Il commissario Ricciardi, il regista: ”Meritiamo un Oscar. La seconda stagione si fa? Non lo so”

La sesta puntata de Il Commissario Ricciardi, “In fondo al tuo cuore”, è anche l’ultima. Si conclude un ciclo felice, un progetto che è stato un esempio di grande televisione, un felice incontro tra qualità e grande pubblico. A Fanpage.it, il regista Alessandro D’Alatri commenta con grande soddisfazione: “Sentire questa percezione per me vale come un Premio Oscar. È il riconoscimento del lavoro di tante persone”. L’apprezzamento dello scrittore Maurizio de Giovanni: “Ho apprezzato molto il suo messaggio. Tra scrittori e registi si pensa sempre a una contrapposizione da derby sportivo, non è così”. E sulla seconda stagione, che appare scontata, il regista precisa: “Non so cosa succederà, con il libero mercato non si può mai sapere. Io, il mio lavoro contrattualmente l’ho concluso”.

La serie è stata una felice unione tra qualità e seguito, una cosa che non avviene spesso sulla tv generalista. 

Sono orgoglioso di questo risultato che più che numerico, è proprio qualitativo. Oggi vedere la televisione attraverso i social è un’esperienza straordinaria e vedere che questo pubblico ormai comincia ad apprezzare anche elementi tecnici che vanno oltre la storia, dall’impaginazione alla fotografia fino alle inquadrature, ecco, sentire questa percezione per me vale come un Premio Oscar. È il riconoscimento del lavoro di tante e tante persone e io che sono il Comandante di questo gruppo, mi sento di aver portato la nave in porto sana e salva.

Maurizio de Giovanni ha sentito l’esigenza di scrivere un post per complimentarsi con te, per il lavoro che hai fatto. Ti sei preso anche la responsabilità di modificare un suo personaggio, il dott. Modo interpretato da Enrico Ianniello, e non mi sembra poco. 

Intanto, ho apprezzato moltissimo quel messaggio pubblico che ha lasciato Maurizio. Il rapporto che c’è tra autore e regista sembra sempre un derby sportivo. Storicamente, viene vissuto come due elementi in contrapposizione. Questo a me non piace, perché la cosa bella è mantenere gli equilibri sulla base del rispetto. C’è un libro molto bello di Mario Vargas Llosa, “La verità della menzogna” e racconta proprio questo rapporto. Tanto quanto il romanziere inventa mondi di fantasia, tanto quanto il lavoro della regia porta il pubblico a dire “Sembra vero”. Sono due territori che si compenetrano e riuscire a fare in modo che l’uno rispetti l’altro è un lavoro di equilibrio molto interessante ed è stato questo il caso.

Il fascismo non è elemento centrale della serie, ma è una presenza che comunque interagisce con l’ambiente. Come ci hai lavorato?

Quella che vediamo nel commissario Ricciardi non è la solita epoca fascista. La ricostruzione filologica che abbiamo fatto è stata complessa. Napoli al cinema come in tv, è sempre stata trattata a partire dal dopoguerra, ma quel periodo tendenzialmente felice,  prima che il fascismo mostrasse il lato peggiore di sé, il più feroce, non è mai stato raccontato. Siamo felici anche di questo.

A proposito di cose felici, hai fatto riscoprire “Maggio se ne va” di Pino Daniele, canzone che apre e chiude ogni episodio. Perché e come mai hai scelto proprio questa canzone? 

Sentivo che mancava ancora qualcosa che desse il senso di un contatto tra quella Napoli degli anni ’30 e la Napoli di oggi. Quando ho risentito quella canzone, l’ultima del Lato B di “Bella ‘mbriana”, uno dei dischi di Pino che ho a casa, ho provato ad appoggiarla sulle immagini e mi sono reso conto del matrimonio stupendo.

Tu e Pino Daniele eravate molto amici, ma non avete mai lavorato assieme. Come mai? 

Sì, eravamo molto amici e scegliere quel pezzo è stato un modo di ritornare a quell’amicizia fraterna che avevo con lui. Noi non abbiamo mai lavorato assieme per scelta, perché eravamo troppo amici. Lavorare nel mondo dello spettacolo ti porta anche a scontrarti, per questo abbiamo deciso che non avremmo mai lavorato assieme. Il successo che gli è ritornato con una canzone meno conosciuta, mi sembra un modo per ringraziarlo dell’amicizia e dell’affetto che c’è stato tra di noi.

