In Birmania l’esercito affronta una resistenza imprevista

23 febbraio 2021 09:47

Tre settimane dopo aver preso il potere, l’esercito birmano si trova a dover gestire una situazione imprevista. Né l’imposizione della legge marziale né gli arresti né i primi morti e nemmeno le minacce sempre più precise hanno fermato la popolazione, che ogni giorno scende in piazza per chiedere il ritorno della democrazia e la liberazione di Aung San Suu Kyi.

La sera del 21 febbraio, dopo un fine settimana in cui hanno sono morti tre manifestanti, l’esercito ha messo in guardia i giovani facendogli presente che rischiano la vita. Il 22 febbraio, però, la folla nelle strade di Rangoon e di altre grandi città paese era ancora più numerosa. Alle manifestazioni si è aggiunto uno sciopero generale.

Dato che le minacce e l’inizio della repressione non funzionano, quale opzione resta ai generali per portare avanti l’escalation ed evitare di perdere tutto?

Pressioni esterne senza peso
Su Twitter lo storico birmano Thant Myinth-U ha scritto: “Il risultato delle prossime settimane sarà determinato unicamente da due fattori: la volontà di un esercito che già in passato ha represso altre rivolte e il coraggio, la determinazione e l’abilità dei manifestanti. Niente è già deciso”.

Questo significa che gli interventi internazionali non avranno peso. Il processo politico avviato da tre settimane in Birmania non lascia a spazio, almeno per il momento, alle pressioni esterne.

La dinamica della crisi è del tutto interna e sembra non esserci spazio per un compromesso

Il 23 febbraio i ministri degli esteri dell’Unione europea si sono riuniti per discutere le sanzioni contro gli autori del colpo di stato. Tuttavia, anche se per i militari sono in gioco consistenti interessi finanziari, niente potrà convincerli a fare un passo indietro. L’esercito, infatti, ha attraversato il Rubicone e intende andare fino in fondo. La dinamica della crisi è dunque del tutto interna, ed evidentemente non è quella che avevano previsto i generali.

Secondo il professor Thant Myinth-U per i militari il colpo di stato era un semplice “riequilibrio istituzionale”, anche perché l’esercito controlla già le leve fondamentali del potere. Ma attaccando Aung San Suu Kyi e il suo partito, usciti vincitori dalle elezioni legislative del novembre 2020, i generali potrebbero aver involontariamente scatenato “un processo rivoluzionario”, come sottolinea lo storico.

Dopo tre settimane di scontro quotidiano tra una popolazione determinata e un esercito che non può arretrare, sembra non esserci spazio per il compromesso. Difficile immaginare che Aung San Suu Kyi possa uscire dalla sua residenza sorvegliata e accettare nuovamente di dividere il potere con le persone che hanno voluto rovesciare il suo governo.

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Ma soprattutto gli autori del colpo di stato non hanno colto l’affermazione di una nuova generazione che è in prima linea nei cortei.

La storia della Birmania è piuttosto violenta, con una lunga dittatura militare, massacri come i tremila morti del 1988, ribellioni etniche e altri drammi recenti come l’espulsione dei rohingya. Eppure i giovani birmani non portano il peso di questo passato, e scendono in strada per salvare un presente e un futuro improvvisamente messo in pericolo dal colpo di stato. Sarebbe tragico se la vitalità che stanno mostrando cadesse sotto i colpi di un esercito che ha determinato fin troppo il destino di questo paese tormentato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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Fonte : Internazionale