Dalle sneaker agli attrezzi sportivi: il mercato sotterraneo dei “bagarini” dell’ecommerce

Lo “scalping” è la versione digitale della razzia di beni per rivenderli online a prezzi stellari. Una pratica anticoncorrenziale difficile da riconoscere e sconfiggere

Le sneakers di Lidl (foto: www.lidl-shop.be)

Paola Viozzi gestisce una piccola palestra a Precotto, zona nord di Milano. Nel 2020 la crisi ha colpito duramente le attività come la sua, costringendole dapprima a limitare gli ingressi, poi a chiudere. Gli appassionati di fitness, però, non hanno smesso di allenarsi, anche grazie ai corsi online offerti da chi, come lei, ha organizzato lezioni online reinventandosi su Zoom. “Sono in tanti a non aver rinunciato allo sport – riflette –. Molti, visto il perdurare della pandemia, si sono decisi a comprare l’attrezzatura in autonomia per ricreare una piccola palestra casalinga”.

Ma gli appassionati si sono presto scontrati con una delusione: gli scaffali degli attrezzi più usati, come per esempio i pesi, erano vuoti. I commessi spiegavano che non c’era disponibilità neanche in magazzino. In realtà, con una veloce ricerca, gli stessi attrezzi potevano facilmente essere trovati sul web sulle piattaforme di vendita. A prezzo raddoppiato, quando non triplicato. E c’è persino chi si è venduto il bonus bici.

È questa la nuova frontiera dello scalping? Versione digitale del vecchio bagarinaggio fuori dai concerti, ogni volta che la richiesta di un prodotto aumenta, un esercito di affaristi si precipita a rastrellarlo approfittando della facilità con cui è possibile ordinare online e farsi spedire tutto a casa. Il caso più emblematico è quello delle sneaker, le scarpe da ginnastica. Un oggetto di culto sempre per cui la personalizzazione conta sempre più.

Niente improvvisazione

Per capire che tipo di passione siano in grado di generare, è sufficiente tornare a qualche settimana fa. Lidl, la popolare catena tedesca di supermercati, propone una serie di sneaker a edizione limitata. Di fronte ai negozi, raccontano i media, code e assembramenti: le scarpe (dal costo di pochi euro) spariscono in fretta, per riapparire sul web a cifre che spesso superano i duecento. Se per prodotti disponibili solo nei negozi fisici è, però, almeno necessario puntare la sveglia di buon mattino, il problema non si pone quando è possibile comprare in rete.

A drenare le sneaker non sono persone in cerca di quattrini facili. “Niente improvvisazione. I bot utilizzati dagli scalpers sono tra i più complessi che abbiamo mai incontrato” – rivelano a Wired Benjamin Barrier e Benjamin Fabre di Datadome, azienda francese specializzata nella lotta contro questo tipo di minacce – Del resto, in questo tipo di attività girano molti soldi”. Per entrare nel business, oltre a una certa disponibilità economica, servono soprattutto conoscenze tecniche e fiuto. I ferri del mestiere? “Nessun problema. È possibile affittarli, a costi contenuti” replicano gli imprenditori.

Attorno allo sneaker scalping ruota una community estremamente preparata, che si ritrova in pubblico su Twitter per poi passare su chat private per le conversazioni più riservate. Le informazioni chiave scambiate riguardano gli ultimi prodotti di tendenza e le date di uscita, essenziali per colpire al momento opportuno sulla base di una strategia pianificata in anticipo. Lo scalper sonda la rete alla ricerca di informazioni su modelli a edizione limitata e prepara un calendario degli attacchi.

Bot, proxy e Vpn

Ma come ci si procura un bot? Esiste una community in cui si possono comprare e vendere bot specifici per le sneaker. I prezzi vanno dai 250 dollari per quelli basici ai 3.600 dollari per i più performanti. Una volta acquistato il bot, bisogna programmarlo. Il primo passo è inserire le keyword, che devono puntare agli store giusti ed essere molto precise. Sbagliare costa caro: il rischio è trovarsi decine di confezioni di merce invendibile.

Tra i bersagli preferiti dai bot, i siti creati su Shopify, piattaforma canadese che consente la creazione di ecommerce senza la necessità di saper programmare. Un nome importante: tra i clienti, fino a qualche anno fa, annoverava addirittura Tesla.