Avrei dovuto già chiedertelo, quindi, a bruciapelo: la seconda stagione si fa, vero?

Guarda, da contratto, il mio impegno è finito qualche settimana fa, quando ho consegnato tutte le copie. Ora non so che cosa succederà, il libero mercato è anche questo. Intanto, sto lavorando a un’altra serie con Alessandro Gassman che finirà alla fine di maggio.

Si tratta di “Un professore”, sempre per Rai1?

Sì, è il nostro secondo lavoro che facciamo insieme (il primo è I Bastardi di Pizzofalcone, ndr), ci troviamo benissimo. Non è facile stare sul set, siamo alla nostra prima volta post-Covid. I ritmi sono gli stessi, ma le difficoltà sono aumentate per il rispetto dei protocolli.

Ci sono state grandi prove da parte di tutti gli attori, ma qual è quella che ti ha maggiormente colpito e sorpreso durante questo percorso?

Sarei bugiardo se non dicessi tutti. Posso dirti uno per uno, il lavoro che ho fatto per averli, dove li ho trovati, come li ho cercati. Li ho seguiti nei vari teatri, nei vari workshop, specie per i più giovani. La tradizione napoletana attoriale è straordinaria e unica in Italia perché c’è un’altra unicità che è la tradizione drammaturgica napoletana. In Italia, se togliamo Goldoni, Pirandello ed Eduardo, non c’è grande tradizione drammaturgica come in Inghilterra o in Francia. E a Napoli, invece, Eduardo sta in mezzo come il bilancino ma viene da Petito e dagli Scarpetta. Poi ci sono i De Filippo, poi c’è Viviani, poi ci sta Ruccello e arriviamo fino a Mimmo Borrelli, oggi. Un dna drammaturgico che non esiste in altri posti.

Tutti gli attori che abbiamo intervistato per Fanpage.it, hanno sottolineato un “clima da compagnia teatrale” e una “serenità” e una “comunione d’intenti” sul set, mai vista prima. Non sono sembrate le solite parole di circostanza.

Gli attori sono stati tutti straordinari e il lavoro più grande della regia, secondo me, è proprio costruire questo clima. Come il buon padre di famiglia fa con i figli. Quando ci sono le difficoltà, le nascondi ai figli e quando va tutto bene, li sproni per farli crescere. Ho dovuto combattere perché la qualità viene fuori anche battagliando, difendendo con tutti quelle che sono le tue idee. È come la democrazia, che c’è sempre un opposizione.

Il regista è un mestiere affascinante, ma anche pieno di insidie. Quali sono state le maggiori, se ce ne sono state, realizzando questa serie?

Sul piano umano e professionale, sapevo che questa sarebbe stata l’esperienza più complicata della mia vita. Doveva durare un anno ed è durata tre anni. Ci siamo fermati, ripartiti, fermati e ripartiti ancora.

A causa del Covid?

Il Covid è stato l’ultimo impedimento, ma abbiamo avuto tanti altri impedimenti. Un progetto di questo tipo con più di 350 interpreti, altrettanti costumi, quasi 300 ambienti. Ha sorpreso un po’ tutti la mole di lavoro che ci ha aspettato. Ma grazie a professionisti straordinari ce l’abbiamo fatta. Penso ad Alessandra Torella, costumi. L’arredatore Toni Di Pace, che ha fatto un lavoro incredibile nel ricostruire quel periodo storico. A proposito di battagliare per la qualità, avevamo Davide Sondelli alla fotografia, un esordiente e non è stato facile convincere la Rai a puntare su di lui.

Alessandro, hai fatto la commedia, il drammatico, il religioso, il biografico. Cosa ti piacerebbe ancora fare? 

Mi piacerebbe un cinema di genere, che adesso non si fa più: gli spaghetti western, la fantascienza, i polizieschi. Non facciamo più cinema di guerra. Siamo fermi a Nanni Loy, siamo fermi a Mario Monicelli. Una critica di sinistra, molto talebana, ha punito negli anni certe produzioni ed è stato un peccato.

E hai diretto anche a teatro. 

Sì e mi manca tantissimo. Mi manca come regista e come spettatore. Io sono prima di tutto un grande fruitore di teatro. Io che amo gli attori, penso che il teatro sia troppo prezioso. Il cinema ha l’artificio del montaggio con il quale salviamo gli attori e le loro carriere.

E il pubblico? 

E il pubblico non se ne accorge (sorride, ndr).

Fonte : Fanpage