La pandemia dentro una residenza per anziani

29 gennaio 2021 10:01

“Cambia la mappa delle passioni, perché cambia la carta topografica in cui mi trovo: c’è più spazio dietro che davanti. Sono libera di ricordare, scoprire. Non sono libera di progettare, sono libera dal progettare”. Rossana Rossanda, Questo corpo che mi abita, 2018

Nella borsa conserva una foto in cui i suoi capelli sono tutti neri, gli è stata scattata otto giorni prima che arrivasse il virus, nel marzo del 2020. La foto è stata sviluppata quando il lockdown era già cominciato e per Maria Guerra rimane l’immagine del mondo di prima. Quello in cui nella residenza per anziani si passavano i pomeriggi tra le visite dei parenti, la parrucchiera, le recite teatrali, i cori e le tombolate. “Ora guardate come mi sono ridotta”, dice mostrando i capelli corti e canuti. “Non permettono più di chiamare la parrucchiera, non me la chiamano più per via delle restrizioni”.

Novant’anni compiuti il 27 ottobre, ospite da tre in una residenza assistenziale per anziani dell’Aquila (l’ex Onpi), Maria Guerra si è ammalata di coronavirus in autunno, ma è sopravvissuta. Per lei la malattia corrisponde alla sensazione di perdere le forze. Ha avuto sintomi lievi e gli operatori della casa di cura non le hanno detto che si era infettata, se non quando ne è uscita. È stata isolata nella sua camera, senza poter frequentare gli spazi comuni. “Non avevo forza, mi sentivo debole, ma a parte questo non mi sono nemmeno accorta di essere ammalata. Le operatrici e mio figlio non me l’hanno comunicato”.

Originaria di un paese nella provincia di Rovigo, Salara, insegnante elementare in pensione, vedova, madre di due figli e nonna di cinque nipoti, Maria Guerra è sopravvissuta all’epidemia che si è portata via quasi novantamila persone in Italia in meno di un anno. Una larga parte di loro erano anziani, almeno un quarto erano ospitati nelle case di riposo e nelle residenze per anziani. “Io mi sento tranquilla, non mi sono mai resa conto della gravità di questa malattia”, confessa. All’inizio di marzo pensava che le restrizioni sarebbero durate soltanto un mese, poi ha capito che la pandemia le avrebbe stravolto la vita: niente più visite, niente più passeggiate, niente più uscite. Cosa significa vivere in clausura quando non si ha molto futuro davanti a sé? Maria Guerra sembra tranquilla: anche per effetto della chiusura della casa di riposo alle visite esterne si è sentita protetta, come in una bolla.

Intorno a lei le persone si ammalavano e morivano. Forse anche questo è un effetto dell’età: la distanza con quello che succede intorno, la capacità di mettere tutto in prospettiva. “Io sono nata nel trenta, mia madre Teresa è morta pochi mesi dopo la mia nascita, per un tumore. E la mia matrigna mi parlava della spagnola che c’era stata nel 1918. Io all’inizio non capivo che cosa fosse questo virus, ma credo che sia la cosa più vicina alla spagnola di cui mi parlavano quando ero bambina”, racconta.

Fuori cadono leggeri i primi fiocchi di neve dell’inverno e un’atmosfera ovattata avvolge la casa di riposo, dai finestroni dell’edificio si ammira il Gran Sasso imbiancato e i tetti della città, mentre dentro la struttura – che ospita 21 anziani non autosufficienti – i neon illuminano una stanza in cui è stata montata una parete di plexiglass. La stanza degli abbracci, la chiamano. È uno spazio in cui gli anziani, dopo mesi d’isolamento, potranno tornare a incontrare i loro familiari, guardandoli attraverso il pannello trasparente, con la possibilità di abbracciarli attraverso dei tubolari di plastica in cui si possono infilare braccia e mani. “Mi viene da ridere a vedere questi affari”, commenta Maria che per molti anni ha vissuto a Venezia con suo marito Fabio, prima di trasferirsi in Abruzzo negli anni sessanta.

