L’Egitto non collaborerà con l’Italia alle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni

La procura capitolina è pronta a chiudere le indagini per l’omicidio del ricercatore italiano al Cairo entro il 4 dicembre. Cinque agenti delle forze segrete egiziane sono indagati, ma la procura del Cairo continua a parlare di “insufficienza di prove”

Lunedì 30 novembre si è svolto un vertice in videoconferenza tra il procuratore capo di Roma Michele Prestipino e il procuratore generale del Cairo Hamada al-Sawi per discutere il caso dell’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’università di Cambridge scomparso nel gennaio del 2016 al Cairo, in Egitto, e ritrovato lungo una strada nove giorni dopo, ormai esanime e con numerosi segni di tortura sul corpo. Il giovane si trovava nella capitale egiziana per lavorare alla propria tesi di dottorato sui sindacati del paese nordafricano. L’incontro tra i pm ha fatto emergere le posizioni inconciliabili delle due procure, come spiegato da un comunicato congiunto emesso in seguito al colloquio virtuale.

Il procuratore generale egiziano nel prendere atto della conclusione delle indagini preliminari italiane, avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio” , ma “in ogni caso la procura generale d’Egitto rispetta le decisioni che verranno assunte, nella sua autonomia, dalla procura della Repubblica di Roma”, riporta il comunicato. Nell’opinione delle autorità egiziane, infatti, le prove con cui la procura di Roma intende processare i cinque agenti della National Security Agency del Cairo – i servizi segreti civili nazionali – accusati di aver rapito, torturato e ucciso Regeni “sono insufficienti”, e “nessun nome risulta collegabile a quello dell’esecutore materiale dell’omicidio”. Secondo al-Sawi, “la Procura generale d’Egitto ritiene che l’esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Regeni sia ancora ignoto”.

La magistratura italiana è invece intenzionata a proseguire nella “ricerca di verità e giustizia” per il giovane ricercatore ucciso, chiudendo le indagini entro venerdì 4 dicembre. D’altronde, finora, da parte della procura egiziana c’è sempre stata poca collaborazione. Ad esempio, nessuna risposta è mai arrivata dal Cairo alla rogatoria internazionale inviata dal procuratore Sergio Colaiocco nell’aprile del 2019 con cui, tra le varie richieste, si chiedeva anche l’elezione di domicilio dei cinque funzionari dei servizi segreti egiziani indagati (per notificare loro gli atti del processo e quindi segnare l’inizio delle indagini).

Anzi, il Cairo è stato accusato più volte di depistaggio nelle indagini, come quando nel marzo del 2016 il ministro dell’Interno egiziano scrisse in un post su Facebook che i colpevoli dell’uccisione di Regeni erano quattro membri di una banda criminale “specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi” (tutti rimasti uccisi in uno scontro con le forze di sicurezza egiziane). Una ricostruzione che la procura di Roma non ha mancato di definire “priva di ogni attendibilità”. Nel comunicato congiunto del 30 novembre, tuttavia, il procuratore al-Sawi insiste sulla pista della rapina finita male, annunciando di “avere raccolto prove sufficienti nei confronti di una banda criminale accusata di furto aggravato degli effetti di Regeni, che sono stati rinvenuti nell’abitazione di uno dei membri della banda”.

Forte indignazione si è levata da parte della famiglia Regeni. “Oggi i procuratori egiziani hanno avuto la sfrontatezza di ‘avanzare riserve’ sull’operato dei nostri magistrati ed investigatori e di considerare insufficienti le prove raccolte. Crediamo che il nostro governo debba prendere atto di questo ennesimo schiaffo in faccia e richiamare immediatamente l’ambasciatore”, hanno affermato in una nota Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, e l’avvocata Alessandra Ballerini. Secondo loro, si tratta di “un’assoluta mancanza di rispetto”, da parte delle autorità cairote, “nei confronti non solo della nostra magistratura ma anche della nostra intelligenza”.

Fonte : Wired