È morto mons. Yves Ramousse, il vescovo francese cacciato dai Khmer Rossi

Mons. Ramousse è morto ieri di Covid. Era stato espulso da Phnom Penh nel 1975. Vi è ritornato nel 1989. Ha molto puntato sulla crescita di una Chiesa khmer e sulla fioritura di vocazioni sacerdotali locali. È stato anche grazie a lui che la Chiesa cattolica è oggi riconosciuta dal governo cambogiano. La collaborazione con il Pime per il salvataggio di 2mila boat people cambogiani e vietnamiti.

Roma (AsiaNews) – Mons. Yves Ramousse, vicario apostolico di Phnom Penh fino alla presa di potere dei Khmer Rossi e poi ancora vicario alla riapertura della Cambogia (dal 1992 al 2001), è morto ieri all’età di 93 anni. È stato testimone della distruzione della Chiesa cambogiana durante il regime del terrore inaugurato da Pol Pot, ma è stato anche fra coloro che sono tornati nel Paese, contribuendo alla rinascita delle comunità cristiane.

Nato il 23 febbraio 1928 a Sembadel (Haute-Loire), si avvicina al seminario delle Missioni estere di Parigi nel 1947 e nel 1953 viene ordinato sacerdote. Nel 1957 parte per la Cambogia.

A soli 35 anni è stato nominato vicario apostolico di Phnom Penh il 12 novembre 1962. Egli ha partecipato a diverse sessioni del Concilio Vaticano II, dove incontrando due vescovi del Laos, ha l’idea di far nascere una Conferenza dei vescovi di Cambogia e Laos, tentando un distanziamento dall’influenza preponderante dei cattolici vietnamiti.

Ritornato in Cambogia, spinge per un uso della lingua cambogiana nella liturgia, per lo studio del buddismo fra i cristiani, per la traduzione della Bibbia.

Nel 1968 ottiene da Roma la divisione del vicariato di Phnom Penh in tre, aggiungendo il vicariato di Battambang e di Kampong Cham. Tenta anche l’apertura di un seminario khmer, ma la guerra civile non permette di continuarlo.

Allo scoppio della guerra, i vietnamiti che lavorano nella Chiesa tornano in Vietnam e la comunità cristiana passa da 65mila fedeli a 7mila, fra cui 183 religiose, che decidono di rimanere. La più parte di loro troverà la morte durante gli anni di Pol Pot.

Nel 1975, quando i Khmer Rossi stanno per arrivare nella capitale, mons. Ramousse ordina vescovo un cambogiano, mons. Joseph Chmar Salas, ritornato apposta dagli studi in Francia. Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi prendono Phnom Penh e poche settimane dopo tutti gli stranieri vengono espulsi. In seguito, mons. Ramousse definirà l’esilio come “la negazione dell’invio in missione. Siamo rigettati come qualcosa di inutile. E allora ci si trova davanti a un vuoto. Molti missionari sono caduti in depressione perché non hanno mai potuto riempire questo vuoto”.

Mentre all’interno della Cambogia si compie il sacrificio di mons. Salas e di tutto il personale religioso, e di tanta parte della popolazione, mons. Ramousse si occupa dei rifugiati cambogiani fuggiti dall’oppressione del regime. In questo periodo mons. Ramousse ha collaborato con il Centro Pime di Milano per il salvataggio di circa 2mila boat people cambogiani e vietnamiti.

Alla caduta di Pol Pot e alla fine della guerra civile, nell’89 il vescovo ritorna in Cambogia con un Comitato di aiuti. Era stato preceduto da p. Emile Destombes e p. François Ponchaud e mons. André Lesouëf. Insieme e con molta pazienza ricostruiscono I rapporti all’interno della comunità cristiana, i cui fedeli sono stati dispersi o uccisi.

Grazie alla sua amicizia con il re Sihanouk, mons. Ramousse viene rinominato vicario apostolico di Phnom Penh; nel 1994 la Cambogia instaura i rapporti diplomatici con la Santa Sede e nel 1997 la Chiesa cattolica viene riconosciuta come realtà religiosa, e non come ong, com’era fino ad allora.

Il suo impegno è soprattutto focalizzato a far crescere un clero diocesano, un compito che dal 2001 sarà seguito anche dal suo successore, il p. Emile Destombes.

Mons. Ramousse è rimasto in Cambogia fino al 2013, poi si è ritirato in Francia a Montbeton. Ieri, ricoverato in ospedale, è morto di Covid-19.

Eglises d’Asie, il sito delle Missioni Estere di Parigi conclude così il suo ricordo: “La sua pazienza, la sua visione, la sua perspicacia, il suo coraggio, la sua resilienza e i suoi sacrifici hanno permesso alla Chiesa di Cambogia di rinascere dalle ceneri negli anni ’90. I giovani battezzati non conoscono mons. Yves, ma se essi sono oggi felici di seguire il Cristo, è in larga parte grazie a mons. Ramousse”.

Fonte : Asia