Come si progetta per lo Spazio?

Annalisa Dominoni ha scritto un libro sul ruolo strategico del design per la vita nello Spazio. Ecco cosa ci ha raccontato

L’unico posto tranquillo in questo periodo di pandemia è la Luna. È il momento giusto per andare in orbita, lontano da ogni possibilità di contagio. Per ora questa idea è ancora un’utopia, siamo ancora a livello di romanzi di Jules Verne se parliamo di colonizzazione di altri pianeti, magari per sfuggire a qualche catastrofe sulla Terra. Però è sicuramente opportuno attrezzarsi, dato che c’è tutto da inventare. Nel caso, fra qualche tempo, si decidesse di trasferirsi in massa sulla Luna, si dovrebbero considerare tutta una serie di esigenze, di ogni ordine e grado. Per esempio, come sarà il design nello Spazio? Sì, perché nell’ipotesi che la gente cominciasse a spostarsi su un altro pianeta, sarebbe doveroso pensare a oggetti funzionali ma anche belli che si possano adattare a tutte le condizioni della vita nello Annalisa DominoniSpazio. In verità di questo tema si dibatte fin dagli anni Sessanta, da quando furono programmate le prime spedizioni sulla Luna, ma ultimamente si è acuito l’interesse sulla forma oltreché sulla tecnologia. Anche in Italia, patria del bel design, si studiano approfonditamente questi temi. In particolare al Politecnico di Milano se ne occupa da anni Annalisa Dominoni, architetta e designer, che ha pubblicato di recente il libro Design of Supporting Systems for Life in Outer Space (Springer). Il volume, dedicato a un pubblico di specialisti, ma anche di appassionati di vita nello Spazio, fa il punto su temi di grande interesse e attualità, quali il ruolo strategico del design per lo Spazio, la vita spaziale vista attraverso la lente del design, le ricerche e i progetti per migliorare la qualità e il comfort del vivere e lavorare altrove, e sancisce l’affermazione della nuova disciplina Space Design, che lei stessa ha contribuito a creare in più di vent’anni di ricerche e pubblicazioni.

Come spiega Dominoni, quando si parla di design per la vita nello Spazio, si devono considerare vari parametri

“Mi piace definire il designer un creatore di problemi, e quindi anche di nuove soluzioni, che genera innovazione e incrementa il benessere delle persone, e questo vale sia nello Spazio che sulla Terra. Il design pone l’essere umano al centro e cerca di interpretarne i bisogni nel modo più sostenibile: se un astronauta vive e lavora in un ambiente confortevole, e con equipaggiamenti più efficienti, le sue performance aumentano, e possono determinare il grado di successo di una missione. L’obiettivo del libro è dimostrare il ruolo strategico del design per lo Spazio e la sua progressiva diffusione grazie alla capacità del designer di parlare i linguaggi diversi della scienza e della bellezza e fare da ponte fra Spazio e Terra e viceversa, ispirandosi per esempio a tecnologie spaziali che potrebbero avere applicazioni davvero dirompenti nella nostra vita di tutti i giorni, e dando forma a nuovi prodotti. Il mio desiderio è permettere ai lettori di entrare in questi nuovi scenari, attraverso le esperienze e i progetti descritti nel libro, immaginando come potremmo vivere nel prossimo futuro, oltre la Terra”.

Viene spontaneo chiedersi se il design ideato per le missioni spaziali ricalchi quello prefigurato dai tanti film di fantascienza. Da Meliès in poi il nostro immaginario è stato alimentato con un’idea di design molto riconoscibile, che negli anni Sessanta ha dato vita anche alla corrente della Space Age. Ma è proprio vero o è un altro tipo di design quello che ci aspetta?