“Mio marito era di Assergi e aveva una grande nostalgia del Gran Sasso, io lo accompagnavo a sciare, ma non ho mai imparato”, racconta. Ha le mani lunghe e affusolate e non ci vede più molto bene, ma discorre in un italiano raffinato e non le manca il senso dell’umorismo. “Mi è andata via la mente, perché sono vecchia”, scherza quando non si ricorda con precisione le date che hanno scandito la sua vita. Nella pandemia più di tutto le è mancato vedere suo nipote Lorenzo, che è disabile e non riesce a parlare neppure al telefono. “Mio nipote è il mio grande amore”, afferma. Suo figlio Franco invece lo sente tutti i giorni. “Il giovanotto”, lo chiama, anche se ormai ha superato i cinquanta e ha tre figlie. Spesso Franco le fa recapitare dei pacchi con dei biscotti, della cioccolata. Maria dice di essere molto golosa di dolci, anche se non si direbbe a giudicare dalla sua figura longilinea.

“Da marzo le giornate sono cambiate molto, la televisione è diventata la mia unica compagnia. Prima i giorni erano impegnati. Adesso ci annoiamo”, continua, mentre mostra la sala biblioteca e la sala comune, il cosiddetto solarium, le due stanze in cui si svolge ormai la maggior parte delle attività. Per fare passare del tempo, gli operatori hanno montato un proiettore. Ma le attività di socializzazione sono molto ridotte. Maria ricorda un suo amico, uno degli ospiti della casa, che è morto a gennaio, prima che arrivasse il lockdown. Era un medico in pensione, ma era un uomo colto che scriveva anche libri e poesie ed era una delle presenze per lei più stabili: pranzavano insieme, chiacchieravano, si scambiavano libri, si facevano compagnia. Guerra si affida molto a una delle assistenti sociali della struttura, Assunta Sivo, che considera come un’amica. “La signora”, la chiama. “Anche mio figlio si fida molto di lei, per me è stata una tutrice”, assicura.

I suoi punti di riferimento si sono ridotti al minimo e le giornate scorrono lentamente. Tutte uguali. Ma nonostante questo la donna non sembra sconfortata, i suoi pensieri sono leggeri, poco influenzati dalla conta quotidiana dei morti diffusa dalle autorità e dalle preoccupazioni per la crisi sanitaria ed economica: “Io sono convinta che usciremo da questa malattia, sono positiva, ho fiducia nel vaccino, ho sentito che presto arriverà un vaccino italiano. Non ho molto futuro, non so fino a dove riesco ad arrivare, ma per gli altri il futuro lo vedo”, dice con sicurezza.

I vaccini non sono ancora arrivati nella residenza aquilana, ma tutti gli anziani hanno espresso la volontà di farsi vaccinare, mentre molti operatori hanno manifestato delle reticenze. “È un dato che ci ha sorpreso molto, tre operatori su sei non vogliono vaccinarsi”, confessa Daniela Bafile, presidente della struttura, finanziata dal comune dell’Aquila e dalla regione Abruzzo. La residenza è stata colpita anche dal terremoto nel 2009, ma non è stata danneggiata in maniera importante e dal 2013 ha ricominciato a funzionare offrendo quaranta posti letto agli anziani non autosufficienti del territorio.

“Nella prima fase l’epidemia ci ha trovati impreparati, soprattutto rispetto all’approvvigionamento dei dispositivi di sicurezza: mascherine, camici. Dal 25 febbraio abbiamo chiuso la struttura alle visite esterne e ai parenti, ma in città non c’erano molti casi. Siamo stati risparmiati fino a novembre”, racconta Bafile, mostrando la sala conferenze, il bar e il teatro della struttura che sono chiusi da mesi. “Da marzo non abbiamo più potuto accettare nessun nuovo ospite, abbiamo anche chiesto agli anziani se preferivano tornare a casa o dai loro figli durante il lockdown”, assicura. Ma tutti hanno accettato di rimanere nella struttura che si è chiusa come un fortino: un cambiamento radicale per una residenza che era abituata a ospitare molte attività dall’esterno. La residenza ha chiesto una consulenza a Medici senza frontiere per realizzare una zona rossa, ma soprattutto per realizzare dei circuiti di sicurezza per il personale, il servizio è stato stravolto.

