Le sfide di Joe Biden in America Latina

19 gennaio 2021 13:52

Nel 2013, dopo che WikiLeaks aveva rivelato le intercettazioni dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ai danni della presidente brasiliana Dilma Rousseff, Joe Biden, allora vicepresidente, la chiamò per scusarsi. Un anno dopo, in visita in Brasile per una partita dei Mondiali di calcio, Biden portò a Rousseff un regalo: alcuni documenti desecretati sugli abusi commessi dalla dittatura miliare brasiliana tra il 1964 e il 1985. Tra le persone torturate in quel periodo c’era anche Rousseff.

La leader brasiliana ha definito Biden “un vicepresidente affascinante”, ma altri leader latinoamericani hanno un’opinione diversa. Otto Pérez Molina, ex presidente del Guatemala, rimpiange ancora il giorno in cui cedette alle pressioni di Biden per prolungare il mandato della Cicig, la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala sostenuta dalle Nazioni Unite. Pérez Molina ha manifestato il suo rammarico nel 2015, mentre era in un carcere militare in attesa di essere processato per corruzione. Le prove a suo carico erano state fornite dalla Cicig.

Ora che Biden ha vinto le elezioni è possibile che il suo interesse per la regione scemi, anche considerando i diversi problemi che dovrà affrontare. D’altronde l’unico cenno al Sudamerica presente nella nuovo libro di memorie di Barak Obama, Una terra promessa, è la confessione di aver “sorriso e annuito” durante una lunga cena nel 2011, pensando alla guerra in Libia mentre il presidente del Cile si dilungava sulle esportazioni di vino.

Eppure è probabile che Biden si occuperà dell’America Latina, anche perché da vicepresidente è stato l’uomo di punta di Obama nel continente, che ha visitato ben sedici volte. Le emergenze regionali, dall’emigrazione di massa al governo sempre più autoritario in Venezuela, richiederanno senz’altro l’attenzione del nuovo presidente. Di sicuro Biden adotterà uno stile diverso da quello prepotente di Donald Trump: difenderà lo stato di diritto e sosterrà la battaglia contro il cambiamento climatico, questioni del tutto ignorate dal suo predecessore. Inoltre nel 2021 Biden ospiterà il triennale summit delle Americhe.

Democrazia debole
L’America Latina è cambiata molto da quando Biden era vicepresidente. La crescita economica debole ha fatto diminuire la fiducia che la regione aveva in sé stessa. La pandemia ha ucciso 541mila persone tra l’America Latina e i Caraibi, un bilancio secondo solo a quello dell’Europa, e la conseguenza è la peggiore crisi economica in più di un secolo. I corrotti stanno vincendo la guerra contro la corruzione e la rabbia per un contratto sociale infranto ha causato una forte instabilità e l’elezione di presidenti populisti. I migranti venezuelani in fuga dalla crisi economica mettono in difficoltà i paesi vicini, mentre l’esodo dall’America Centrale, interrotto dalla pandemia, è ricominciato.

La democrazia è in difficoltà. La fondazione Bertelsmann, un gruppo di esperti indipendenti che valuta la forza democratica dei diversi paesi su una scala da zero a dieci, ha registrato una riduzione di almeno 0,8 punti dal 2010 per sette democrazie latinoamericane. Di recente il parlamento peruviano ha deposto il secondo presidente in trenta mesi e il presidente del Salvador Nayib Bukele ha gettato le basi per una dittatura. Le elezioni in programma nel 2021, tra cui quelle in Ecuador, in Perù e Nicaragua, potrebbero portare al potere partiti populisti o consolidare la posizione di governi autoritari.

Nel 2017, quando Trump si è insediato alla Casa Bianca, i governi latinoamericani “temevano di attirare l’attenzione del nuovo presidente”, come riferisce un ex consulente dell’amministrazione statunitense. Ma con il passare del tempo molti leader della regione hanno imparato ad apprezzarlo, soprattutto perché Trump li ha lasciati liberi di agire come volevano a condizione che impedissero ai migranti di entrare negli Stati Uniti. L’interesse di Trump per la promozione della democrazia non è andato oltre la “troika della tirannia” composta da Cuba, Nicaragua e Venezuela. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il messicano Andrés Manuel López Obrador, due leader populisti rispettivamente di destra e di sinistra, hanno mostrato di avere una forte affinità con Trump. Bolsonaro, in particolare, è diventato un ammiratore sfrontato del presidente statunitense, ed entrambi hanno aspettato un mese prima di riconoscere la sua sconfitta elettorale.

