La grazia di Trump a Bannon è la degna conclusione di una presidenza all’insegna dell’abuso di potere

Trump se ne va sbattendo la porta: salva il suo ex consigliere di estrema destra, arrestato per appropriazione indebita, e altri personaggi a lui vicini. Dal muro col Messico ai disordini di Capitol Hill, il suo operato lascerà strascichi rovinosi

(foto:  Andrew Harrer-Pool/Getty Images)

Sembrava che questo giorno potesse non arrivare mai, tra risultati elettorali contestati, faldoni di ricorsi giudiziari e tentativi di colpo di stato. Invece, il 20 gennaio certifica la fine definitiva dell’era Trump, ufficialmente non più presidente degli Stati Uniti d’America. Si chiudono quattro anni molto difficili e complessi, durante i quali è successo più o meno di tutto e dove l’effettivo bilancio su come sia stato amministrato il paese da un punto di vista politico, economico, sociale è finito in secondo piano, oscurato dal modus operandi di Donald Trump.

La chiosa perfetta di questa storia è venuta nelle ultime ore della presidenza, quando l’ex tycoon ha concesso la grazia a 73 persone. Nulla di nuovo, è consuetudine negli Stati Uniti che i presidenti si congedino con un guizzo di umanità, ma anche su questo Donald Trump ha voluto lasciare il suo marchio. La cancellazione della pena ha riguardato Steve Bannon il suo ex consigliere vicino all’estrema destra che aveva svolto un ruolo di primo piano nella campagna elettorale per le presidenziali del 2016.

Steve Bannon (foto: Marco Romandini)

Con Bannon, arrestato per appropriazione indebita dei fondi raccolti per il muro con il Messico, i rapporti si erano interrotti, ma ora tra i due sarebbe in corso un riavvicinamento suggellato dalla concessione della grazia. Lo stesso trattamento è stato poi riservato nelle scorse ore ad altre persone della sfera politica di Trump, come diversi membri e sostenitori del partito repubblicano, oltre che a figure legate in qualche modo alla sua vita personale, come Ken Kurson, ex consulente del suo genero, o William T. Walters, vicino al suo avvocato. Il presidente uscente ha insomma usato il potere per perseguire i suoi interessi affettivi, un fatto più unico che raro e che sarebbe sconvolgente se solo non fosse una pratica che va avanti in loop da ormai quattro anni. 

Difficilmente avremo una nuova era Trump, non nel senso prettamente personale del termine ma del modo in cui essa si è consumata. Come ha scritto l’editorialista Thomas L. Friedman sul New York Times, è stato un terribile esperimento, qualcosa di pazzesco – nel senso negativo del termine. Al momento della sua elezione, lo sconvolgimento era stato globale e la sensazione era che avremmo assistito a un nuovo modo, certamente più folkloristico, di far politica. In realtà è andata molto peggio. Tutto il mandato di Trump è stato intriso di nazionalismo razziale, complottismo, cospirazionismo, violenza verbale, un mix di elementi che ha contribuito ad acuire lo scontro sociale e la polarizzazione politica negli Stati Uniti e che ha scavato la fossa a una democrazia che appariva già in crisi.

Siamo partiti dal muro con il Messico e dai divieti di ingresso sul suolo americano per i cittadini musulmani di alcuni paesi, siamo passati dal negazionismo climatico con tanto di addio agli accordi di Parigi e dal complottismo sanitario sui laboratori di Wuhan e le iniezioni di disinfettante, abbiamo concluso con la difesa dei suprematisti bianchi che come “patrioti” prima si scontravano con i manifestanti di Black Lives Matter e poi assaltavano il Congresso in quello che è parso a tutti gli effetti un colpo di stato.

Sono solo alcune delle pillole che raccontano cosa sia stata l’era Trump, che ancora più che nei fatti ha raggiunti picchi di tossicità nel modo in cui il presidente ha comunicato queste situazioni. I suoi profili sui social network si sono trasformati in mitragliatrici con cui offendere, scontrarsi, destabilizzare, soffiare sul fuoco delle tensioni sociali, in alcuni casi facendo seguire dei fatti, in altri lanciano solo il la, perché poi fossero i suoi “patrioti” a farsi esecutori materiali del suo verbo. Quello che ne esce è un paese che non è mai stato così diviso, dove la tensione sociale la fa da padrone e dove il vecchio jingle della democrazia più grande del mondo ha ormai perso totale credibilità agli occhi del mondo.

Donald Trump ha impresso un’accelerata esponenziale al declino di un’America che già non se la passava bene e questo in fin dei conti è stato anche un boomerang, perché ha nascosto se non cancellato anche quel poco di buono che la sua amministrazione può aver fatto, per esempio lato crescita economica costante, calo della disoccupazione, aumento dei redditi mediani. Elementi che appaiono positivi, in realtà fondati su un deficit senza precedenti, ma che comunque potevano essere rivendicati come un successo. Ma tutto questo è stato messo da parte, tanto dai detrattori di Donald Trump quanto dai suoi aficionados, perché gli Stati Uniti hanno raggiunto un tale livello di scontro e divisione a causa dei modi del suo ormai ex presidente che il bilancio politico ed economico di questi ultimi quattro anni è diventato contorno irrilevante. 

Donald Trump ha burattinato gli Usa come un giocattolo, in un delirio di onnipotenza che non solo non si è mai arrestato ma che anzi si è amplificato giorno dopo giorno e che si è concluso, in queste ultime ore, con l’esercizio del potere per perseguire i suoi interessi personali, dando la grazia ad amici e amici di. Oggi il calendario segna la fine di questo delirio e inizia una nuova era. Quella trumpiana appartiene però solo apparentemente al passato, perché la società americana si porterà dietro a lungo i suoi strascichi.

Fonte : Wired