Nell’ex Onpi il focolaio è scoppiato il 9 novembre, il primo caso è stato individuato con uno screening: test sierologici e molecolari. L’emergenza è rientrata solo a fine dicembre. “Abbiamo individuato a inizio novembre cinque casi positivi tra gli anziani e sei postivi tra gli operatori, tutti asintomatici”, spiega la dottoressa Anna Calvarese, il medico della struttura. “La positività di sei operatori su undici è stato subito un problema, perché sul breve periodo ci è mancato il personale. La parola d’ordine a quel punto è stata: reperiamo le bombole di ossigeno. Questa è stata un’altra criticità, non si trovavano, le abbiamo cercate in ogni farmacia della zona”, spiega il medico. “Verso fine novembre abbiamo attivato le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), ma queste unità hanno tardato a intervenire perché non riuscivano a fare fronte al carico di lavoro”, continua Calvarese.

“Abbiamo dovuto riorganizzare il servizio, le persone sono state isolate nelle loro camere, non è stato possibile individuare una zona rossa all’interno della struttura. I pasti venivano consegnati in stanza dagli operatori”, spiega la dottoressa. I casi più gravi sono stati trasferiti in ospedale. Alla fine di dicembre, i deceduti sono stati dodici. La mortalità rispetto all’anno precedente è aumentata del cinquanta per cento. “Molti sono morti per patologie pregresse, perché le persone che ospitiamo sono molto anziane, l’età media in questa struttura è di novant’anni”.

Uno degli aspetti più problematici è stato il contatto con le famiglie. “Abbiamo provato a farli parlare con i familiari attraverso dei tablet e il telefono, ma per loro la cosa più difficile è stato l’isolamento, stare soli nelle loro stanze, non poter uscire”, spiega Sivo, l’assistente sociale. Anche gli operatori hanno avuto le loro preoccupazioni: “Per ognuno di noi è stato devastante sapere che gli anziani erano da soli nelle loro camere, poi tornare a casa e stare attenti a non toccare i nostri figli, avere il terrore di passare il virus ai nostri familiari”, racconta. Per Maddalena Iavolato, un’altra assistente sociale, l’esperienza traumatica del covid si è sommata a quella del terremoto: “Siamo stati in prima linea già con il sisma, questo ci è servito forse per essere più compatti anche nel periodo del covid. Siamo abituati a combattere”.

Anche per Iavolato la preoccupazione più grande è stata quella di trasmettere il virus a suo marito e sua figlia: “Noi siamo venuti sempre a lavorare, ma quando rientriamo a casa cerchiamo di liberarci di tutti i vestiti, ci confrontiamo tra di noi sulle condotte da tenere. Abbiamo parlato con i nostri familiari, avvertendoli che avremmo potuto contrarre il virus, all’inizio abbiamo anche valutato di dormire nella struttura”, continua Iavolato.

La pandemia ha fatto emergere in molti paesi la mancanza di dati, di standard comuni e di controlli per le case di riposo e le residenze per anziani. Secondo un’indagine dell’Istituto superiore di sanità, presentata a giugno del 2020, la metà dei decessi avvenuti in Italia nelle residenze per anziani nei primi sei mesi dell’anno erano “sospetti covid”. In Lombardia un decesso su cinque nella prima ondata è avvenuto in una residenza per anziani; nella stessa regione tra gli ultrasettantenni il cinquanta per cento dei decessi è avvenuto in una di queste strutture. Ma durante la pandemia è emerso soprattutto che gli standard assistenziali differiscono molto tra le diverse regioni e province.

Mancano addirittura dati e controlli sul settore delle residenze, che è sempre più centrale a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. In Italia sono 4,5 milioni gli ultraottantenni, di cui circa 800mila novantenni; il 33 per cento dei nuclei familiari è composto da anziani soli e di questi la metà ha più di 65 anni. Ma non ci sono dati certi neppure su quante persone siano ospitate in Italia dalle residenze sanitarie per anziani (Rsa): si stima che siano almeno 290mila, con un’età media di 87 anni.

“Durante la pandemia c’è stata questa contrapposizione fittizia tra vecchi e giovani, sui giornali e nelle parole di molti politici li hanno definiti improduttivi. Non si è dato peso al valore degli anziani, al loro ruolo nelle nostre società, al loro essere per molti versi anche una forma di welfare indiretto per i familiari”, afferma Ernesto Placidi del consiglio direttivo della residenza ex Onpi dell’Aquila.

