invece a portata di questa neonata Corte suprema privata. E soprattutto se le verranno dati i poteri necessari per incidere davvero sull’esistenza di Facebook.

Fonte : Wired