The Abyss, quando James Cameron ci portò in fondo al mare

Viene spesso considerato come una sorta di figlio di un Dio minore, messo di sovente in secondo piano rispetto ad altri indiscussi cult/capolavori di James Cameron, come il suo dittico di Terminator, Aliens – Scontro finale o il pluripremiato Titanic.
Ed ecco perché anche in occasione del suo trentennale, festeggiato nel 2019, non vi sono state celebrazioni o ricorrenze di alcuni tipo. Eppure The Abyss è un film quanto mai importante e coraggioso nella fortunatissima carriera del regista canadese, sempre pronto a osare e a recarsi “dove nessuno è mai giunto prima” per dar vita al suo cinema tronfio e titanico, capace di lasciare a bocca aperta l’osservatore.
Ci troviamo di fronte a un’opera importante che potrebbe anche suggerire potenziali spunti su come verranno affrontate le scene acquatiche che, da quanto più volte affermato, caratterizzeranno buona parte dei prossimi capitoli di Avatar.
Certo in questo caso con un grosso ausilio da parte dei più moderni effetti speciali, cosa che non si può certo dire per quanto concerne The Abyss: la pressoché totalità delle riprese infatti è stata interamente girata sott’acqua, con non pochi problemi che hanno visti coinvolti in prima persona il cast e la troupe. Ma andiamo con ordine in questo viaggio alla riscoperta di uno dei titoli più ambiziosi usciti sul finire di un decennio magico quale furono gli Anni Ottanta.

Oceano che vai, guerra che trovi

L’approccio narrativo si rifà a una gradevole corrente old-school, dove le tensioni della Guerra Fredda vengono utilizzate come genesi di una vicenda che, col procedere dei minuti, si ammanta di sfumature via via maggiori e di sorprendenti colpi di scena.
Quando un sottomarino americano affonda nelle vicinanze delle Isole Cayman nel Mar dei Caraibi per via della scia d’urto di un velivolo misterioso, che viaggia a una velocità impossibile per qualsiasi mezzo allora conosciuto, il governo organizza una spedizione di recupero per scoprire al contempo le cause dell’incidente.
La missione viene affidata a un ridotto team di Navy Seal, sotto il comando del rude tenente Hiram Coffey, che dovrà collaborare con un gruppo di operai specializzati, attivi su una piattaforma subacquea di proprietà di una compagnia petrolifera.
Il leader di questi ultimi, l’esperto Virgil “Bud” Brigman, si ritrova faccia a faccia con l’ex moglie Lindsey Brigman, reclutata anch’essa per velocizzare le operazioni in quanto progettista dell’intera struttura.

Le due squadre, obbligate a unire le forze, scoprono che per l’equipaggio del sommergibile non vi è ormai più nulla da fare e mentre tra i piani alti, in superficie, iniziano a circolare i sospetti che dietro il presunto attacco vi sia il nemico comunista, Lindsey sarà la prima testimone di un’altra verità che ha ben poco a che fare con l’intervento umano.

In fondo al mar

La passione per il mare e ciò che esso nasconde è da sempre uno dei “pallini” di Cameron, che otto anni più tardi otterrà un successo stratosferico con il sopracitato Titanic (1997) e agli inizi del nuovo millennio girerà ben tre documentari in loco, ossia Expedition: Bismarck (2002), Ghosts of the Abyss (2003) e Aliens of the Deep (2005).
Tralasciando volutamente il suo debole esordio con il sequel Piraña paura (1982), è molto probabile che tale ossessione sia nata – o almeno si sia evoluta – proprio sul set di The Abyss, vista la meticolosa attenzione con la quale il cineasta ha cercato di rendere il tutto più vero del vero, non per ciò che riguarda ovviamente il lato fantastico della vicenda ma nella gestione degli attori e delle location.
Perché qui gli interpreti hanno girato sul posto e, senza discendere ovviamente a profondità abissali per evitare rischi inutili e ben peggiori, si sono trovati ad affrontare diverse difficoltà. Spesso infatti i contatti con la superficie subivano ore di blackout e diversi guasti hanno danneggiato la centrale che funge da principale ambientazione.

