La Dad non deve essere una scusa per non occuparsi del rientro a scuola in sicurezza

L’educazione in remoto rischia di essere un alibi per posticipare a tempo indeterminato il riavvio della sola vera scuola, quella dentro le aule. Un ritardo che sconteranno soprattutto le fasce più deboli

Con le prime, timide, riaperture delle scuole superiori, in questi giorni, sui social, si è nuovamente scatenato il dibattito tra chi preferirebbe continuare con la didattica a distanza fino ad emergenza sanitaria conclusa (quindi almeno per quest’anno scolastico se non parzialmente anche per il prossimo) e chi invece saluta con favore il rientro sui banchi.

Chi non si fida del ritorno in classe, si appella in particolare allo scarso – per non dire nullo – cambiamento rispetto alla messa in sicurezza delle aule e dei mezzi di trasporto. Dall’altra parte della barricata, chi vorrebbe un rientro urgente e definitivo anche nelle Regioni in cui gli studenti più grandi continuano a seguire da remoto, si appella alla deformazione del senso stesso di scuola che la Dad porta con sé. Della Didattica a distanza si discute molto da quasi un anno, ma forse non se parla comunque abbastanza, se è vero che in qualche modo è l’esistenza stessa della Dad a coprire le mancanze di investimento sulla scuola e sulla sua messa in sicurezza.

Nell’intervista andata in onda settimana scorsa a Di Martedì, a esempio, è stato lo stesso Presidente della Corte Costituzionale a ricordare che non sarebbe accettabile – sulla base dell’articolo 34 – una chiusura così prolungata dei plessi, come quella che stiamo vivendo, nel caso questo non garantisse il diritto fondamentale allo studio: se non ci fosse stata la Dad, insomma, lo Stato e le Regioni avrebbero dovuto intervenire per rendere sicuro un rientro completo forse già dall’inizio di quest’anno.

La Dad, invece, garantendo teoricamente la prosecuzione delle lezioni, ha spostato il piano delle urgenze, costruendo un paravento sulla mancanza di investimento politico ed economico: se esiste un’alternativa a costo zero, perché incanalare i fondi per garantire la presenza a scuola? Il problema è che da ogni parte – a partire dall’OMS e dagli ospedali infantili, tra i quali il Gaslini di Genova – si sottolinea come la Dad non solo non sia un’alternativa credibile ma, anzi, porti con sé conseguenze gravi, sia per quanto riguarda l’apprendimento, sia in relazione allo stato di benessere psicofisico degli studenti. Ma, nonostante la quantità importante di dati scientifici che imporrebbero una riflessione profonda sulle conseguenze di questa domiciliazione forzata degli studenti over 14, il mondo della scuola sembra chiuso a riccio: spaventato da un possibile ritorno in classe senza quelli che vengono ritenuti i parametri minimi di sicurezza, invece di fare fronte comune per richiederli, si trova spesso a difendere la Didattica a Distanza come pratica di resilienza.

In difesa della Dad viene ad esempio molto citata un’intervista a Massimo Recalcati, uscita a novembre su Repubblica, nella quale lo psicoterapeuta diceva: “Il lamento non ha mai fatto crescere nessuno, anzi tendenzialmente promuove solo un arresto dello sviluppo in una posizione infantilmente recriminatoria (…)  . Si tratta di una lezione nella lezione che i nostri figli dovrebbero fare propria evitando di reiterare a loro volta la lamentazione dei loro genitori. Non ci sarà nessuna generazione Covid a meno che gli adulti e, soprattutto, gli educatori non insistano a pensarla e a nominarla così lasciando ai nostri ragazzi il beneficio torbido della vittima: quello di lamentarsi, magari per una vita intera, per le occasioni che gli sono state ingiustamente sottratte”.

Un assist straordinario, quello di Recalcati, a favore di tutti quelli che pensano che in piazza contro la Dad ci vadano soprattutto le “mamme pancine“, eccessivamente preoccupate per le difficoltà riscontrate dei figli. Quello però che non dice Recalcati, e che di fatto nascondono i sostenitori della Dad, è che la vera rottura non è tra chi si schiera esplicitamente a favore e chi contro la riapertura delle scuole, ma tra chi ha le risorse per gestire questa situazione di crisi e chi non le ha.

Un recente studio condotto da Save the Children ha individuato quasi 35.000 studenti a fortissimo rischio dispersione a causa della Dad, in quest’anno scolastico. Sono numeri enormi, per un paese che aveva appena iniziato a fare i conti con la propria povertà educativa diffusa: un’emergenza sociale, non il conteggio di ragazzi viziati che giocano a fare le vittime; decine di migliaia di studenti fragili che in questo momento rischiano di uscire per sempre dal cono di luce della scuola e che il dibattito pubblico tende costantemente a rimuovere.

Se il problema sono i trasporti e il numero di studenti per classe (problemi che peraltro le città si trascinano da anni e che sarebbe bene risolvere indipendentemente dal covid) gli insegnanti dovrebbero forse rifiutarsi di fare lezione fino ad avvenuta messa in sicurezza, anche a costo di invalidare l’anno.  Scegliere invece di portare avanti la Dad, è una posizione politica che sottovaluta (quando addirittura non sminuisce) le conseguenze che tutto questo sta comportando sulle nuove generazioni, e sui più fragili: è anche questa una forma di eugenetica sociale, simile a quella portata avanti da chi proclama: “Tanto muoiono solo i vecchi”.

Dalla difficoltà di una scuola digitale troverà spunti di crescita solo chi aveva già le risorse per gestire una situazione di crisi profonda. Chi invece davvero aveva bisogno di una scuola presente e attenta per evitare di uscire dal percorso senza aver raggiunto non solo un diploma, ma anche quel livello di crescita necessaria alla vita adulta, alla fine dell’emergenza sanitaria sarà irrimediabilmente perso.

E’ necessario e urgente  uscire in dalla narrazione che contrappone la sicurezza degli insegnanti e l’emarginazione degli studenti. Nessuna delle due cose è accettabile, ed è la Dad a fornire la principale scusa alla politica per evitare di occuparsene.

Fonte : Wired