La nuova amministrazione statunitense cercherà modi più umani di controllare l’immigrazione

La squadra di Biden considera sbagliato limitare la promozione della democrazia solo a tre paesi e condivide l’approccio precedente all’amministrazione Trump, secondo cui la stabilità della regione dipende dal rispetto dello stato di diritto, da una società civile solida e da un capitalismo più equo. Per questo la nuova amministrazione cercherà modi più umani umane di controllare l’immigrazione invece di fare pressioni sui governi per bloccare i migranti nei loro paesi.

In prospettiva Biden vorrebbe autorizzare i migranti a presentare richiesta d’asilo negli Stati Uniti. Al momento l’amministrazione Trump impone alle persone che raggiungono il confine di restare in Messico. Biden vorrebbe inoltre cancellare gli accordi stretti da Trump con i tre paesi del cosiddetto Triangolo del nord (Guatemala, El Salvador e Honduras) in base ai quali gli Stati Uniti sono autorizzati a deportare i migranti, ma sarà un processo lento. Un obiettivo più nobile è quello di migliorare la qualità di vita nei tre paesi. Juan Gonzalez, che entrerà a far parte del Consiglio per la sicurezza nazionale, è stato volontario nei corpi di pace in Guatemala, paese di origine di molti migranti. Biden vorrebbe spendere un miliardo di dollari all’anno per migliorare le condizioni di vita in America Centrale.

Tensioni sul clima
Ma oltre alla carota il presidente dovrà usare anche il bastone. Nel Triangolo del nord, infatti, la corruzione è in aumento. I parlamentari del Guatemala hanno estromesso la Cicig dal paese, e quelli dell’Honduras hanno fatto lo stesso con la controparte locale, la Maccih. Trump non ha protestato. All’inizio di gennaio la procura federale di New York ha accusato il presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, di aver ricevuto pagamenti illeciti da alcuni narcotrafficanti (Hernández si è detto innocente). La vicenda evidenzia i limiti degli investimenti nella sicurezza e nella prosperità in contesti in cui lo stato di diritto è debole, spiega Eric Olson, del Wilson Centre.

Biden riprenderà la lotta per migliorare l’attività di governo nella regione. Gli ambasciatori degli Stati Uniti chiederanno ai governi di nominare giudici e funzionari onesti. Inoltre, la nuova amministrazione potrebbe proporre la creazione di un’agenzia anticorruzione per tutti i paesi dell’America Centrale capace di sostenere gli inquirenti e la magistratura evitando le ingerenze eccessive della Cicig e della Maccih. La politica prepotente di Trump sui migranti conferma che gli Stati Uniti hanno ancora molta influenza nella regione.

L’approccio di Biden con L’Avana, Caracas e Managua sarà meno aggressivo. La nuova amministrazione cercherà di dare ai tre regimi meno pretesti per giustificare il loro malgoverno. Come Trump, anche Biden considera il presidente venezuelano Nicolás Maduro un despota, ma vuole lavorare con altri paesi per alleviare la crisi umanitaria del Venezuela.

Il nuovo segretario di stato, Antony Blinken, ha contribuito alla distensione diplomatica con Cuba quando era consulente di Obama. Biden rinnoverà quella politica, allentando le restrizioni sul turismo e sulle rimesse. La recente decisione dall’amministrazione Trump d’inserire nuovamente Cuba nella lista degli paesi che sostengono terrorismo (di cui fanno parte Iran, Siria e Corea del Nord) aumenterà il costo politico di un riavvicinamento. Obama aveva tolto Cuba dalla lista nel 2015.

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Il cambiamento climatico sarà una nuova fonte di tensione. López Obrador, sostenitore del monopolio dello stato messicano sul petrolio e contrario ai progetti statunitensi basati sulle energie rinnovabili, subirà la “pressione verde” da parte di Washington. Lo stesso vale per Bolsonaro, che ha permesso un’accelerazione della distruzione della foresta pluviale. Biden vorrebbe istituire un fondo da 20 miliardi di euro per proteggere l’Amazzonia, ma il Brasile considera quest’iniziativa una minaccia alla sua sovranità. È probabile che i rapporti tra Biden e Bolsonaro, un nostalgico della dittatura militare brasiliana, saranno abbastanza conflittuali.

Per il presidente brasiliano e per altri leader della regione il cambio di marcia a Washington potrebbe creare un contraccolpo. Alcuni faranno presente che oggi gli Stati Uniti non sono nella posizione di dare lezioni agli altri paesi. Tuttavia, come afferma un consulente di Biden, il fallimento degli attacchi contro la democrazia americana dimostra l’importanza di poter contare su istituzioni solide. Se gli Stati Uniti possono resistere a queste aggressioni, allora sono in grado di aiutare i paesi vicini a fare lo stesso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato dall’Economist.

Fonte : Internazionale