Chi è Manolo Gambini il detenuto evaso da Rebibbia dopo aver scavalcato la recinzione

E’ caccia a Manolo Gambini, 41 anni di Cerveteri e in passato arrestato per una serie di furti in abitazione, evaso poco prima delle 17 di domenica 17 gennaio. Quel numero associato spesso alla sfortuna, per il fuggiasco invece ha avuto un significato positivo. Almeno per il momento. 

Manolo Gambini, infatti, deve ancora scontare sei anni di carcere. Detenzione potrebbe aggravarsi dopo la mossa di ieri: approfittando del fatto di poter circolare da solo in alcuni locali del carcere di Rebibbia, ha raggiunto un muro che si affaccia su via Bartolo Longo, e dopo aver scavalcato la recinzione, è fuggito. 

Il 41enne di Cerveteri, alto 1 metro e 77 centimetri, ha cinque tatuaggi: tra questi due scorpioni, i nomi di alcune persone e la scritta mamma sul braccio destro. 

Le indagini sulla fuga di Manolo Gambini

L’evaso dall’istituto in via Tiburtina è ora finito nel mirino della Penitenziaria, supportata da polizia e carabinieri, con ricerche che già allungate anche nelle vicine regioni, soprattutto la Toscana dove Gambini aveva commesso dei furti in passato.

Il primo passo di chi indaga sarà quello di stringere subito il cerchio sugli evasi e riportarli in cella al massimo nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora. Una strategia che pochi mesi fa aveva dato i frutti con la cattura Davad Zukanovic, 40 anni, e Lil Ahmetovic, 46 anni, cugini di etnia rom, arrestati dopo circa due settimane di fuga a seguito dell’evasione proprio da Rebibbia.

Perché era stato arrestato Manolo Gambini

Manolo Gambini, secondo quanto si apprende, era arrivato da poco a Rebibbia. Era stato arrestato a Grosseto dai carabinieri nel 2018 e con lui in carcere finirono altri due complici. Secondo le indagini dell’epoca Gambini e la sua banda fecero un colpo in un appartamento portando via oggetti preziosi e orologi di valore per un totale di circa 70mila euro. Dopo l’arresto fu portato a Civitavecchia e quindi a Rebibbia. 

Gli altri detenuti evasi in questi anni

Non è tuttavia la prima volta che Roma diventa scenario di una evasione. Detto di Davad Zukanovic e  Lil Ahmetovic sono state diverse le fughe per evitare la prigione. Ad ottobre scorso un detenuto era evaso dall’ospedale Sandro Pertini. 

Ad agosto 2019 un altro era invece riuscito ad eludere la sorveglianza e a scappare sempre dal nosocomio romano, dove era stato accompagnato dal carcere di Rebibbia per essere sottoposto a una visita medica.

Si trattava di Vincenzo Sigigliano, 47 anni, arrestato in Messico ed estradato un paio di settimane prima a Roma dove avrebbe dovuto scontare sette anni di carcere. L’uomo era fuggito con le manette dopo aver ingannato i medici. In quel caso la cattura era avvenuta sei giorni dopo in un appartamento del napoletano. Simile al fatto di Rebibbia, invece, fu l’episodio nel carcere di Civitavecchia, questo avvenuto tre anni fa.

Dal carcere romano, nel 2016, anche Catalin Ciobanu e Florin Mihai Diconescu riuscirono a fuggire. Prima ancora, nel 2014, protagonista dell’evasione da Rebibbia fu Sergio Di Palo.

I sindacati: “Sempre più emergenza carceri”

La fuga di Manolo Gambini ha messo sempre più in evidenza le criticità delle carceri. Almeno questo è il pensiero del Segretario Generale del Sindacato Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo: “Molto probabilmente l’uomo ha scavalcato la rete dei passeggi per poi arrampicarsi e scavalcare il muro di cinta. Questa ennesima evasione mette a nudo tutte le criticità di un sistema carcerario sempre più in difficoltà sia per la natura delle strutture sia per le gravi carenze organiche e di sistemi di allarme adeguati – afferma Di Giacomo – È sicuramente necessario investire in nuove strutture e nell’assunzione di personale della polizia penitenziaria. I Governi nell’ultimo decennio hanno investito cifre insignificanti e questo di oggi ne è il risultato concreto”.

Dello stesso avviso anche Gennarino De Fazio, segretario generale della UILPA Polizia Penitenziaria: “Di nuovo è stata messa a nudo l’emergenza penitenziaria che si combatte quotidianamente su più fronti e per la cui risoluzione sono indispensabili interventi urgenti, tangibili e incisivi”. 

“Come abbiamo denunciato più volte, l’emergenza connessa alla pandemia da Coronavirus nelle carceri, caratterizzata anche dalle rivolte del marzo dello scorso anno, si è andata a sommare all’emergenza preesistente da tempi remoti e fatta di inefficienze strutturali, carenze e inattualità tecnologiche, deficit organizzativi e, soprattutto, dell’inadeguatezza delle dotazioni organiche della Polizia penitenziaria che, secondo uno studio condotto dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ammonta a oltre 17mila unità. – conclude De Fazio – Se a questo si assommano le assenze dal servizio per Covid-19 e per isolamento precauzionale, è di tutta evidenza che se il sistema ancora in qualche misura regge, senza andare esattamente in frantumi, lo si deve solo al diuturno ed encomiabile sacrificio individuale di ciascun operatore, delle diverse professionalita”.

Fonte : Roma Today