L’intelligenza artificiale prova emozioni? Limiti e soluzioni per il futuro

Nonostante la tecnologia si sia evoluta molto negli anni e abbia dato soluzioni efficienti a problemi fino a poco tempo fa impossibili, i sistemi di intelligenza artificiale non sono ancora in grado di provare emozioni. Si sostiene, infatti, che i computer non siano dotati di uno stato di coscienza, intesa come consapevolezza del proprio essere e della propria realtà mentale, e che pertanto non sarebbero in grado di elaborare quei complicati processi che integrano le informazioni, dandone un significato.

D’altra parte invece, l’essere umano è per definizione dotato di forte intelligenza emotiva. Le emozioni, infatti,  sono esperienze soggettive complesse che variano a seconda della nostra storia, cultura e contesto di riferimento. Tra le tante, ad esempio, la rabbia svolge un ruolo molto importante nella nostra vita in quanto genera una naturale predisposizione alla lotta contro le ingiustizie; allo stesso modo, l’empatia è cruciale in quanto permette l’instaurazione di relazioni trasparenti e positive: “mettersi nei panni dell’altro”, comprendere le fragilità altrui e agire di conseguenza.

L’infinità di sentimenti e emozioni che caratterizzano l’essere umano, sembrerebbe rappresentare un presupposto per la costruzione di un rapporto fiducia tra simili. Pertanto, è evidente che la mancanza di emotività e umanità nei sistemi intelligenti potrebbe rappresentare in futuro un insormontabile ostacolo per una solida interazione tra IA e esseri umani.  

Tuttavia, la realtà potrebbe cambiare radicalmente attraverso la creazione di un processo di costruzione di fiducia nei sistemi di intelligenza artificiale.

A tal proposito, l’IA ha già dimostrato un notevole successo nel trattamento di pazienti/veterani affetti di DPTS (Disturbo post traumatico da stress): si tratta di una terapista virtuale creata dall’Institute for Creative Technologies della University of Southern California e finanziata dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA). Ellie, così si chiama, è molto brava ad ascoltare senza pregiudizi, a fornire adeguate risposte ai paziente ed è in grado di abbattere i muri che si possono creare nel rapporto medico/paziente, determinati dalla riluttanza di un soggetto a rivelare informazioni sensibili a un altro essere umano: i veterani hanno dimostrato più disponibilità ad aprirsi e ad avere fiducia nell’IA!

Infine, non mancano i tentativi nel mondo della robotica di creazione di sistemi di “intelligenza artificiale emotiva” ovvero macchine in grado di comprendere lo stato d’animo dell’essere umano (ad esempio, Affectiva e Empath).

In conclusione, i sistemi intelligenti dovranno ancora superare molti ostacoli, tra cui la mancanza di emozioni e quindi di “umanità”; tuttavia i progressi nel mondo della tecnologia continuano a dare ampia prova dell’elevata capacità dell’IA, che tende a migliorare con il passare del tempo.   

Dopo tutto, “il vero pericolo non è che i computer inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer (Sydney Harris).

*Studio Mainini & Associati, avvocati e commercialisti

Fonte : Affari Italiani