Mank, un film che ha dovuto attendere il 2020 per esistere

È dovuto cambiare il mondo del cinema, è dovuto arrivare Netflix, l’America è dovuta passare attraverso l’elezione di Trump ed ha dovuto chiedere Mindhunter perché fosse possibile girare Mank

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Ci sono voluti 30 anni perché Mank potesse essere realizzato. Era un progetto che David Fincher aveva in mente e voleva fare già negli anni ‘90, cioè quando ha esordito alla regia di lungometraggi dopo una carriera nelle pubblicità e nei videoclip. Doveva essere il film che l’avrebbe lanciato e invece non riusciva a farselo produrre. Fece invece Alien 3, un progetto su commissione, e poi uno come diceva lui: Se7en. Il film che lo lanciò.

A quel punto era il 1995 e la società di produzione Polygram era disposta a produrgli questa strana storia dello sceneggiatore di Quarto potere, Hermann J. Mankiewicz, e della sua vita ad Hollywood culminata con la scrittura di quel film mitico. C’era già la sceneggiatura fatta e finita e il grosso del casting era stato fatto: nel ruolo protagonista l’attore con cui aveva lavorato così bene in Se7en, cioè Kevin Spacey, e in quello che ora è di Amanda Seyfried ci doveva essere Jodie Foster. Uno solo era il problema: il bianco e nero. Polygram non voleva assolutamente, c’era il terrore del bianco e nero in quel momento ad Hollywood. Fincher invece voleva filmare questa storia esattamente nella maniera in cui fu girato il film che racconta, come fosse stata messa in scena negli anni ’40, per lui il punto era proprio rappresentare quell’epoca e quella Hollywood con lo stile di quell’epoca e di quella Hollywood.

La Polygram fu inamovibile. Non se ne fece niente. Così Fincher passò a The Game (e non andò bene) e poi chiuse il decennio con il film che sarebbe rimasto come il più importante della sua carriera: Fight Club. A quel punto sì che era diventato qualcuno, aveva girato un film diventato celebre in un attimo, aveva uno stile particolare, aveva i più grandi attori dalla sua. Ma gli studios sono sempre più grandi di tutti. E non era ancora l’ora di Mank. Riuscì a fare perfino un film in costume, Zodiac, e un altro particolare e strano come Il curioso caso di Benjamin Button prima che arrivasse l’altro grande successo: The Social Network. Soprattutto quel che era successo era che negli anni trascorsi lo stesso Fincher si era disamorato della storia e aveva perso interesse.

A questo va aggiunto che il suo autore originale, Jack Fincher, padre di David, era morto. Nel 2003 per la precisione. Era stato uno dei capo redattori della rivista fotografica Life e un grande appassionato di cinema, fissazione che aveva passato al figlio, facendogli vedere i film da adulti fin da piccolo. Jack Fincher si era dato alla sceneggiatura solo in pensione però, ne scrisse diverse mai diventate film anche se una, la biografia della pittrice Margaret Keene, ha ispirato Big Eyes di Tim Burton.

Fincher figlio in realtà un po’ di dubbi sulla sceneggiatura di Fincher padre li aveva sempre avuti. Anche quando voleva fare il film aveva in testa di cambiarla. Gli pareva assurdo e fuorviante tutto il discorso cruciale in Mank sulle elezioni del governatore della California che furono influenzate dai media e in particolare da William Hearst tramite la Metro Goldwyn Mayer. Proprio l’idea che gli elettori fossero influenzati da false notizie gli pareva “pittoresca e d’altri tempi”, come ha spiegato a Variety. Solo nel 2016, dopo l’elezione Trump, tutto ha assunto un’altra prospettiva.

Nel frattempo però David Fincher era diventato sostanzialmente uno showrunner tanto quanto un regista di cinema. Aveva lanciato Netflix con la sua prima serie originale, House Of Cards, e poi era nel pieno della produzione di un’altra impresa durissima (sempre per Netflix), una che lo impegnava più del previsto: Mindhunter. Solo quando questa serie è stata cancellata perché troppo costosa per il successo (molto moderato) che aveva avuto, è venuto il momento di Mank. E il partner perfetto era sempre lui, Netflix. La casa che aveva quasi vinto un Oscar con un film in bianco e nero, Roma di Alfonso Cuaròn, e che, sempre a detta di Fincher, non gli aveva mai fatto problemi per nulla.

Fincher non lo nasconde, per lui la sala non è poi così importante. Con Netflix ha tutto quel che vuole, ha i budget, la visibilità, la possibilità di ambire ai premi più importanti e i suoi film sono sempre a disposizione di tutti, non ci sono problemi di conservazione o archiviazione. Sembra poco ma è molto per qualcuno la cui attività professionale è stata fatta di spot, film, serie e videoclip lungo 40 anni di tecnologia, tutto materiale che possiede alle volte in VHS, alle volte in Beta altre ancora in Laserdisc o DVD e che è stato costretto ad archiviare insieme ai dispositivi con cui leggerli (senza considerare che ad oggi le televisioni non hanno più la presa scart). Fincher in buona sostanza sa che parte di quel che ha fatto è sostanzialmente impossibile da rivedere, perduto anche se sta nella sua soffitta. Con Netflix si sente al sicuro. Per lui Netflix è molto molto meglio del cinema.

Fonte : Wired