L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford va rivalutato?

Uscito nel 2007, in pochi oggi ricordano L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, che fruttò a Brad Pitt la Coppa Volpi a Venezia e si guadagnò due candidature agli Oscar.
Eppure, la realtà è che tra tutti i western degli ultimi vent’anni questo è stato uno dei più profondi, onesto nel togliere la patina di epica e romanticismo a una realtà che di romantico aveva ben poco, così come nel sapere approfondire personaggi connessi in modo importantissimo alla cultura della violenza e dell’individualismo americani.
Qualcosa che all’epoca fu colto da pochi, visto che si preferì insistere sulla magnifica resa estetica e l’homage al genere.

Un nuovo modo di narrare il West

Il western del nuovo millennio ha per parola d’ordine il realismo, sovente impietoso, crudo, dove non vi è più traccia di alcun tipo di retorica o epica. Lo abbiamo visto in Hostiles, in The Revenant, persino The Hateful Eight di eroi e romanticismo aveva deciso di fare a meno.
Qualcosa apparentemente era arrivato in soccorso da I Magnifici Sette secondo molti, ma ci si dimenticava quanto già l’originale distruggesse la figura dell’eroe solitario, creando una glorificazione dell’uomo comune.
Lo stile è sovente cambiato, basti pensare alla profonda differenza tra Appaloosa o Open Range, tra Quel Treno per Yuma e The Missing, ma era chiara l’idea che la frontiera non sia mai stata quella descritta da John Ford e neppure dai crepuscolari alla Peckinpah, o dagli irriverenti antieroi di Leone e Corbucci.
Si mostrava il genocidio, la totale assenza di legalità, di morale, tanto che uno dei più apprezzati è stato persino Bone Tomahawk, un cannibal western.

Cavalcando con il diavolo

Tale narrazione, storicamente anche molto accurata, ha prodotto film di grande impatto, stilisticamente molto ricercati, suggerendo un parallelo con una società americana ancora oggi anarchica, selvaggia e violenta.
Tra tutti i western è stato però efficace, coerente e anche importante L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, tra i più sottovalutati del nuovo millennio.
Coerente nel cercare di donarci la reale visione di un fenomeno, il banditismo, che spesso è stato illuminato in modo totalmente inesatto dalla settima arte.
Al cinema gangster, banditi e mafiosi sono diventati simbolo del sogno americano, del coraggio, della libertà contro la società. Naturalmente, come nel caso di Jesse James, erano solo tagliagole.

Jesse James: un mito basato sul niente

Diretto da Andrew Dominik, tratto dal bel romanzo di Ron Hansen, L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford parlava degli ultimi anni di vita del leggendario Jesse James, il bandito più famoso della storia della frontiera, ex guerrigliero sudista che seminò per più di 15 anni il terrore nel Middle-Border americano, diventando anche simbolo dello spirito di rivalsa del sud sconfitto.

Nei panni del letale fuorilegge c’era un Brad Pitt assolutamente straordinario (che ancora oggi indica questo film come il suo preferito), attorniato da un cast che comprendeva Sam Rockwell, Sam Shepard, Jeremy Renner, Mary-Louise Parker, Zooey Deschanel e soprattutto un bravissimo Casey Affleck, nei panni dell’uomo che lo uccise: Robert Ford.
Jesse James viene collocato quattro anni dopo aver perso gran parte della sua banda nella famosa rapina fallita a Northfield, climax del bellissimo I Cavalieri dalle Lunghe Ombre di Walter Hill, e costretto sia a nascondersi dalla legge, sia a diffidare dei suoi complici, a causa della lauta ricompensa posta sulla sua testa.

Odio e amore in un film sull’idolatria

Il film di Dominik gioca tutto sulla contrapposizione psicologica tra James e Robert, quest’ultimo sostanzialmente un giovane insicuro, ingenuo, debole, che idolatra il bandito in modo a dir poco tossico e malsano.
Con una fotografia sensazionale del grande Deakins, il film ci guida in un west ostile, violento, dove non esiste onore, rispetto o lealtà.
Jesse James fu mostrato da Pitt per quello che era: un assassino senza scrupoli, un megalomane sadico e manipolatore, quasi uno psicotico che uccideva al minimo dubbio, alle spalle, di certo non un patriota del sud o un uomo onorevole.
Ford è vittima di questa leggenda, di un rispetto non corrisposto, viene bullizzato, umiliato, apre gli occhi su un uomo che i giornali da quattro soldi, i romanzi di appendice e in seguito persino il cinema avrebbero descritto come un eroe, un Robin Hood.

Un pistolero per nulla nobile

Non esiste solidarietà o cameratismo, i membri della banda si uccidono per uno sgarro, un sospetto, un po’ di potere o bottino in più.
Non vi è l’angoscioso soffrire del vivere di un Revenant, la dimensione familiare o affettiva come via di fuga in The Missing o Hostiles. Robert e Jesse vivono in un mondo in cui conta la reputazione, l’immagine, dove la violenza è un biglietto da visita, un universo machista e crudele.
Non conta la storia, solo la versione che verrà raccontata.
Lo script crea una geniale contrapposizione pirandelliana tra la realtà e le maschere indossate dai personaggi di quel teatro dove Robert e il fratello Charlie per diversi anni sbarcarono il lunario ricreando la morte di Jesse, attore perfettamente consapevole di una parte che egli stesso aveva scelto e si era creato addosso, fine compresa.

La violenza dell’America profonda

In pochi western recenti si sono visti i costumi, le usanze, lo stile di vita riprodotti così fedelmente, capaci di mostrare la quotidianità senza per forza appesantire il tutto o sovvertire l’insieme in nome di una non precisata finalità di condanna di un’epoca che è sopravvissuta in America.
Il mito della frontiera, l’individualismo, della violenza come metodo di risoluzione è ancora oggi vivo, anticamera di un senso dello Stato che non esisteva né è mai esistito negli Stati Uniti.

L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford ci mostra invece la tribù, il legame con la terra, con il sangue, con la volontà di agguantare armi alla mano il sogno americano, la notorietà, che infine sarà la ragione della morte di Robert, ucciso da un ammiratore di Jesse, e per questo indicato come un eroe.
Ma non è un film su eroi o cattivi, o su cattivi eroi, quanto sui rapporti umani, sulle insicurezze e sulla mancanza di empatia, su quell’egoismo che è il vero volto del Sogno Americano, come mostrato anche in Westworld.

Fonte : Everyeye