La Tigre Bianca, la recensione del film originale Netflix

Dopo un’apertura del 2021 non propriamente entusiasmante con Outside the Wire, il colosso americano Netflix sposta l’attenzione dall’azione al dramma, dall’Europa all’India, con questo affascinante e riuscito La Tigre Bianca, adattamento dell’omonimo romanzo bestseller scritto da Aravind Adiga. Il film era stato presentato lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma, con un embargo lungo mesi, e adesso è finalmente approdato sulla piattaforma streaming, forse esempio più fulgido e interessante di una produzione indiana nel filone drammatico che non ha mai brillato come si deve via streaming, né stilisticamente né contenutisticamente.

Il “problema” sono i canoni bollywoodiani e il pubblico di riferimento, il che affonda le radici su di una questione culturale e di costume – nonché artistica – che andrebbe affrontata più nello specifico, ma in contesto vi basti sapere che in senso puramente drammaturgico e di linguaggio cinematografico, La Tigre Bianca è una più che discreta crasi tra metrica e tatto filmico americano e qualità narrativa e intellettuale indiana.

Dalle stalle alle stelle

Già nel suo sviluppo, infatti, la trasposizione diretta da Ramin Bahrani (99 Homes, Fahrenheit 451 su HBO) si presenta come una geo-dislocazione culturale del Sogno Americano, che dagli USA si sposta a Est, verso territori orientali e più esotici, speziato dal sapore, dalle problematiche e dalle usanze della società indiana. La storia segue infatti l’epica e cupamente umoristica ascesa del narratore e protagonista, Balram Halwai (Adrash Gourav), che da povero paesano diventa un imprenditore di grande successo nell’India moderna. Un personaggio astuto e molto ambizioso, questo di Balram, che fa in modo di divenire l’autista personale di Ashok e Pinky (Priyanka Chopra), giovani rampolli della casta indiana appena rientrati dall’America. La sua formazione è stata praticamente quella del servo, dunque Halwai fa di tutto per rendersi indispensabile ai due, anche se arriverà presto a capire come questi faranno in realtà ogni cosa per non farsi ingannare dalla sua astuzia. Il sogno di Balram è però quello di ascendere da Schiavo a Padrone, ma non come i vecchi capi delle Caste Indiane, perché il desiderio è quello di trasformarsi in un Padrone nuovo, un capo illuminato in un paese contemporaneo, moderno e sempre più occidentalizzato in termini economici e tecnologici.

La Tigre Bianca è un dramma sulle iniquità, la corruzione e le ingiustizie della società indiana vestito bellamente da thriller, anche nella lettura che ne dà Bahrani, che dà al romanzo un tocco di cinismo autocompiaciuto in più, rendendolo una sorta di epopea esistenzialista sull’auto-determinazione del singolo in un contesto complesso e avverso, contro tutto e tutti, in ribellione al sistema.

Dal punto di vista registico, il titolo è molto americano soprattutto nel montaggio e nelle soluzioni di raccordo narrativo che trova e sperimenta, in particolare quando vuole “macchiarsi” qua e là di commedia nera spietata e critica. Il valore principale dell’opera risiede comunque nella scrittura affilata, emotiva e intelligente prima di Adiga ma soprattutto di Bahrani, che riesce a confezionare un adattamento di grande pregio contenutistico ampliando e migliorando temi e situazioni del romanzo, dandogli il giusto taglio cinematografico, mai presuntuoso, avvolto da un classicismo setoso e accogliente, che cade morbido sugli occhi e l’attenzione dello spettatore per tutta l’intera durata del film.

Tra tutte le ottime interpretazioni che elevano in aggiunta la qualità dell’opera, impossibile non applaudire quella di Adrash Gourav, attore di straordinaria espressività e intensità emotiva che siamo certi lascerà un gran bel ricordo nella mente dell’audience.

Un titolo in definitiva semplice ma profondo, La Tigre Bianca, che non nasconde mai la sua ambizione senza tentare comunque di farla emergere rispetto al racconto, ai personaggi, all’evoluzione stessa della vita di Balram e del contesto in cui cresce, si trasforma e scopre. Un bel film dedicato alla risolutezza dell’essere umano contemporaneo che si fa quasi antitesi del Parasite di Bong Joon-ho, perché a parità di critica alla disparità sociale descrive le scale di grigio delle classi in gioco, tentando di unirle e mostrare (non con la stessa raffinatezza e puntualità) come tutto dipenda da chi si vuole essere o diventare.

Fonte : Everyeye