Si stanno studiando anche altri anticorpi monoclonali contro Covid-19

Sono in corso di studio vari anticorpi monoclonali diretti contro la proteina spike. Oggi sono ne stati individuati alcuni diretti su una parte meno studiata della proteina, il dominio Ntd, che potrebbe essere importante anche nella lotta alle nuove varianti del coronavirus

(foto: Miguel Á. Padriñán via Pixabay)

Ancora non abbiamo una terapia risolutiva contro il coronavirus. Ma gli anticorpi monoclonali potrebbero fornire, in futuro, un’opzione terapeutica promettente. Attualmente sono in corso di studio vari anticorpi monoclonali, diretti contro la proteina spike del Sars-Cov-2, e in particolare verso una delle sue parti, il cosiddetto dominio di legame al recettore (Rbd, Receptor binding domain). Ma ricerche precedenti hanno dimostrato che un’altra parte della proteina spike, il dominio N terminale (Ntd) potrebbe essere colpita dagli anticorpi.

Uno studio condotto dall’università di Washington a Seattle, cui ha preso parte anche l’ospedale Luigi Sacco dell’università di Milano, ha approfondito questo argomento e individuato 41 anticorpi monoclonali che risultano riconoscere questo dominio Ntd e che potrebbero essere promettenti. I risultati, riportati in una pagina su Nature, non sono ancora peer-reviewed ma sono disponibili in preprint su bioRxiv. Questi anticorpi monoclonali, come gli altri, potrebbero essere molto importanti e aiutare il trattamento anche nel caso delle nuove varianti del coronavirus.

Anticorpi monoclonali, le prove a oggi

Ancora non abbiamo cure efficaci contro il Covid e l’unico farmaco approvato per il Covid-19, in pazienti ricoverati e in casi specifici (aggiornati recentemente dall’Aifa), è il remdesivir. Riguardo a pazienti con forme lievi o moderate, trattati a casa, attualmente le linee guida indicano per i primi giorni dei sintomi – decisivi per l’evoluzione della malattia – paracetamolo o antinfiammatori non steroidei. La speranza è che in futuro arrivino nuovi trattamenti, anche per pazienti non (o non ancora) in condizioni gravi ma comunque a rischio. Potrebbe essere il caso degli anticorpi monoclonali, che nelle prime prove scientifiche hanno dimostrato di essere associati nelle fasi precoci a una riduzione della carica virale e stando ai dati preliminari a un calo degli accessi o dei ricoveri in ospedale. Tanto che l’Aifa intende sostenere uno studio per osservare se possano effettivamente prevenire la progressione della malattia e l’aggravamento del quadro clinico.

Più domìni, una sola spike

Gli anticorpi monoclonali sono cellule ottenute in laboratorio e in questo caso prodotte a partire da alcune cellule del sistema immunitario, i linfociti B, di pazienti guariti. Finora la maggior parte degli anticorpi monoclonali studiati colpiscono il dominio Rbd della proteina spike, una parte responsabile per il legame alla cellula ospitante del nostro organismo attraverso l’interazione con il recettore Ace2, presente in molte cellule. Questo pezzo è sicuramente importante e, insieme al dominio Ntd (altra parte della spike), rientra nella subunità della proteina spike alla base del legame fra il virus e il recettore della cellula. Insomma, anche altre parti della spike potrebbero essere bersagli validi e ci sono infatti ricerche che identificano anticorpi neutralizzanti diretti contro il dominio Ntd.

Attenzione alle nuove varianti del coronavirus

Lo studio odierno, condotto da un gruppo internazionale, ha individuato 41 anticorpi che riconoscono il dominio Ntd. Dalle analisi in vitro e su un modello animale di criceto emerge che alcuni di questi 41 risultano efficienti nel bloccare l’infezione tanto quanto altri che colpiscono il dominio Rbd, su cui è incentrata la maggiore dell’attenzione scientifica. In generale avere più anticorpi e diretti contro varie zone della proteina spike è importante sia per aumentare le possibili future opzioni terapeutiche sia per un altro motivo, scrivono i ricercatori nello studio. “Le nuove varianti del Sars-Cov-2″, si legge, “incluse la 501Y.V2 e il lignaggio B117 [le varianti note come quella scoperta in Sudafrica e quella in Regno Unito ndr] serbano diverse mutazioni localizzate nel super-sito Ntd. Questo suggerisce una pressione, in termini di selezione, continua e l’importanza di anticorpi monoclonali neutralizzanti specifici sul sito Ntd per un’immunità protettiva”.

Fonte : Wired