Dobbiamo credere alla svolta green della Cina?

Pechino ha un nuovo obiettivo: le emissioni di carbonio dovranno raggiungere il picco tra il 2025 e il 2030 e la domanda totale di energia inizierà a diminuire intorno al 2035. Ma c’è scetticismo sul modus operandi dello stato di Xi Jinping

Quando ogni mese di marzo c’è la riunione dell’Assemblea nazionale del popolo cinese, il massimo organo legislativo della Cina, uno degli appuntamenti più importanti della politica nazionale che chiama a Pechino circa 3mila delegati provenienti da tutto il paese, il cielo della capitale si tinge di azzurro. Un colore insolito per gli oltre venti milioni di abitanti dell’area metropolitana, solitamente sotto scacco dello smog. Il governo cinese, che vuole regalare con più frequenza questa tonalità ai propri cittadini, sta abbracciando nuove ambizioni ambientaliste

Durante l’Assemblea generale dell’Onu, che si è tenuta lo scorso settembre in videoconferenza, il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping ha sorpreso il mondo intero annunciando l’intenzione di raggiungere prima del 2060 la neutralità carbonica, attraverso il conseguimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Le parole del presidente cinese pronunciate davanti a una platea di leader internazionali sottolineano l’intento di rivendicare il ruolo della Cina come guida mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici, in linea con gli impegni presi con l’accordo di Parigi.  

La trasformazione green cinese è uno degli obiettivi che rientra nel XIV Piano quinquennale (2021-2025), una roadmap di traguardi per lo sviluppo economico e sociale nazionale, e che fa parte della strategia di medio termine ribattezzata Vision 2035. Nel prossimo decennio, infatti, le emissioni di carbonio dovranno raggiungere il picco tra il 2025 e il 2030 e la domanda totale di energia inizierà a diminuire intorno al 2035. A confermare le tappe della politica verde cinese è stato l’ultimo intervento del presidente Xi al Climate Ambition Summit, l’appuntamento climatico internazionale che si è tenuto in occasione del quinto anniversario dell’accordo di Parigi. Il leader cinese ha sottolineato che Pechino si impegnerà nel ridurre le proprie emissioni inquinanti, nonostante la crescita economica: entro il 2030, infatti, la Cina ridurrà le sue emissioni di anidride carbonica per unità di Pil di oltre il 65 per cento rispetto al livello del 2005 e aumenterà la quota di combustibili non fossili nel consumo di energia primaria a circa il 25 per cento. Per raggiungere questo obiettivo, la Cina triplicherà la capacità di generazione di elettricità eolica e solare, oltre a estendere i boschi e le foreste nel paese. Quello che emerge, però, è che la Cina non ha ancora formalmente presentato un piano d’azione con cui spiega come raggiungerà questi obiettivi. 

Al di là delle dichiarazioni del numero uno del Partito comunista cinese, che possono essere lette anche in ottica geopolitiche – in particolare per contrastare gli Stati Uniti – c’è molto scetticismo sugli impegni presentati da Pechino. 

Quest’anno, nonostante la pandemia di coronavirus, la Cina è stato l’unico paese al mondo che ha registrato una crescita economica (nel terzo trimestre del 2020 c’è stata una crescita del 4,9 per cento del Pil su base annua, in aumento sul 3,2 per cento dei tre mesi precedenti). Il ruolo determinante l’ha giocato l’export, che ha permesso di mantenere attiva la produzione industriale e di non chiudere, così, il rubinetto della seconda economia del mondo. E per sostenere la filiera produttiva, la Cina ha aumentato il consumo di carbone, avvicinandosi a giugno di quest’anno ai livelli massimi del 2013. Il dato non dovrebbe spaventare e conferma come la Cina sia il maggior consumatore di carbone al mondo, con una quota pari al 50,2 per cento. Secondo uno studio realizzato dal Global Carbon Project, nel 2018 la Cina è stato il maggiore paese responsabile delle emissioni a livello globale, con una quota del 28 per cento (rispetto al 15 per cento degli Stati Uniti), facendo largo utilizzo dei combustibili fossili che rappresentano circa l’85 per cento del mix energetico cinese. Al momento, l’energia rinnovabile è pari al 15 per cento della produzione energetica. Ma Pechino si sta impegnando nell’utilizzo dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. A sostenere l’energia pulita sono le industrie del fotovoltaico, che arrivano a produrre circa l’80 per cento su scala mondiale dei pannelli solari e circa la metà delle turbine eoliche. Le rinnovabili, considerate fonti diversificate e sicure per mantenere un equilibrio tra domanda e offerta, ricoprono così un ruolo predominante: Pechino vuole aprire il mercato interno della produzione di impianti fotovoltaici e turbine eoliche ai capitali stranieri. Al palo rimane il nucleare che, secondo i piani del Partito comunista, verrà ridotto gradualmente nei prossimi anni.

La Cina, che è stata per anni la fabbrica del mondo, punta a migliorare anche la condizione di vita e salute dei suoi cittadini, intervenendo direttamente sul clima. Per combattere la siccità in alcune zone del paese e controbilanciare alcuni effetti del riscaldamento globale, il Consiglio di stato cinese lo scorso 2 dicembre ha reso noto che continuerà il programma sperimentale di interventi per la modifica dei fenomeni meteorologici mediante la tecnologia. Dal decennio scorso, infatti, la Cina utilizza lo strumento del cloud seeding, la tecnica che cambia la quantità e il tipo di precipitazione, inserendo nelle nubi sostanze chimiche che fungono da nuclei di condensazione per favorire le precipitazioni. Un programma su cui Pechino sta investendo cifre miliardarie. Entro il 2025, punta ad avere un sistema avanzato che coprirà un’area di 5,5 milioni di chilometri quadrati.

Il Partito comunista non guarda solo all’esterno, ma punta lo sguardo anche su quello che accade dentro la Muraglia. Negli ultimi anni si sta registrando una maggiore sensibilità da parte dei cittadini cinesi sulle tematiche ambientali, anche se in maniera modesta. Il dibattito sull’ambiente e l’energia è certamente nelle mani di una ristretta cerchia di addetti ai lavori, come gli alti vertici del Partito comunista cinese e i tecnocrati, soprattutto per contenere qualsiasi forma di dissenso popolare che possa compromettere la stabilità sociale. Nei confini nazionali si contano numerose organizzazioni ambientaliste, sebbene queste, come tutti i gruppi non governativi, siano sotto stretto controllo da parte delle autorità centrali e generalmente evitino proteste e manifestazioni.

Una risposta coraggiosa è nelle voci di giovani attivisti che preferiscono sfidare il potere del Partito comunista per affermare la consapevolezza dei pericoli per il pianeta. Ou Hongyi, che ha guadagnato l’appellativo di Greta Thunberg della Cina, ha manifestato senza timore la sua preoccupazione per i danni ambientali: ha organizzato numerose proteste in tutto il paese sull’onda degli scioperi per il clima che si sono tenuti ogni venerdì in tutto il mondo; ha inoltre piantato alberi nella sua città natale nel sud della Cina, Guilin.  Ma il suo attivismo le è costato caro. La diciassettenne, la prima attivista cinese a scioperare contro i cambiamenti climatici, è stata costretta dalla polizia a firmare un’autocritica dopo aver manifestato in silenzio nel centro di Shanghai lo scorso 25 settembre, nell’ambito dell’onda internazionale del Global Climate Strike. 

Una denuncia che sottolinea un unico aspetto: la politica ambientale è affare esclusivo del Partito comunista cinese, intenzionato a conquistare un primato in un mondo green, ma alle sue condizioni.

Fonte : Wired