Mank, l’intellettuale di Fincher immerso in una Hollywood che non c’è più

Il nuovo film del regista di Fight Club e The Social Network è un omaggio al cinema anni Trenta attraverso una delle sue figure più sarcastiche e controverse, che scrisse Quarto Potere basandosi sulle sue vicende personali

È arrivato su Netflix uno dei film più attesi della stagione 2020-2021, il ritorno al cinema di David Fincher a sei anni dall’ambiguo e tortuoso Gone Girl, film sottovalutato che dovrebbe essere mostrato obbligatoriamente alle giovani coppie di tutto il mondo. Lo fa, come spesso gli capita, con qualcosa di completamente diverso: un’opera in bianco e nero ambientata nella luccicante Los Angeles degli anni Trenta, quando la scritta sul Monte Lee era ancora intera: HOLLYWOODLAND.

Mank, attori e personaggi del film di David Fincher a confronto

La sceneggiatura di Mank è firmata da Jack Fincher, padre del regista, giornalista e scrittore scomparso nel 2003, che aveva tramandato a suo figlio la storia aspra e complessa di Herman J. Mankiewicz, fratello maggiore del più famoso Joseph Leo (autore di capolavori come Eva contro Eva e Lettera a tre mogli). Uomo brillantissimo, sagace battutista, sceneggiatore-ombra di molte pietre miliari della storia di Hollywood (dal Mago di Oz in giù), affetto dagli inguaribili vizi della bottiglia e del gioco d’azzardo, fu imbarcato dal giovane e rampante Orson Welles nella grande avventura di Quarto Potere quando era ormai un emarginato dagli studios: attinse dalle sue agrodolci esperienze personali per scrivere una delle più grandi sceneggiature di ogni tempo nel giro di poche settimane, immobilizzato a letto per un incidente alla gamba – oggi si chiamerebbe smart working.

Lo spettatore medio di oggi avrebbe tutto il diritto di chiedersi: perché nel 2020 un autore così affermato come Fincher sente il bisogno di raccontare l’ennesima storia di Hollywood che racconta e celebra sé stessa, sottolineando una volta di più il suo attuale distacco dal mondo reale? “Dobbiamo riportare la gente al cinema, ma come?”, si chiede a un certo punto uno dei cento produttori e addetti ai lavori che si succedono sullo schermo a velocità rutilante (a proposito, magnifica la caratterizzazione di Louis Mayer, padre padrone della Metro-Goldwyn-Mayer). La grande ironia di Mank è che Fincher si pone questa questione – evidentemente molto attuale – in un film letteralmente salvato da Netflix: non solo perché le sale sono chiuse, ma soprattutto perché oggi solamente Netflix regala ai grandi autori la libertà concessa nel 1940 a Welles e poi sempre desiderata ma quasi mai ottenuta dai suoi colleghi negli ottant’anni successivi. Se oggi Scorsese vuole girare il gangster-movie definitivo di tre ore e mezza con Al Pacino e Robert De Niro, può farlo con Netflix. Se oggi Charlie Kaufman vuole mettere in scena il suo ultimo cerebrale rovello e chiamarlo Sto pensando di finirla qui, Netflix glielo consente senza battere ciglio: ma questo non è necessariamente un bene, perché un produttore attivo, competente e propositivo – insomma, un buon produttore – è parte integrante e necessaria del processo di realizzazione di un film.

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“Mank”, ecco il trailer del nuovo film di David Fincher

Il principale difetto di Mank, dal nostro punto di vista di medi spettatori europei, è che si riesce a cogliere non più della metà dei ricchissimi riferimenti, colmi di eleganza e sarcasmo, sulla Hollywood e sull’America degli anni Trenta, che Fincher padre e figlio girano con sagacia verso l’attualità: tutta la parentesi sulle elezioni del Governatore della California, decise da una formidabile batteria di fake news propagate dagli studios dell’epoca, sembra scritta l’altro ieri. Com’è del resto attualissima la figura del protagonista stesso, intellettuale “organico al sistema”, scomodo solo finché fa comodo, che non si accorge della sua graduale trasformazione in buffone di corte: quanti ne conosciamo, oggi? Quanti ne vediamo sfilare in televisione a tutte le ore, mentre siamo chiusi in casa? Per il resto Mank è un film che ha l’ambizione di essere maestoso proprio come il capolavoro di cui racconta la tormentata genesi, con il geniale Orson Welles che rimane una figurina bidimensionale sullo sfondo, capriccioso e presuntuoso, soggiogato nella verve e nel carisma da un Gary Oldman come sempre titanico. Un film vanitoso, come del resto Fincher è sempre stato, catturandoci senza scampo nella ragnatela del suo talento gelido e analitico: in Mank c’è meno scienza e più passione, alla maniera dell’Aviator di Scorsese ambientato negli stessi anni o del Petroliere con Daniel Day-Lewis, un altro film gigantesco e gigantista in cui a un certo punto sembrava quasi che l’autore si divertisse a sbattere in faccia ai colleghi la propria superiorità dietro la macchina da presa e dietro la macchina da scrivere. Il regista di quel film, Paul Thomas Anderson era stato paragonato a Orson Welles. E il cerchio si chiude.

Fonte : Sky Tg24