L’ultimo grande schiaffo di Trump all’ambiente

Nei suoi ultimi giorni di mandato, l’amministrazione Trump sta per mettere all’asta una vasta porzione dell’Arctic National Wildlife Refuge, riserva naturale dell’Alaska, per permettere alle compagnie statunitensi di trivellare la costa dell’Artico

Mount Denali-Alaska(foto: Getty Images)

Una delle più lunghe battaglie ambientali della storia recente degli Stati Uniti sta per giungere a un punto di svolta: mercoledì 6 gennaio l’amministrazione uscente di Donald Trump (giunta ai suoi ultimi giorni di mandato presidenziale) metterà all’asta una vasta porzione dell’Arctic National Wildlife Refuge alle compagnie di estrazione di gas e petrolio. L’Anwr è composto da terre della pianura costiera settentrionale dell’Alaska, nell’Artico nordamericano, rifugio per orsi polari e per mandrie migratorie di renne che rappresentano una fonte di sostentamento, oltre che un simbolo sacro per le comunità indigene locali. Ma l’industria petrolifera ha da tempo messo gli occhi sopra questi territori, intravedendo sotto la loro superficie la possibilità di ottenere miliardi di barili di petrolio.

Una volta che le compagnie di trivellazione avranno ottenuto i loro contratti di locazione nell’Anwr da parte del governo statunitense, non se ne andranno più tanto facilmente. Tuttavia, il prossimo presidente Joe Biden è verosimilmente intenzionato a imporre limiti normativi allo sfruttamento delle terre selvagge dell’Artico. Da decenni, l’Anwr è diventato un simbolo del dibattito statunitense sulla rapidità con cui interrompere la trivellazione e l’utilizzo di combustibili fossili, vista l’accelerazione della crisi climatica.

Gli esperti del clima sostengono che è necessario impedire nuove estrazioni di petrolio e gas a livello globale, poiché il mondo ha già superato il 1 °C di surriscaldamento rispetto ai tempi preindustriali. Infatti, anche se gli esseri umani smettessero di usare i combustibili fossili oggi stesso, il pianeta continuerebbe comunque a scaldarsi.

La lunga battaglia intorno allo sfruttamento energetico dell’Anwr

Il petrolio proveniente dalle trivellazioni nella riserva di estrazione a ovest dell’Anwr, a Prudhoe Bay, ha alimentato lo sviluppo economico dello stato dell’Alaska negli ultimi decenni. Tuttavia, non sono mancati anche i disastri ambientali: come la fuoriuscita di petrolio più dannosa della storia statunitense, causata nel 1989 dalla nave petroliera Exxon Valdez che vomitò milioni di barili al largo della costa meridionale dell’Alaska.

Ma le terre dell’Anwr fino a pochi anni fa “erano off limits, ha sottolineato al Guardian Adam Kolton, direttore esecutivo della ong ambientalista Alaska Wilderness League. “Per noi, simboleggia proprio ciò che è in gioco qui. Se non riusciamo a tracciare una linea nella tundra e salvaguardare quest’unica area dell’Artico, allora la domanda è: dove puoi porre dei limiti per proteggere le terre selvagge degli Stati Uniti?” ha dichiarato l’attivista.

Fin da quando il presidente Dwight Eisenhower istituì la riserva naturale dell’Anwr nel 1960, l’industria petrolifera (supportata dai repubblicani dell’Alaska) ha iniziato a chiedere il permesso di trivellare anche lì, mentre gli Stati Uniti cercavano di ridurre la loro dipendenza energetica dai fornitori del Medio Oriente.

I repubblicani al Congresso sono riusciti ad accontentare le compagnie petrolifere statunitensi solo nel 2017, con l’inserimento di una disposizione che autorizza le trivellazioni nell’Anwr all’interno della legge fiscale del presidente Trump. Il presidente e i suoi sostenitori argomentarono, all’epoca, che i guadagni ottenuti dal governo grazie alle perforazioni nell’Anwr avrebbero pagato per i tagli fiscali proposti a favore delle corporation e dei cittadini più ricchi. Secondo loro, la mossa dovrebbe generare un guadagno di 900 milioni di dollari.

Al contrario, un’analisi condotta dal gruppo bipartisan indipendente Taxpayers for Common Sense ha concluso che probabilmente frutterà solo una piccola frazione di tale importo – ossia non più di 27,6 milioni di dollari. Una somma che andrà divisa, in ogni caso, tra il governo federale e lo stato dell’Alaska.

Al fronte opposto, le comunità indigene dell’​​Alaska si sono sempre battute in prima fila contro le proposte di trivellazione nell’Anwr, attraverso numerose azioni legali. Per la tribù dei Gwich’in, che emigra insieme alle renne e si affida a loro come fonte di sostentamento, la lotta è personale. Nel 1988 i membri di questa comunità hanno formato lo Gwich’in Steering Committee proprio per opporsi alle perforazioni nella pianura costiera, che loro chiamano “Il Luogo Sacro Dove Inizia La Vita”.

Anche gli attivisti per la salvaguardia dell’orso polare affermano che l’habitat è fondamentale per la fauna locale, in grave difficoltà a causa dell’aumento delle temperature che stanno sciogliendo il ghiaccio marino. L’Artico si sta surriscaldando a un ritmo molto più veloce rispetto al resto del mondo: come riportato al Guardian dalla onlus Polar Bears International, il numero di orsi polari in Alaska e nel Canada occidentale è diminuito del 40% dal 2001 al 2010.

Fonte : Wired