Conte leader pentastellato: ecco perché per Virginia Raggi si complica la ricandidatura con il M5s

Si è autoproclamata candidata ufficiale del Movimento Cinque Stelle già lo scorso agosto e di recente ha ricevuto l’atteso endorsement del garante Beppe Grillo. Certo, se l’ascesa di Giuseppe Conte a leader del M5s dovesse arrivare davvero a meta, le carte in tavola per la sindaca Virginia Raggi potrebbero cambiare non poco. Conte è l’anello di congiunzione, il punto di equilibrio dell’alleanza giallorossa. La sua missione politica sul fronte grillino è quella di favorire l’alleanza. Partire con il primo appuntamento politico elettorale (la partita romana è delle prossime amministrative la più importante) senza tale alleanza, significherebbe partire subito con una sconfitta.

Raggi, si sa, col Pd non può correre: troppi gli insulti proferiti dalla sindaca negli anni dell’amministrazione Marino al Pd. Indigeribili per i dem i fallimenti nei cinque anni di governo della città. L’ipotesi quindi che venga sacrificata per far partire dalla Capitale il nuovo polo progressista alle prossime comunali si farebbe concreta. Se in più ci mettiamo una giunta M5s-Pd pronta a partire in Regione, una fronda interna di grillini “ribelli” che per l’alleanza fa il tifo, e le elezioni che slittano a ottobre lasciando tutto il tempo all’operazione per compiersi, la corsa di Raggi al Campidoglio come candidata del M5s stavolta rischia di vacillare davvero. Vediamo perché. 

La presenza di Giuseppe Conte 

Partiamo da Conte. L’ex premier, uomo simbolo del nuovo polo progressista M5s-Pd non ha ancora sciolto definitivamente la riserva. Durante la riunione all’Hotel Forum di domenica gli è stato chiesto direttamente da Beppe Grillo di guidare un Movimento rinnovato e lui ha accolto l’invito. Presenterà al garante e allo stato maggiore 5 Stelle il suo progetto riformativo a stretto giro. Nel caso, decisamente probabile, in cui Conte sia il prossimo leader dei pentastellati, Raggi sa bene che lui più di altri punta al centrosinistra come forza di un’alleanza che si andrebbe naturalmente formando proprio a partire dai territori e dai prossimi appuntamenti elettorali. Roma in testa. A Roma però il Pd su Raggi ha messo un veto granitico. 

Un’alleanza giallorossa nella Capitale, si è capito, non potrà mai (salvo colpi di scena) partire dal nome di Virginia Raggi. La sindaca lo sa bene e teme l’influenza dell’ex inquilino di Palazzo Chigi. “Accolgo con entusiasmo la decisione di Conte” si è affrettata a scrivere su Twitter con parole di giubilo subito dopo la riunione di domenica che lo ha consacrato leader in pectore del Movimento, quasi a volerne captare la benevolenza. 

Che Raggi sia consapevole dell’influenza di Conte su una sua candidatura per il M5s, lo dimostra la reazione di giorni fa a un’indiscrezione stampa. Si è parlato sui giornali di una telefonata di Conte ai vertici del M5s per dissuadere Raggi dalla corsa e appoggiare il possibile candidato di centrosinistra, l’ex ministro, Roberto Gualtieri. Nessuno degli interessati ha smentito la chiamata. E la sindaca grillina ha subito chiesto “chiarezza” su Facebook, appellandosi a un voto su Rousseau che ne sancisca ufficialmente la candidatura per il Movimento. Della serie: chi non sta con me ma col Pd lo dica. Chiaro (e fondato) il timore che la presenza di Conte la costringa a un passo di lato. 

L’esperimento M5s-Pd in Regione 

Senza contare che, Giuseppe Conte o no, in Regione Lazio si sta già dando vita a un primo esperimento di alleanza giallorossa con l’assegnazione di due assessorati al M5s. Da parte pentastellata il via libera arriverà solo con un voto su Rousseau. I mal di pancia interni non mancano ma parliamo comunque di una minoranza. L’accordo è dato per raggiunto o quasi. E un’entusiasta Nicola Zingaretti ha parlato, in direzione regionale, di “alleanza per vincere ovunque”. “Oggi siamo dentro un passaggio nel quale stiamo pianificando il futuro dei prossimi 10 anni della vita politica del Lazio – ha detto ancora il segretario del Pd – sia per quanto riguarda la regionali sia per quanto riguarderà le elezioni politiche, che ci saranno prima o poi, e anche tutti gli appuntamenti amministrativi che avremo nelle prossime settimane”. Già, ma a Roma mai con Raggi. Lo ha ribadito, se ce ne fosse stato bisogno.   

Fronda M5s ribelli interna

E a Roma “mai con Raggi” lo dice anche la fronda dei “ribelli” interna al Movimento romano. Vedi il capofila Enrico Stefàno che non ha mai fatto mistero di guardare con favore alle nozze con il centrosinistra. “Il Movimento esca dallo stallo e decida se portare avanti anche a livello locale il percorso avviato con il governo Conte II e già votato su Rousseau nel 2019” dichiarava giorni fa la consigliera Donatella Iorio, altra consigliera dell’ala “dissidente”. 

Insomma, i fattori che potrebbero costringere Raggi a un nuovo percorso sono diversi. Ed è chiaro in tal senso il ruolo e il peso di Giuseppe Conte. Difficile infatti pensare che il primo appuntamento elettorale, Roma, con Conte leader dei grillini parta senza quell’alleanza con i democratici che lo ha visto protagonista della sua stessa ascesa politica. Le due strade non possono che essere convergenti. Da qui l’ipotesi verosimile che Raggi, se questo quadro dovesse davvero delinearsi come tale, sia costretta non a lasciare la candidatura ma a lasciare il simbolo del M5s. Altre opzioni? 

L’alternativa c’è (e anche il tempo)

“L’alternativa c’è”, nuovo gruppo politico presentato ieri alla Camera che ha visto confluire gli espulsi dal Movimento 5 stelle dopo il voto contrario al governo di Mario Draghi. Forza alla quale potrebbe avvicinarsi anche Alessandro Di Battista, grande estimatore di Virginia Raggi. Che non possa essere lei la prima candidata in corsa del nuovo gruppo dissidente? Una cosa è certa: c’è tutto il tempo perché l’operazione Conte e alleanza M5s-Pd su Roma vada in porto. Le elezioni comunali infatti, causa coronavirus, slitteranno al 10-11 ottobre. Manca solo il decreto governativo per l’ufficialità. 

Fonte : Roma Today