The Gentlemen, la recensione del nuovo film di Guy Ritchie su Prime Video

I gentiluomini di Guy Ritchie sbarcano finalmente su Amazon Prime Video dopo essersi vista negata l’uscita in sala in piena Pandemia da Coronavirus. Messo da parte Sherlock Holmes, il distacco dal suo ideale di cinema con Operazione UNCLE, un personale – e feroce, adrenalinico – take sulla leggenda di Re Artù e il dimenticabile e anonimo Aladdin, il regista di Snatch e Rock’n’rolla torna finalmente alla sua personalità vincente con questo The Gentlemen, rispolverando tutto il suo stile autoriale tra scrittura, caratterizzazione dei personaggi e montaggio.
La storia segue il “magnate” della marijuana Michael Pearson (Matthew McConaughey), americano naturalizzato inglese che dopo aver creato un vero e proprio Impero della Droga sfruttando e appoggiandosi letteralmente sulla nobiltà dell’Impero Britannico, decide di vendere la sua attività e ritirarsi.

Tra compravendite con potenziali acquirenti di un certo rilievo, faccia a faccia con giovani ed esaltati rivali e le solite problematiche equivoche e inaspettate del cinema ritchiano – sempre parte integrante e geniale dell’intreccio -, Pearson e il suo braccio destro, Raymond Smith (Charlie Hunnam), si ritroveranno loro malgrado a dover fare i conti anche con il ricatto di un esuberante investigatore privato/narrastorie, Fletcher (Hugh Grant), e con un gruppo di ingenui ragazzi di periferia guidati da Coach (Colin Farrell), il tutto in un susseguirsi di esagerazioni e colpi di scena che da sempre rendono unica la produzione del regista britannico.

Prendere o lasciare

Guy Ritchie le strade di Londra le ha dentro. Sembra non esistere angolo della metropoli inglese che lui non sia in grado di raccontare o inserire nei suoi film, e in The Gentlemen va infatti oltre la periferia, oltre il racconto e il linguaggio urbano e grezzo delle sue maschere british, alzando un po’ il tiro sociale. Il titolo parla già di per sé di gentiluomini, e di fatto l’autore sposta l’attenzione dalla piccola o media criminalità sfigata di bar fatiscenti, sale scommesse, campi rom o guest house per eroinomani a un vero e proprio impero fondato sulla fiducia tra Imperatore e classe nobiliare in sudditanza e necessità.
Il Mickey Pearson di uno stoico e convincente McConaughey è infatti un boss “che si è fatto strada alla vecchia maniera” e ormai imborghesitosi, che rappresenta bene e da solo l’evoluzione stessa della criminalità legata al traffico di stupefacenti e quella invece correlata al cinema di Ritchie, che sembra accompagnare questo mutamento pur tracciando delle sensibilità sempreverdi.

È soprattutto interessante l’accostamento a Snatch o Rock’n’Rolla, di cui The Gentlemen sembra diretta evoluzione e involuzione allo stesso tempo. Da una parte migliora il linguaggio e l’esposizione narrativa si fa per forza di cose (data l’esperienza) più ricercata, ma dall’altra c’è questa sensazione continua di deja-vu che da sempre accompagna la cifra stilistica ritchiana, motivo per cui la sua filmografia risulta a oggi divisiva.

È una di quelle metriche di regia e scrittura che “piacciono o non piacciono”, come potrebbe essere quella di Christopher Nolan (che pure punta comunque all’innovazione) o di Quentin Tarantino (spesso tacciato di derivazione e copia-incolla), chiara e precisa nelle sue intenzioni, che sa prendersi cura del suo pubblico affezionato e di una volontà cinematografica cristallina, disinteressandosi totalmente del resto.

È praticamente uno schiaffo in faccia a chi vuole diversità da un autore come Ritchie, che quando ci ha provato tendenzialmente ha fallito o ha perso del tutto il suo taglio (Aladdin è un esempio più che calzante, e pure Travolti dal destino). È sostanzialmente chiaro come questo tipo di cinema sia la sua comfort zone ideale e come non voglia abbandonarla, piuttosto coltivarla con amore e dedizione proprio come la ganja di Pearson per poi farci sballare.

Leoni, Gorilla e Marijuana

Se riuscirete a entrare nel giusto mood di The Gentlemen, allora vi ritroverete a divertirvi insieme a un gruppo di personaggi decisamente interessanti, chi più chi meno esasperato. Come già detto, il protagonista di McConaughey è il più “normale” tra tutti: affascinante, carismatico, elegante, proprio come si addice a un boss gentrificatosi insieme alla sua città. Seguono poi gli altri, e qui il carnet si amplia. Abbiamo un braccio destro interpretato da Hunnam affetto da disturbo ossessivo compulsivo, un editore sfrontato, arrivista e sboccatissimo, un ricco imprenditore americano equivoco e a suo modo impertinente ma soprattutto, forse punta di diamante della produzione, un giornalista investigativo opportunista, impiccione e ambiguo interpretato da un meraviglioso Hugh Grant.
Tra Leoni (Pearson), Gorilla (Dry Eye) e Marijuana, il Fletcher di Grant è a mani basse uno dei personaggi migliori mai scritti da Ritchie: impertinente, audace, ficcanaso, logorroico, brillante. Curiosamente non il tipo di caratterizzazione con cui l’autore si è ritrovato spesso e volentieri a confrontarsi, ma qualcosa di un po’ diverso, distante persino dalle sue tipiche, rozze, sciocche e violente creature suburbane.

Qui siamo davanti a una sorta di intellettuale da quattro soldi che vuole sfruttare un’occasione per arricchirsi, cercando di arrivare dove ha sempre puntato. Valore aggiunto (persino diegetico al racconto) è il suo amore per il cinema, mezzo e opportunità con cui Ritchie affronta proprio la narrazione di The Gentlemen, come fosse la descrizione di una sceneggiatura e di un formato di ripresa per bocca di Fletcher, che a volta arriva anche ad inventare “per mettere più azione” a una storia altrimenti con poco pepe e troppe parole – e che Raymond è sempre pronto a riportare sui giusti binari.

Il film appassiona e diverte e ha al suo interno anche una sontuosa riflessione sulla legalizzazione della droga e sul valore di mercato che potrebbe avere quando la domanda supererà di netto l’offerta, aprendo a un business pulito e ad alto tasso retributivo. Acuta e ingegnosa anche la trovata di correlare criminalità e nobiltà all’interno dello stesso intreccio, portato avanti da Ritchie con il solito piglio ritmato e ingegnoso che rende The Gentlemen fruibile, con momenti davvero eccezionali e attimi di sana interdizione.

Dove il titolo gioca forte è sicuramente nella scrittura, sempre veloce e affilata come per gli altri film dell’autore e qui forse meno sporca e più desiderosa di apparire pulita in un fiume di parole e confronti dirompente e accattivante. Un progetto nato da un’intuizione intelligente che è arrivato a sposare al meglio la sigla cinematografica di Ritchie. Insomma, se amate la strada, Londra e il regista, non potrete che godervi senza troppe riserve i suoi gentiluomini.

Fonte : Everyeye