“Rispondo con una mia esperienza diretta con gli astronauti quando ho creato un nuovo sistema di abbigliamento per attività Iva, che significa intra veicolari, da indossare all’interno della Stazione spaziale internazionale. Ho immaginato inizialmente una collezione di abiti che rispondesse a parametri di vestibilità (in microgravità gli abiti non cadono come sulla Terra), di comfort, eliminando le cuciture, di igiene, scegliendo tessuti antibatterici e termoregolanti per adattarsi alle condizioni dell’ambiente confinato della Stazione spaziale internazionale, e naturalmente di estetica, con linee abbastanza futuribili. Ebbene, al di là di tutti gli altri parametri che ho elencato, e che sono stati molto apprezzati dagli astronauti, per quanto riguarda lo stile hanno preferito capi esteticamente tradizionali, che ricordassero loro la vita sulla Terra e che li facessero sentire a proprio agio e assolutamente normali. Questo perché vivere e lavorare a bordo di una stazione spaziale è già di per sé una cosa straordinaria, e dall’altra parte perché gli astronauti sono militari addestrati ad eseguire ordini e non avere desideri. La situazione è però diversa se guardiamo alle tute di SpaceX ispirate a Guerre stellari e, guarda caso, realizzate da un costumista di film di fantascienza. Il turismo spaziale si nutre di sogni, e quindi lo stile e l’estetica, in una parola il design, rivestono un’importanza strategica determinante nella progettazione dell’esperienza nello Spazio”. 

Ma poi, chi si occupa del design dello Spazio? Su questo tema stanno ragionando anche alcuni dei grandi nomi del design internazionale, oppure è una disciplina a parte dove i protagonisti sono altri?

“Quando ho iniziato ad occuparmene più di vent’anni fa ero praticamente da sola, e oggi la situazione non è cambiata molto, il design fatica ad affermarsi in un territorio che è dominato da discipline ingegneristiche che considerano il benessere un plus non necessario. Dobbiamo considerare che lo Spazio è ancora un settore pionieristico, con costi altissimi, e il comfort arriva quando sono stati soddisfatti bisogni primari che riguardano la sopravvivenza in un ambiente ostile, la salute, la sicurezza. Come ho già accennato però il settore privato che guarda al turismo spaziale sta cambiando le cose. Diversi architetti e designers, famosi e non, oggi si cimentano in progetti di stazioni e città spaziali, ma ovviamente restano speculazioni senza un effettivo riscontro pratico. Personalmente trovo più interessante occuparmi di progetti che possono essere testati a bordo della ISS, che è reale, e in cui posso dare un contributo che può migliorare il benessere, l’efficienza e la qualità della vita delle persone in orbita”. 

Naturalmente, poi, bisogna capire quanto siano vincolanti le condizioni della vita nello Spazio per la creazione di oggetti di design…

“Sono due le condizioni che incidono sulla progettazione spaziale, il confinamento e la microgravità. Se il confinamento lo possiamo sperimentare anche sulla Terra – e ultimamente grazie a Covid, lo stiamo sperimentando tutti noi restando nelle nostre case, e molto spesso confrontandoci con problemi che hanno anche gli astronauti, come la mancanza di privacy, lo stress generato dall’impossibilità di “uscire” o, in casi estremi, l’alterazione dei ritmi circadiani dovuta alla mancanza di luce naturale – la microgravità invece non fa parte della nostra esperienza, e quindi il designer spaziale deve immaginare come sarà il progetto che sta disegnando, e soprattutto come verrà usato degli astronauti, in che modo, come reagirà, insomma ci vuole una straordinaria capacità di previsione d’uso che ho codificato in una metodologia specifica chiamata “dell’uso e del gesto” (Use & Gesture Design, Ugd) in cui oltre l’oggetto va progettato contemporaneamente lo schema d’uso. La sfida, per me, è trasformare le condizioni ambientali estreme da un limite a un’opportunità, e quindi per esempio cercare di progettare ambienti e oggetti che traggano vantaggio dalla microgravità, e non che la subiscano”.

In conclusione, si può dire che stia nascendo un nuovo stile di design spaziale? E questo stile, poi, potrà essere anche riadattato per creare nuove tendenze per gli oggetti da usare sulla Terra? 

“Più che uno stile spaziale direi che il design è caratterizzato da una forte capacità di visione, è una disciplina che può fare da ponte fra Terra e Spazio, il Design trova nuove applicazioni di tecnologie, ma anche di comportamenti spaziali che possono essere trasferiti sulla Terra nella nostra vita quotidiana (spin-off) e a volte anche il contrario, tecnologie e comportamenti terrestri possono ispirare nuovi progetti per astronauti (spin-in). Faccio due esempi: la Stazione spaziale internazionale è per noi uno straordinario esempio di sostenibilità perché funziona come un organismo sensibile e ricicla ormai quali al 100% dei suoi rifiuti. Inoltre, è l’unico avamposto in cui equipaggi di nazionalità ed etnie differenti lavorano insieme in armonia per un progetto mondiale comune e condiviso”.

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Fonte : Wired