L’attacco al Campidoglio non è un incidente: è la realizzazione del piano di Trump

Il mondo è rimasto incredulo di fronte ai saloni del Senato invasi dai teppisti pro-Trump. Ma è solo l’ultimo tassello di un mosaico che il presidente uscente ha costruito con consapevolezza e dedizione negli ultimi 4 anni

Li abbiamo visti, i folli, tragici e pericolosi figuri armati di bandiere Confederate (quando non svastiche), caschi, qualche mazza e bastone di fortuna, talvolta elmi con corna, cappelli da cowboy e felpe di QAnon; abbiamo assistito inermi mentre hanno portato la bandiera del Sud schiavista nei corridoi di marmo del Senato americano, dove non era arrivata nemmeno durante la guerra civile, e siamo rimasti a bocca aperta mentre i parlamentari della più grande democrazia occidentale raccontavano che la Capitol Police gli aveva consigliato di sdraiarsi sul pavimento e tenere a portata di mano le loro maschere antigas in dotazione. Che l’invasione del Campidoglio possa essere definito un colpo di stato o meno è una questione linguistica quasi secondaria: il punto – senza precedenti nella storia – è che è stata ordinata dal presidente degli Stati Uniti in carica. È stato Donald Trump, infatti, parlando sul palco di Washington alla manifestazione organizzata nel giorno della certificazione formale dei voti del Collegio elettorale al Congresso, a dire senza esitazioni al suo pubblico “se non lottate fino all’impossibile non avrete più un paese. […] Percorreremo Pennsylvania Avenue, andremo al Campidoglio e […] daremo ai repubblicani più deboli l’orgoglio e l’audacia di cui hanno bisogno per riprendersi il nostro paese”.

Siamo rimasti del tutto sbigottiti di fronte agli avvenimenti: com’è possibile che il cuore della democrazia americana sia stato preso d’assalto da orde di squadristi armati, come in un dimenticabile film hollywoodiano o nel più stereotipato dei golpi sudamericani? Nella cornucopia di commenti si è distinto il filone dell’incredulità: un-American (un termine-mondo della politica e cultura d’oltreoceano, che si potrebbe tradurre in modo approssimativo con “contrario ai valori americani”) è stato uno dei termini più usati dai commentatori, insieme a considerazioni sul decadimento improvviso della democrazia americana e le alte condanne bipartisan della violenza.

Eppure la violenza, con Trump, c’è sempre stata: quanto successo il 6 gennaio non ha nulla a che vedere con lo spiacevole incidente, la protesta inaspettatamente uscita dai binari e una rabbia diffusa e ormai fuori controllo. Questo è ciò che sostiene la propaganda di Trump, semmai: in un video diffuso mentre la Guardia nazionale in assetto antisommossa – chiamata dall’imprevedibile nuovo nemico giurato del trumpismo, il vicepresidente Mike Pence – percorreva i corridoi del Senato, il presidente eversore uscente è riuscito a dire agli estremisti (in un tweet poi rimosso da Twitter) “andate a casa, vi vogliamo bene, siete molto speciali”. Loro però si sono limitati a eseguire i suoi ordini, nemmeno nascosti da messaggi in codice o giri di parole: Trump ha espressamente chiesto ai suoi di marciare sul Campidoglio per impedire che succedesse ciò che da due secoli e mezzo avviene pacificamente ogni quattro anni in America, la certificazione del voto degli americani.

Il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg, che ha passato la mattinata con i supporter di Trump, ha scritto che “il piano era questo”, e “Trump li ha mandati in visibilio”. Oltre ad aver sostituito la bandiera statunitense con quella della campagna elettorale del loro idolo e vendicatore, gli squadristi si sono fatti notare per aver caricato e aggredito i giornalisti presenti sul posto, distruggendo la loro strumentazione al grido di “siete nemici del popolo” e confezionando un cappio coi cavi di trasmissione presenti: per un presidente che ha lanciato strali contro i media ogni singolo giorno della sua presidenza dev’essere stato un motivo d’orgoglio. C’era chi mimava il soffocamento di George Floyd sulla scalinata del Campidoglio, e lo faceva ridendo: un risolino compiaciuto dev’esserselo concesso anche Trump, che per mesi non ha perso nessuna occasione per scagliarsi contro i movimenti nati dopo l’uccisione dell’afroamericano, bollandoli a ciclo continuo come interamente composti da “criminali”, thugs, e se messo davanti ai fatti di Charlottesville, dove nel 2017 orde di neonazisti hanno ucciso un’antirazzista, si era premurato di sottolineare che c’erano “very fine people on both sides”.

Quel che è successo ieri, le bandiere appese, le svastiche, le finestre rotte, i fuochi, gli uffici razziati, i bivacchi di manipoli, le urla e le minacce sono semplicemente la realizzazione di un piano iniziato anni fa e portato avanti con dedizione e consapevolezza: un presidente degli Stati Uniti non aveva mai detto apertamente “stand back and stand by” a un gruppo estremista e violento come i Proud Boys; nessun commander-in-chief, prima di Trump, si sarebbe mai sognato di infischiarsene non soltanto delle procedure e garanzie elettorali, ma anche della stessa continuità della democrazia americana, messa a repentaglio dalla sua scelta di portarsi via il pallone perché l’avversario ha segnato un gol in più. Le violenze del linguaggio e dell’immaginario, i muri col Messico, i messicani “stupratori” e le crociate contro le carovane dei disperati, i retweet delle fesserie di QAnon e l’occhio strategicamente, ripetutamente chiuso di fronte agli estremisti sono tutte radici dello stesso albero. Trump non si è trovato in sella a un cavallo imbizzarrito: ha cercato questo epilogo dal primo giorno della sua presidenza.

Era tutto chiaro, insomma, e se è condivisibile pensare che abbiamo assistito ad alcune delle scene più un-American della storia americana, è altrettanto indubitabile che oggi l’America è anche il suo presidente uscente, votato da milioni di persone e sostenuto da centinaia di legislatori di quello stesso Congresso in cui ieri sono stati costretti a nascondersi come ladri. Oggi tanti non riescono a credere che “fosse ciò che voleva il presidente” (così Rick Santorum), rimangono senza parole, condannano la violenza inaudita (in Italia l’hanno fatto anche i vari Salvini, Meloni, il clan pseudo-liberale di Capezzone, eccetera: banalità da sbadigli, peraltro fuori tempo massimo). Ma l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 non è stato affatto un caso sfortunato: è stato, ripetiamo, il culmine di un processo voluto e scientemente coltivato da Trump, e che i trumpiani di ogni ordine e grado hanno prima reso possibile, poi sostenuto e infine difeso acriticamente di fronte a ogni richiamo al buonsenso e al rispetto delle regole del vivere in comune. Delle loro lacrime di coccodrillo tardive ce ne facciamo poco o nulla.

Fonte : Wired