Il petrolio kazako nelle mani dei cinesi. Lotta alla corruzione

Da giorni gli operai delle ditte petrolifere sono in sciopero per un aumento di stipendi e per criticare la svendita dei pozzi e dell’estrazione a stranieri, soprattutto cinesi. Corruzione fra dirigenti e politici. Secondo Trasparency International, il Paese è al 94mo posto, fra i più esposti alla corruzione.

Mosca (AsiaNews) – Punire i corrotti con una “gogna sociale”, facendo loro spazzare le strade, indossando gilet con la scritta “Restituire il debito alla società”. È l’idea risuonata ieri nella riunione dell’Agenzia per la lotta alla corruzione in Kazakistan. Il presidente dell’Agenzia, Alik Shpekbaev, ha proposto di adottare questa misura per i delitti di corruzione di piccola e media dimensione. “Questa misura – ha spiegato Shpekbaev – viene utilizzata con discreto successo in diversi paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), per esempio in Gran Bretagna si fanno indossare ai condannati dei gilet sgargianti con scritte simili, facendogli fare servizi per strada di bassa qualifica”. A suo parere, una tale misura ha un grande effetto psicologico, e permette alla società di guardare in faccia i propri anti-eroi.

Proprio due giorni fa Transparency International ha pubblicato l’Indice di diffusione della corruzione per il 2020. Il Kazakistan è arrivato a occupare la 94sima posizione, salendo di quasi 20 posti, rimanendo comunque nella fascia dei paesi più esposti alla corruzione, alla pari di Brasile, Etiopia, Peru e altri. Secondo gli autori dell’indagine, “i leader regionali corrotti e autoritari usano anche la pandemia per indebolire la vigilanza sulle spese pubbliche, limitando peraltro le libertà civili”.

Intanto, nel Paese si assiste da giorni a diversi importanti scioperi, legati proprio alla corruzione. Gli oltre 100 operai della KMK Munaj, che lavora ai pozzi di estrazione petrolifera nella regione di Aktjubinsk, scioperano dal 25 gennaio e chiedono un aumento del 100% dello stipendio (foto 2). Anche in altre aziende del settore gli scioperi sono molto frequenti. Uno storico dirigente petrolifero, Mendesh Salikov, ha spiegato ai corrispondenti di Azattyk che il problema più sentito, insieme alla corruzione dei dirigenti e dei politici, sono le concessioni agli stranieri, che fanno guidare le aziende a gente “che non conosce neanche l’odore del petrolio”.

In effetti, nella zona di Aktjubinsk quasi tutto è in mano ai cinesi, molto restii a venire incontro alle richieste degli operai locali. Lo stipendio medio di un lavoratore della KMK non arriva nemmeno ai 300 euro mensili, per un lavoro molto usurante, nel fango e all’aria aperta. In un ufficio in città, un impiegato guadagnerebbe la stessa cifra o anche di più. Gli operai rimangono presso i pozzi per diversi giorni di seguito, dormendo in minuscoli vagoni senza alcun ricambio d’aria accalcati in 8-10 per volta (foto 3). Senza contare che i lavoratori kazaki vengono pagati molto meno dei loro colleghi stranieri nella stessa azienda, e secondo le leggi kazake si può assumere fino al 50% di stranieri. Gli scioperi vogliono sollecitare il governo locale e quelli regionali ad avanzare più richieste agli investitori stranieri, soprattutto cinesi.

Secondo i piani, il Kazakistan estrae circa 90 milioni di tonnellate di petrolio all’anno, delle quali l’80-85% finisce all’estero, in Cina, Usa e Italia in particolare, poi anche in diversi altri paesi, che sono spesso anche i proprietari dei pozzi petroliferi.

Il presidente della KMK, Van Tzinbao, è giunto il 28 gennaio nella sede di Aktjubinsk per incontrare gli scioperanti, ma finora non si è giunti ad alcun accordo, anche per l’assenza di interlocutori delegati: gli operai chiedono di essere ascoltati tutti insieme. Tsinbao sostiene che la proprietà ha già fatto molto non tagliando ulteriormente gli stipendi, a fronte delle perdite dovute al crollo del prezzo del barile durante la pandemia, che è sceso fino a 18 dollari.

Fonte : Asia