Quando le mani si sfiorano, la recensione del film di Amma Asante

Germania, 1944. La quindicenne Leyna, figlia di madre tedesca e padre franco-algerino, vive nella paura per via del colore della sua pelle. I nazisti sono infatti impegnati sul campo nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche in patria la situazione non è certo rosea, con le deportazioni degli ebrei e una tensione costante che aleggia per le strade.
Nel piccolo Comune di Rüdesheim am Rhein, dove vivono gli zii, la ragazza sperimenta per la prima volta il peso della sua diversità ed è spesso costretta a nascondersi per evitare conseguenze ben peggiori per lei e la sua famiglia.
Un giorno Leyna conosce il coetaneo Lutz, membro della gioventù hitleriana e figlio di un ufficiale delle SS, e contro ogni aspettativa tra i due nasce l’amore. Un amore anch’esso da celare a occhi esterni, per via dei contraccolpi – potenzialmente mortali per entrambi – che la loro relazione potrebbe causare.

Gli abissi della storia

Si calcola che circa 25.000 bambini di colore, ma di cittadinanza tedesca, siano vissuti in Germania sotto il Terzo Reich, molti dei quali finiti poi nei campi di concentramento. Quando le mani si sfiorano prende spunto da una pagina spesso dimenticata dai film a sfondo bellico per innestarvi un dramma romantico di stampo classico, finendo per eccedere in una grondante retorica.
Se infatti l’intento è lodevole, e d’altronde questo dovrebbe essere il compito di ogni pellicola incentrata sul tema della Shoah, il risultato non può dirsi altrettanto riuscito per via di uno smaccato sentimentalismo che cerca costantemente la facile emozione, sia questa più lieta o più dolorosa, dimenticandosi di costruire un contesto e dei personaggi credibili.
Le due ore di visione vivono infatti su una serie di stereotipi, alcuni giustificabili altri meno, che tolgono respiro all’intensità del racconto e privano la love-story in divenire di quegli step necessari per risultare realmente accattivante, optando per colpi di scena più o meno improbabili al fine di diversificare una narrazione per gran parte piatta e monocorde.

Amore e guerra

Il film si divide in due segmenti distinti, il primo ambientato nelle strade della piccola cittadina dove vive la famiglia della protagonista e il secondo all’interno del campo di concentramento dove hanno luogo le peggiori nefandezze di cui l’essere umano abbia ricordo.
Nonostante la complessità dell’argomento, il tutto è edulcorato in una confezione a prova di grande pubblico, con paesaggi da cartolina spesso “filtrati” da aiutini digitali e un generale pressappochismo nella ricostruzione del lager, teatro degli eventi più tragici.
La regista e sceneggiatrice Amma Asante, già autrice del bell’affresco in costume de La ragazza del dipinto (2013), commette lo stesso errore già perpetrato nella sua opera precedente, coeva nell’esposizione di un amore interraziale, ossia A United Kingdom: L’amore che ha cambiato la storia (2016), concentrandosi esclusivamente sul messaggio etico ed edificante ma tralasciando il contorno.
Ed è un peccato che i personaggi e le loro vicine soffrano di questo approccio monodimensionale, giacché l’impegno della giovane Amandla Stenberg e del George MacKay di 1917 (2019) è partecipe e sentito, ma l’insieme soffre di troppe ingenuità stilistiche e narrative per poter lasciare veramente il segno.

Fonte : Everyeye