Amnesty international nel suo rapporto Abbandonati ha denunciato le gravi carenze delle residenze per anziani in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, le regioni più colpite dall’epidemia e delle autorità italiane di fronte alla prima ondata: “Nel rispondere alla pandemia, il governo italiano e le autorità regionali non sono riusciti a intraprendere misure tempestive per tutelare la vita e i diritti delle persone anziane presenti nelle strutture residenziali sociosanitarie e, di fatto, hanno adottato politiche e consentito pratiche che hanno messo a rischio la vita e la sicurezza sia degli ospiti che degli operatori sanitari. Tali decisioni e politiche hanno prodotto o contributo a determinare violazioni dei diritti umani degli ospiti anziani residenti, in particolare del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione”.

Secondo Amnesty international, la chiusura non tempestiva alle visite esterne delle strutture in alcune regioni, il mancato o tardivo sostegno delle istituzioni nella fornitura di dispositivi di protezione individuale, il ritardo nell’esecuzione di tamponi sui pazienti e sul personale sanitario, sono alcuni degli elementi che hanno contribuito all’esito drammatico della prima ondata nelle residenze per anziani italiane, nonostante gli anziani fossero stati dichiarati tra i più vulnerabili al virus fin dall’inizio della pandemia dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

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Ora che si è gettata il covid alle spalle, Gertrude Marrone non smette di sperare in un futuro migliore. Ha 99 anni, è un’insegnante di lettere in pensione e cammina grazie all’aiuto di un deambulatore, vive nella residenza per anziani ex Onpi dal 2005 ed è una delle memorie storiche del posto. Anche lei ha avuto il covid-19 ed è sopravvissuta. “Il covid è stata l’esperienza più brutta della mia vita. Ho vissuto durante la guerra, allora vivevo a Tornimparte, il mio paese, ma ho dovuto interrompere l’università perché non potevo più andare a Roma”, racconta. “Durante la guerra collaboravamo con i partigiani, li avvertivamo dei movimenti dei fascisti, dei pericoli, è stato un periodo difficile. Ma il covid è più brutto, perché non sappiamo quando finirà”, continua.

“Non nascondo che ho paura, è umano avere paura. Ma speriamo nel vaccino. Quando arriva il vaccino?”, chiede all’assistente sociale con un’aria seria. Marrone ha fatto l’insegnante per quarant’anni: “La scuola è stata la mia vita, cercavo di capire il carattere dei miei ragazzi, loro si applicavano a volte per farmi piacere, perché avevano stima di me”. Quando è venuto a mancare suo marito ha deciso di entrare nella struttura per anziani, “per mantenere il mio stile di vita e non pesare sul mio unico figlio”.

“Mi manca la vicinanza delle persone amiche, mi piace molto conversare, chiacchierare, questo per ora non è possibile. Però proviamo ad andare avanti e ad accettare la situazione”. Il figlio Marco lo sente solo per telefono, anche più volte al giorno: “Mi fa coraggio. Mi manda dei pacchi con i dolciumi: castagne al rum, cioccolato fondente, biscotti”. Questa mancanza l’ha sentita soprattutto a Natale e durante le feste: “Abbiamo sentito la mancanza delle persone care, viviamo di ricordi”.

Prima leggeva molto: i classici della letteratura, Guerra e pace, Tolstoj, Dostoevskij. Ma ora problemi alla vista le impediscono di leggere come prima. L’attività che le impegna il tempo è ricordare: “Ricordo il mio passato, lo rivivo. Il ricordo più bello è quando mi hanno portato mio figlio Marco, dopo la sua nascita. Me lo hanno messo tra le braccia. È stato un momento bellissimo. Oppure mi ricordo il Natale con la mia famiglia, quando eravamo tutti intorno al tavolo”. Gli anziani sono stati i più colpiti dal virus, ma a guardare Gertrude Marrone e gli altri ospiti della casa per anziani dell’Aquila sembra che siano i meno provati dal punto di vista psicologico, forse perché più abituati a convivere con il pensiero della morte e del limite.

Uno scritto del poeta turco Nazim Hikmet diceva: “A settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte pur temendola e la vita peserà di più sulla bilancia”. Sembra il ritratto di Gertrude Marrone, che a 99 anni continua a pensare al mondo che verrà: “Vorrei un futuro migliore, un futuro di fratellanza. Tu come te lo immagini il futuro?”, chiede sorridendo, prima di salutare.

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Fonte : Internazionale