Hoffa, Jack Nicholson e Danny DeVito prima di The Irishman

Fino a qualche tempo fa il nome di Jimmy Hoffa era poco conosciuto al di fuori dei confini americani, ma l’uscita di The Irishman su Netflix ha reso popolare in tutto il mondo la sua controversa e tormentata esistenza. Il sindacalista originario dell’Indiana ha infatti contraddistinto le lotte dei lavoratori tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, prima di una repentina caduta per via di molteplici cause giudiziarie e di un carattere “difficile” che lo ha reso inviso alle autorità. Ciò che risulta più interessante in ambito prettamente cinematografico però sono le circostanze riguardo la sua scomparsa, ancora oggi avvolte nell’incertezza.
Come raccontato da Martin Scorsese nel suo recente capolavoro, in bilico tra dramma esistenziale e gangster-movie d’alta scuola, le rivelazioni del presunto assassino risalenti al 2003 sembrano aver fatto un po’ di chiarezza, ma ci sono ancora molti i dubbi a tal proposito.
Quelle magnifiche tre ore e mezza di visione non sono state però la prima incarnazione della vicenda e dei relativi personaggi sul grande schermo. Agli inizi degli anni ’90 fu infatti Danny DeVito a cimentarsi nell’impresa, sedendosi dietro la macchina da presa e impegnandosi nel ruolo di co-protagonista, affidando il controverso personaggio a un attore istrionico e sopra le righe quale Jack Nicholson.
Scopriamo perciò insieme meriti e debolezze di Hoffa, un film dal quale lo stesso Scorsese deve aver preso parzialmente ispirazione almeno per ciò che concerne l’andamento cronologico.

Dalla fine all’inizio

Anche in quest’occasione ci troviamo davanti a una narrazione che alterna l’effettivo presente, di poco precedente la tragedia in divenire, che viene riempito dai numerosi flashback che ci mostrano la scalata al potere del protagonista.
Se in The Irishman la vicenda era più ad ampio respiro, con la storia che si concentrava per gran parte sulla figura chiave di Frank Sheeran, in quest’occasione la sceneggiatura segue la strada di un vero e proprio biopic su Hoffa, alpha e omega dell’intera visione. Sheeran qui non compare nemmeno, ma il suo personaggio è stato assorbito da quello di Bobby Ciaro, braccio destro del sindacalista che ne incarna diverse peculiarità fondendole con quelle di altri suoi consiglieri.
I due si conoscono nel 1935, quando Hoffa stava cercando di organizzare un movimento di lavoratori per dare giusti guadagni ai camionisti e garantirsi così il ruolo di futuro leader del partito in divenire. Dopo i primi contrasti, Hoffa e Ciaro diventano inseparabili e nella lunga stagione degli scioperi stringono accordi con la mafia, dando via a un’alleanza che tornerà utile a entrambe le parti in causa.
Anche tramite l’aiuto da parte dell’organizzazione criminale Hoffa riesce a essere eletto presidente della Fratellanza Internazionale dei Camionisti, ma i suoi tesi rapporti con il procuratore generale Robert Kennedy e con gli uomini d’affari più ricchi del Paese rischiano di creargli non pochi grattacapi.

Il vecchio e il nuovo

A confronto con il film di Scorsese, Hoffa perde nettamente la sfida. Quella messa in scena da DeVito è infatti un’operazione ambiziosa ma altrettanto didascalica, che ha i suoi momenti ma non riesce a mantenere lo stesso livello di ritmo e intensità per tutta la sua durata (circa due ore e venti minuti) e con qualche tempo morto a far capolino all’interno del racconto.
Il regista/attore arrivava dal grande successo de La guerra dei Roses (1989), sua seconda prova da cineasta, per adagiarsi su una concezione di biopic dal taglio old-school, basata su step chiari e precisi. Se l’espediente che abbiamo menzionato all’inizio dello scorso paragrafo, quello della base narrativa presente dalla quale riavvolgere i ricordi del passato, possiede infatti un certo fascino – e deve aver appunto influenzato il simile svolgimento di The Irishman – e gli artifici visivi per i cambi di ambientazione risultano originali ed efficaci in più occasioni, la componente tensiva soffre di diverse cadute e il versante emozionale alla lunga ne risente.

Oltre i limiti

L’ambiguità di Hoffa è qui eccessivamente marcata, lo priva di quelle sfumature necessarie alla costruzione di un’ipotetica empatia nei suoi confronti e, fa strano dirlo, buona parte di colpa va forse all’interpretazione di Jack Nicholson. Ed è ironico pensare che le voci di casting volessero proprio Robert De Niro e Al Pacino tra le prime scelte per la parte.
Riconoscibile sin da subito nonostante l’ottimo make-up (per il quale la pellicola ha ricevuto una delle due candidature all’Oscar insieme a quella per la fotografia), Nicholson opera spesso uno sfiancante over-acting, tra i suoi tipici inarcamenti di sopracciglia e una recitazione urlata anche quando non strettamente necessario, rischiando di rendere il suo alter-ego una sorta di isterica macchietta.

A tratti strabordante e altrove trattenuto, tanto da ricevere sia una nomination al Golden Globe che una ai Razzie, il suo Jimmy Hoffa finisce paradossalmente per mettere in luce la performance di DeVito, abile nel moderare con i giusti toni l’eterno comprimario di Bobby Ciaro. Convincenti risultano poi Armand Assante nei panni del capo-mafia Carol D’Allesandro e il copioso numero di figure secondarie.

Un approccio di superficie

Se The Irishman è riuscito tramite una narrazione fiume, ricca di spunti e di ombre, a immergere in un contesto storico e sociale di grandi cambiamenti, con lo spettro della malavita che pende come una spada di Damocle sulle teste dei protagonisti, Hoffa pecca proprio nella ricostruzione dei rapporti umani, favorendo il contorno rispetto al succo principale. L’impressione è quella di un approccio corale, più attento ai dettagli di sottofondo che all’anima primigenia che un’esistenza così enigmatica nascondeva tra le sue pieghe.

Non mancano a ogni modo sequenze di grande impatto, dall’attacco spietato nei confronti dei lavoratori in sciopero – notevole a tal proposito il numero di comparse – fino ad alcune delle fasi processuali che vedono Jimmy/Nicholson assoluto mattatore.
Oppure la scena allo specchio nella quale Ciaro fa trasparire una sardonica amarezza con un’indole visionaria o quel finale che si prende delle libertà, dovute al fatto che in quegli anni si ignoravano ancora molte cose riguardo al reale destino toccato al sindacalista, e che risulta potente ed elegiaco al punto giusto.

Ma al giungere dei titoli di coda si respira un senso di parziale incompiutezza, sottolineato anche dal sottotitolo utilizzato per la distribuzione italiana, ossia Santo o mafioso?: il problema è che se il film stesso non prende una posizione, il pubblico sarà poco avvezzo a parteggiare o meno per un individuo così incertamente sospeso tra la gloria e la disfatta.

DeVito e il collega/sceneggiatore David Mamet si concentrano sull’esterno, su tutto ciò che circonda il percorso professionale – anche nelle sue diramazioni più subdole – e politico, e a venirne meno è quel lato umano che avrebbe garantito una maggior scorrevolezza all’intero insieme, qui troppo preoccupato dai dettagli per essere effettivamente appassionante e completo.

Fonte : Everyeye