Centrale che, seguendo quella consolidata ricerca del gigantismo da parte di Cameron, è di dimensioni reali e non un semplice modellino ricreato ad hoc: costata 700 milioni di dollari e abbandonata dalla compagnia produttrice per via di problemi di vario tipo, la base è stata opzionata appositamente per il film e riesce a dare quel senso di ulteriore spettacolo che d’altronde caratterizza l’intera visione.

Alta tensione

La cura per il design delle ambientazioni e per le scorribande subacquee, così come per i numerosi incidenti che minacciano la vita dei protagonisti – anche in questo caso, per evitare conseguenze agli interpreti, sono stati studiati a fondo escamotage di vario tipo – è a dir poco maniacale e la sensazione anche per il pubblico è quella di trovarsi effettivamente in un claustrofobico mondo sommerso, dove qualsiasi marginale errore può causare eventi catastrofici.
Ecco perciò che la tensione diventa un’avvolgente costante, con diverse scene madre di notevole impatto – dalla soggettiva in iperventilazione al disperato tentativo di rianimazione nell’ultima parte – che non lasciano un attimo di tregua, smussate qua e là dalle influenze più quiete e pseudo new-age che caratterizzano il versante fantascientifico del racconto.
L’anima sci-fi, pur assente per lunghi spezzoni, è alla fine ciò a cui tutto ruota intorno, ulteriormente sfumata nella director’s cut che aggiunge altre informazioni sulle figure aliene, quel popolo del mare dall’aspetto soave e dai risvolti apparentemente salvifici, che mette ancora una volta in luce le ombre di quell’interventismo tipico delle grandi superpotenze.

Non è un caso che il principale villain, un magnifico Michal Biehn sopra le righe, appaia come una sorta di antenato spirituale del colonnello interpretato da Stephen Lang in Avatar, in quanto impersona anch’esso la paura del diverso portata alle più estreme conseguenze.

Personaggi e atmosfere familiari

The Abyss fa suo un classicismo hollywoodiano nella gestione dei rapporti umani e dei dialoghi, con frasi fatte, battute a effetto e una retorica relativamente abituale, per quanto velata di una sottile auto-ironia. Lo stesso legame tra Bud e Lindsey – convincente l’alchimia tra gli ottimi Ed Harris e Mary Elizabeth Mastrantonio – si affida a un canovaccio prevedibile e risaputo, con tanto di inevitabile riconciliazione dopo i traumatici eventi vissuti da entrambi, ma riesce a garantire una sana dose di emozioni a tema.
Perché The Abyss è il tipico esempio di blockbuster vecchia scuola, di quando il digitale non aveva ancora preso possesso dell’intera messa in scena e l’impegno da parte di attori e controfigure era avvantaggiato da un contesto solido e tangibile.
Questo senza nulla togliere ai comunque memorabili effetti speciali, ai quali collaborò anche la leggendaria Industrial Light & Magic di George Lucas e vincitori del Premio Oscar: la realizzazione delle creature acquatiche, alieni che da tempo immemore vivono nascosti agli occhi dell’umanità, e dei loro avveniristici mezzi – dalla consistenza evanescente e fluttuante e dalle affascinanti tonalità violacee – è di assoluta grandezza e impreziosisce ulteriormente la resa estetica.

Resa estetica che, cosa fondamentale, non si mangia il resto, lasciando al centro di tutto una storia di individui alle prese con una disperata lotta per la sopravvivenza, nel tentativo di tornare in superficie sani e salvi ed evitare al contempo una potenziale Terza Guerra Mondiale o, addirittura, interplanetaria.
Un approccio per l’appunto dal sapore classico, con i pro (tanti) e i contro (pochi) che da questo conseguono.
Tanto che viaggiare negli abissi sul grande schermo non è mai più stato così appagante e plausibile, in un’esaltazione pura e primigenia di quel cinema che solo gli eighties sono stati in grado di offrire in maniera così spudorata, perfetto bilanciamento tra un intrattenimento semplice e intuitivo e sfumature più complesse, intrinseche a quel robusto divertimento di genere.

Fonte : Everyeye