Paolo Berdini: “Bergamo cacciato? Paga la mancata promessa dello Stadio. La giunta Raggi è la peggiore del periodo recente”

Paolo Berdini, urbanista, è stato assessore all’Urbanistica della prima Giunta Raggi. Si è dimesso nel febbraio 2017, a meno di un anno dall’elezione dei Cinque Stelle, per divergenze sul via libera dell’amministrazione pentastellata in merito allo stadio della Roma. Da allora, è diventata una delle voci più critiche dell’operato della prima cittadina grillina. Proprio Berdini potrebbe essere uno dei candidati a sindaco alle prossime elezioni romane. Romatoday l’ha intervistato per commentare l’ennesimo rimpasto della giunta Raggi e capire cosa ne pensa del futuro della città.

A meno di sei mesi dal termine della consiliatura Raggi mette in atto l’ennesimo rimpasto. Come commenta questa decisione?

Il licenziamento del vicesindaco Luca Bergamo è figlio del fallimento dell’operazione dello stadio della Roma. La sindaca aveva promesso che prima di Natale avrebbe portato in Consiglio gli atti ma ciò non è avvenuto. È ormai noto a tutti che lo stadio sarà una delle tante promesse non mantenute dall’amministrazione Raggi. E chi è stato l’artefice del cambio di rotta sulla vicenda dello stadio? Luca Bergamo. Nel corso di un interrogatorio nell’ambito del processo sullo stadio il capo dell’ufficio tecnico di Parsitalia ha raccontato che nel gennaio del 2017 si sono tenuti alcuni incontri riservati nell’ufficio del vicesindaco (che non risulta indagato nell’inchiesta, ndr). Io era ancora assessore, ma non mi sono stati comunicati ufficialmente. È Bergamo, quindi, l’artefice del cambio di rotta dell’amministrazione sul tema dello stadio e adesso che, alla fine della legislatura, Raggi si ritrova con un pugno di mosche, è giusto che lo sostituisca. 

La sindaca, però, ha parlato di “diversità di visione in merito al futuro politico di Roma”. Non ci crede?

Sarò onesto, la giunta Raggi è la peggiore del periodo recente e non ha mai espresso alcun indirizzo rispetto al futuro di Roma. Non riesco a capire su quali punti possano essere divisi. Parliamo di un’inconcludenza e di una incompetenza assolute, non credo a questa motivazione.

Raggi ha sbagliato a ricandidarsi?

No, Raggi ha fatto bene a decidere di ripresentarsi e di sottoporsi al giudizio degli elettori, ne ha tutto il diritto. Viene però da cinque anni di immobilismo e di mancanza di qualunque idea di futuro, che non riguardi piste ciclabili o funivie, per questo Raggi avrà brutte sorprese. Roma è una città tollerante ma non dimentica la distanza che c’è tra le promesse della campagna elettorale e la loro attuazione. Lo stallo di questa città preoccupa tutti, soprattutto chi è stato colpito duramente dalle conseguenze economiche della pandemia. 

Di cosa ha bisogno Roma secondo lei?

Rispondo a questa domanda a prescindere da quale candidato verrà eletto alle prossime elezioni. Roma, dopo trent’anni in cui l’urbanistica pubblica è stata demolita – e Roma è la prima città in Italia in cui questo è avvenuto – , è una città diseguale. Lo fotografa per esempio la Caritas che nel suo report annuale sulla povertà ci dice che nei municipi centrali il reddito medio pro capite è di 38mila euro, pari a quello di regioni come la Lombardia o l’Emilia Romagna, mentre nelle periferie il reddito crolla a meno della metà. Una situazione che è il risultato di anni di politiche neoliberiste. Altro esempio è dato dal libro ‘Le mappe della disuguaglianza’, che certifica molto bene la cesura tra il centro e la periferia: nel primo il 40 per cento della popolazione è laureata, mentre nelle seconde questo dato scende al 10 per cento. Roma esce sconvolta da 30 anni di abbandono delle periferie, si rischia lo scollamento sociale. Per questo è obbligatorio, in questo momento, pensare al futuro delle periferie. 

Secondo lei, cosa è mancato per le periferie in questi anni di amministrazione Raggi?

L’obiettivo di ogni amministrazione dovrebbe essere quello di diminuire le distanze tra il centro e la periferia. Si tratta di un punto ineludibile, dal momento che alcuni quartieri distano dal centro anche 14 chilometri. Serve una moderna rete tranviaria. Va realizzato un sistema di trasporto moderno che permetta alla città di non soffocare nel traffico. La seconda questione fondamentale riguarda il fatto che Roma è l’unica capitale che ha al suo interno un centinaio di edifici abbandonati occupati da famiglie di senza casa. Questa è una situazione che va risolta. Negli anni Ottanta la giunta Petroselli ha cancellato in tre anni il problema delle baracche costruendo Tor Bella Monaca. Non è questa la sede per dire se il quartiere ha funzionato nel tempo, il dato di fatto è che il problema è stato risolto in tre anni. Per superare l’emergenza abitativa abbiamo bisogno di 5 o 6 mila alloggi per accogliere famiglie a basso reddito, molte delle quali sono migranti, che hanno il diritto a una casa. Al contrario, nel corso dell’amministrazione Raggi, abbiamo assistito allo sgombero di una scuola di proprietà comunale, abitata anche da tantissimi bambini, la cui occupazione non dava fastidio a nessuno. Oggi, quell’immobile, a distanza di un anno e mezzo, è vuoto e sta cadendo a pezzi. Si è trattata di una cattiveria sociale che non si deve più verificare. Questa città dovrà essere accogliente verso gli ultimi. 