Per evitare di essere scoperti e bannati, i bagarini si servono di proxy: software che consentono di mascherare la reale posizione geografica. Generalmente, si lavora con un proxy per task, cioè la singola azione di acquisto. Quindi, acquistando 20 proxy, si possono far partire 20 task in contemporanea come se i carrelli fossero riempiti ai quattro angoli del globo. Il negozio web può bloccare l’utente se invia troppe richieste in poco tempo, quindi si può giocare sul delay (il ritardo) che può essere regolato a piacere. Le differenze sono infinitesimali. Chi non ha un computer abbastanza potente e non vuole acquistarne uno, può far girare il bot su un server web scegliendo anche la località da cui opera la macchina.

Il danno per i rivenditori

Il danno per i rivenditori? Enorme. Innanzitutto, viene penalizzata la user experience. I clienti abituali rinunciano a fare acquisti, perché tutta la merce migliore è già stata rastrellata dai bot pochi istanti dopo l’uscita. Ci sono molte testimonianze su Twitter di utenti esasperati che dicono che non torneranno più su certi siti. A questo punto, ne risente la reputazione”, dicono Barrier e Fabre: “A volte i bot ingolfano completamente uno store buttandolo giù. E sappiamo che dalla velocità dipende il tasso di conversione, cioè l’essenza di un negozio web”.

Per difendendersi, le aziende inseriscono captcha e monitorano gli indirizzi Ip, una sorta di carta di identità elettronica che identifica ogni connessione. Lo scopo è impedire che un singolo utente di effettuare troppi acquisti svuotando gli scaffali virtuali. Ma non basta. Secondo Datadome, esiste un mercato sotterraneo di proxy, che permettono di falsificare questa sorta di  documento digitale.

Chi li vende? “Si tratta di una zona grigia – riprendono i due manager – Per esempio, ci si abbona a servizi come Hola o Smartproxy.  Nelle  condizioni che si sottoscrivono, e che normalmente nessuno legge, prevedono, per così dire, che il servizio affitti l’Ip a terzi quando inattivo. Legale? Sì, perché viene dichiarato. Corretto? Questo è un altro discorso”.

La scarsità come scelta sbagliata

Se qualcuno ha pensato di usare la scarsità come strategia di marketing per creare passaparola, sbaglia. “Poteva funzionare forse fino a un paio di anni fa, forse – avvertono Barrier e Fabre -. Ma oggi il consumatore è informato, e i danni per la reputazione superano di gran lunga i benefici”.

Non è il caso di Decathlon, spiega l’azienda. “Conosciamo questa pratica, anche se non ho evidenza che sia stata applicata sui nostri articoli – risponde a Wired Nicoletta La Torre, responsabile delle relazioni esterne – Ma il problema è: come distinguere se a comprare in quantità è una palestra o un privato? Ad ogni modo, per noi non è accettabile che lo sport diventi inaccessibile. Anche se la pratica non è perseguibile, è certamente deplorevole”.

Mani legate anche secondo Lidl.Il fenomeno del reselling online non è controllabile ed esula dalle competenze di un’azienda come la nostra – spiega l’azienda – che però sicuramente non lo condivide né lo appoggia. Non è questa la finalità delle collezioni messe in vendita dall’azienda, i cui prezzi non sono mai scontati o scontatissimi, ma semplicemente in linea con la sua offerta commerciale: garantire prodotti di qualità accessibili a tutti”.

Il fenomeno, in sé, non è illegale” condivide Alessandro Sessa, direttore dell’associazione dei consumatori Altroconsumo: “Se qualcosa è stato fatto per limitare il secondary ticketing dei biglietti dei concerti, sullo scalping il legislatore non si è mosso”.

Tutto ricade sotto il cappello dell’etica. Che ruolo dovrebbero avere le piattaforme in tutto questo? A marzo, mascherine e disinfettanti venduti a caro prezzo dagli sciacalli del Covid-19 avevano scatenato l’indignazione di molti, costringendole a intervenire con un incremento dei controlli. Questione, in primis, di reputazione. Nel caso dello scalping, l’atteggiamento è diverso. Wired ha contattato eBay per conoscere la posizione della multinazionale. L’azienda non ha risposto alla nostra richiesta.

 

Fonte : Wired