Laurentino, il casale di via Gatto resta chiuso: “Nessuna manutenzione, vergogna”

C’è un albero crollato sul viale. Foglie che dallo scorso autunno hanno coperto il prato. E piante infestanti che sembrano essere cresciute un po’ ovunque. L’area verde di via Alfonso Gatto, al Laurentino, ha conosciuto giorni migliori.

Un patrimonio pubblico 

In quello spazio, chiuso ai cittadini, è presente un casale che, da tempo, ha smesso di essere utilizzato dal mezzadro che lo abitava. Con il piano di zona del Laurentino 38 è entrato a far parte del patrimonio pubblico. E’ stato riqualificato e per qualche anno ha ospitato anche una sede di RomaNatura. Poi è caduto nell’oblio, nonostante i tentativi dei cittadini e del Municipio di rimetterlo a servizio della cittadinanza.

Senza manutenzione

“Lì c’è anche uno storico fontanile che ormai è completamente sommerso dalla vegetazione – ha fatto notare Maurizio Filipponi portavoce del Consiglio di Quartiere  – ma anche a prescindere da questo, vorrei ricordare che è stato speso circa un milione di euro per riqualificare quel casale. Ed ora, vergognosamente privato della manutenzione,  serviranno altri soldi pubblici per sistemare il giardino ed a questo punto immaginiamo anche l’edificio”. Nel frattempo, però, resta off limits.

Le intenzioni disattese

Il consiglio di Quartiere aveva proposto la presa in carico del Municipio per farne il museo del parco archeologico ed una sala per celebrare i matrimoni laici. L’ente di prossimità a sua volta, nel 2018, aveva votato un provvedimento che impegnava il minisindaco Dario D’Innocenti “ad intraprendere tutte le iniziative necessarie per assumere il possesso dell’immobile e concordare con la Regione Lazio un cambio di destinazione d’uso”.

Il casale tra passato e presente

“Riqualificato ed abbandonato” come già nel 2017 aveva sottolineato il CdQ del Laurentino, quell’immobile è stato a lungo inutilizzato per l’assenza di un collaudo. Un impedimento tecnico burocratico che ha privato il territorio di uno spazio importante, storico. “Era uno dei casali della Massima – ha ricordato Maurizio Romano, presidente dell’associazione i casali della Memoria – e chi lo abitava, quando vigeva ancora la mezzadria e quel terreno era una tenuta agricola dei Torlonia, vi coltivava soprattutto il grano. Quella zona ne era così ricca che, per fare la mietitura, impiegavano anche quattro giorni”. Ora che il grano non c’è più, le falci e le vanghe sono state sostituite dai trattori. Ed in via Gatto, a questo punto, ce ne sarebbe di nuovo bisogno.

Fonte : Roma Today