Lei è stato assessore nella prima giunta. Di acqua sotto i ponti ne è passata da quando si è dimesso e, da allora, è stato una delle voci più critiche verso Raggi. Rispetto al progetto a cui lei ha aderito, qual è il fallimento più grande di questa amministrazione?

Il principale obiettivo dell’amministrazione Raggi era riportare la legalità. Nonostante questo, a Ostia, per esempio, non è ancora stato approvato il piano degli arenili. Nell’unico municipio che sia mai stato sciolto per mafia a Roma, gli arenili sono ancora nelle mani delle stesse persone che li gestiscono da anni. Un fallimento clamoroso che Raggi si ritroverà a pagare. Altro esempio: aveva promesso che avrebbe riportato tutte le convenzioni approvate negli anni dell’urbanistica allegra nel perimetro della legalità. Era una promessa elettorale ma non è stato fatto nulla. Nulla per i punti verde qualità, nulla per i piani di zona. Raggi aveva raccolto consenso anche tra le associazioni che operano negli immobili del patrimonio indisponibile di Roma Capitale, promettendo che avrebbe risolto le questioni sollevate dalla delibera 140 dell’amministrazione Marino. Tutte queste associazioni hanno diritto a stabilizzare la propria presenza in questi immobili a canoni ribassati in virtù del ruolo sociale che svolgono. Era necessario superare la visione economicistica della città. In cinque anni c’è stato solo un accenno di bozza che, tra l’altro, prevede la messa a bando di questi locali. Su questi temi hanno guadagnato un consenso enorme eppure non hanno fatto nulla. La città non si dimenticherà della differenza tra le promesse avanzate e quanto fatto. 

Ha citato i piani di zona. L’amministrazione Raggi ha approvato diverse delibere sul tema dei piani di zona, soprattutto per quanto riguarda le revoche di concessioni a costruttori che non le hanno rispettate. Serviva un impegno maggiore?

Questa amministrazione ha certamente dato alcuni colpi ad alcuni imbrogli che sono stati perpetrati sulle spalle della città, mi riferivo al fatto che è mancata una visione per questo settore fondamentale dell’economia cittadina. Invece è stato messo in una zona d’ombra nella quale sono stati presentati tutti come imbroglioni. Nel mondo dei piani di zona c’è invece molta gente che ha a cuore l’interesse comune e che poteva avere un ruolo nell’alleviare le tensioni abitative di questa città. Invece c’è stato un pregiudizio ideologico nei confronti del mondo cooperativo. Non è possibile che c’è gente che ha pagato regolarmente e si ritrova con quartieri senza servizi né dignità per qualsiasi luogo civile. Toccava alla politica pubblica intervenire, anche chiedendo i soldi dovuti ai privati. 

Nei mesi scorsi ha annunciato di essere disposto a candidarsi a sindaco di Roma. Su quali temi dovrà concentrarsi, secondo lei, il confronto elettorale?

A Roma ci sono un centinaio di progetti fermi. Dovremmo confrontarci sul necessario per far ripartire una città che deve tornare a guardare al suo ruolo internazionale. Il Papa, per il futuro del mondo, ha parlato di ‘ecologia integrale’. Ecco, noi possiamo coniugare la necessità di un’ecologia integrale a quella della ripartenza della città. 

Cosa significherebbe puntare a una ‘ecologia integrale’ per Roma?

Prima di tutto il diritto alla mobilità, quindi realizzare trasporti che funzionino, anche per mitigare gli effetti negativi del trasporto privato sul riscaldamento globale. Poi, case per le famiglie a basso reddito, risolvere il problema delle occupazioni e delle assegnazioni per una casa popolare. E ancora. Ripristinare tutti quei servizi tagliati in questi anni di politiche neoliberiste, sempre dietro ai dettami di un’economia di rapina. La prossima campagna elettorale e i prossimi cinque anni di amministrazione dovranno guardare a uno sviluppo economico differente puntando a un’ecologia integrale. Se questo sarà l’elemento di discussione, sarò contento di partecipare. 

Possiamo dire che la sua candidatura è ufficiale?

Per ora ho candidato un tema, quello della città dell’ecologia integrale, perché sono convinto che cambiare paradigma di sviluppo sia l’unico strumento per far ripartire la città e dare una prospettiva di lavoro ai giovani e a chi è stato posto ai margini. Se questa idea aggregherà forze politiche e sociali sarò felice di partecipare alla competizione elettorale.

Fonte : Roma Today