Blade Runner: lo struggente confronto finale tra Rick Deckard e Roy Batty

Quando Blade Runner, la storica pellicola sci-fi firmata Ridley Scott, è arrivata nelle sale nel 1982, nessuno si sarebbe potuto aspettare l’impatto che avrebbe avuto sul cinema (ma anche sull’intrattenimento in generale), soprattutto in rapporto alla sua tiepida accoglienza iniziale.
Eppure quel film in un primo momento a tratti incompreso, anche per la sua forte commistione con tematiche esistenziali capaci di sfociare senza problemi tanto nel lirismo quanto nella filosofia, nel corso degli anni è tornato sempre più prepotentemente a segnare un vero e proprio specifico immaginario legato alla fantascienza, ponendosi come una delle poche opere in grado di settare un prima e un dopo la sua uscita.
Numerosi i momenti cult, tra cui l’intramontabile scena finale sotto la pioggia con protagonisti Harrison Ford, nei panni del cacciatore di taglie Rick Deckard, e Rutger Hauer a interpretare l’enigmatico replicante Roy Batty.

Le porte di Tannhäuser

Per comprendere al meglio l’evocativo quanto struggente confronto finale tra Rick Deckard e Roy Batty, è necessario aver ben presente alcuni temi cardine su cui verte l’opera di Ridley Scott, tra cui il concetto di autodeterminazione legato alle forme di vita artificiali.
In Blade Runner lo spettatore viene immerso in un cupo mondo a cavallo tra numerose influenze distopiche e cyberpunk in cui gli esseri umani convivono con una loro versione migliorata sotto diversi aspetti, i replicanti, androidi organici geneticamente modificati impiegati per svolgere i più disparati lavori anche su colonie spaziali al di fuori del pianeta Terra.
Il protagonista delle vicende, Rick Deckard, ha il compito di eliminare alcuni replicanti che si sono mimetizzati nella società civile dopo essere fuggiti dalle colonie spaziali, nel tentativo di far rientrare l’emergenza.
Uno dei tanti snodi interessanti dell’opera (tratta dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick) è legato al bisogno dei replicanti di voler continuare a vivere, come testimoniato dalla loro volontà di andare alla ricerca dei propri creatori per farsi togliere il limite di vita di soli quattro anni.

Mentre Rick Deckard deve cercare di fermare degli avversari in realtà molto più forti di lui, i replicanti portano avanti una missione parallela a quella del cacciatore di taglie, quasi come se i personaggi in campo agissero in modo diametralmente opposto, chi per far cessare la vita e chi invece per farla continuare.

Nonostante lo stesso Roy Batty non sia presentato come positivo, le caratterizzazioni dei personaggi in scena passano da una zona grigia dove il confine tra bene e male non risulta così netto nel corso di tutta la durata dell’opera, spingendo gli stessi spettatori a domandarsi più volte dove sia il limite tra vita vera e artificiale (sviscerando uno dei temi cardine alla base della fantascienza con protagonisti gli androidi) e quanto sia importante per ogni organismo senziente il libero arbitrio.
Ed è così che, nel momento del confronto finale tra Deckard e Roy, il confine tra giusto e sbagliato diviene ancora più labile, anche per via di un’importante azione effettuata dallo stesso replicante, il villain principale della pellicola, che decide di salvare proprio colui che ha tentato di ucciderlo per tutto il film, dando vita a uno dei momenti più emozionanti del cinema.
Roy Batty infatti, pur incline alla violenza (come testimoniato dalle sue azioni), nel momento culminante decide di salvare il suo avversario, spiazzando lo stesso Deckard per la sua scelta a tratti illogica.

Come lacrime nella pioggia

Il replicante, avendo di fatto la possibilità di uccidere il cacciatore di taglie, sceglie invece consapevolmente di risparmiargli la vita, andando addirittura oltre, cioè imbastendo un breve quanto evocativo monologo atto a preservare le sue memorie per un tempo indefinito.
Sotto una pioggia scrosciante, il replicante (da cui un Deckard visibilmente spaventato si allontana come può temendo il peggio) sceglie quindi la via della redenzione e non della violenza, capendo di essere arrivato al momento finale della sua vita.

Il rimando così a un passato mitico, lontanissimo – in realtà della durata di pochissimi anni – che lo stesso Roy fa elencando le meraviglie che ha visto al di fuori del pianeta Terra permette al personaggio di sentirsi forse davvero vivo per la prima volta, scegliendo consapevolmente come comportarsi e come rapportarsi con il mondo senza inseguire alcun tipo di sogno utopico irrealizzabile.
Nel celebre monologo viene così evocato un profondo sense of wonder che proprio le parole del replicante riescono a rendere perfettamente tangibile e maestoso, con lo stesso Deckard che non può far altro che stare a sentire il suo interlocutore a cavallo tra meraviglia e stupore, quasi come se fosse un bambino che ascolta il racconto più bello mai sentito.
Estremamente evocativa la colonna sonora che accompagna la scena, capace di portare l’intera sequenza a una dimensione a tratti mitica ed eterea, riuscendo in maniera impeccabile a far viaggiare con la mente gli stessi spettatori verso mondi lontani.

Il potere della suggestione riesce così a elevare alla massima potenza l’idea stessa di cinema che non è solo un racconto per immagini come spesso viene indicato, ma un pot pourri di esperienze sensoriali che solo poche sequenze all’interno della settima arte sono state in grado di sfruttare e toccare a pieno.
Roy Batty parla di mondi lontani, di meraviglie insondabili per la mente umana ma che lui è riuscito a vedere e ad apprezzare in una maniera a tratti unica, rivendicando con le sue azioni finali e il suo monologo la volontà di autodeterminazione che proprio gli umani gli hanno negato, relegando lui e tutti i suoi simili a un destino di vera e propria schiavitù.
Schiavitù che ritorna nella sequenza finale, con lo stesso replicante che vuole far provare, seppur per un attimo, l’enorme grado di sofferenza, di smarrimento e di semplice terrore che proprio lui ha dovuto subire per tutta la sua intera vita.

Roy, dimostrandosi capace di provare una profonda tristezza esistenziale per la sua condizione, risulta toccato anche dal fatto che le sue esperienze si dissolveranno senza lasciare traccia, quasi come se il significato stesso di vita e morte passasse anche dal ricordo che la collettività ha di noi o, almeno, di quello che abbiamo provato a essere.
Lo sfogo finale di Roy risulta così una vera e propria epifania tanto per lui che per Deckard, che rimane colpito dal suo avversario, arrivando così alla conclusione che il confine che ormai separa gli umani dai replicanti è quasi del tutto intangibile.

Fonte : Everyeye