Siamo diventati indifferenti ai naufragi nel Mediterraneo?

Andrea Maggiolo 28 novembre 2020 14:22

In parte è comprensibile, normale: la pandemia, la prima da 100 anni a questa parte, è l’argomento centrale da mesi sui giornali, in tv, sui social. Ci siamo scoperti fragili all’improvviso. Ma sulla rotta del Mediterraneo Centrale si muore ancora. Non ne parla quasi più nessuno. A metà novembre la morte violenta del bambino di 6 mesi Yusuf, deceduto a bordo della nave di soccorso Open Arms, dopo che il gommone su cui stava attraversando il Mediterraneo centrale si era capovolto, ha scosso le coscienze. Ma solo dal 1 novembre, sono state segnalate ad Alarm Phone, in 132 sono morti solo su quella rotta. Tutte queste morti sono il risultato di naufragi, molti dei quali avrebbero potuto essere evitati se solo le autorità avessero risposto adeguatamente alle richieste di soccorso.

Il report di Alarm Phone del 26 novembre 2020 è un freddo elenco di tragedie. Evitabili. “Come al solito – si legge – la cosiddetta Guardia Costiera libica non è disponibile in tempo o non lo è affatto quando si tratta di soccorrere persone in difficoltà. Sono veloci, tuttavia, nell’intercettare le barche dei migranti che tentano di raggiungere l’Europa. Allo stesso tempo, gli Stati membri dell’UE, non solo forniscono fondi e risorse alla cosiddetta Guardia Costiera libica per catturare persone o lasciarle morire, ma impediscono anche alle navi di soccorso civile di condurre operazioni di ricerca e soccorso. A novembre solamente la Open Arms è riuscita ad essere in mare – anche se solo per pochi giorni: la sua sola presenza, purtroppo, non ha potuto evitare alcuni naufragi, ma è riuscita a prevenire il peggio”.

Il bel tempo di metà novembre ha spinto centinaia di persone su molte imbarcazioni precarie:  hanno tentato di fuggire dalla Libia, e molte di queste hanno chiamato Alarm Phone quando erano in pericolo in mare.  Alarm Phone riporta le parole di un sopravvissuto di uno dei naufragi di novembre : “Le onde erano alte. Più tempo passava, più persone affogavano, 4 persone, 2 persone, 3 persone. Sono rimasto solo. Urlavo, urlavo molto. Quando stavo per arrendermi ho visto spuntare una barca di pescatori. Mi hanno sentito e mi hanno salvato. Pensavo di essere l’unico sopravvissuto. Ho chiesto al pescatore di guardarsi attorno per trovare altre persone. Ne abbiamo trovate altre due”.

Morire in mare è tragico. E’ tragico anche sapere benissimo che almeno alcune di quelle vittime potevano essere salvate. La pandemia ci ha reso più consapevoli della nostra fragilità e meno attenti a cosa accade a poche decine di miglia dalle coste italiane. E’ un dato di fatto. Ha ristretto gli orizzonti, fisici, mentali, ed emotivi. Le notizie dei naufragi trovano poco spazio, tra un bollettino Covid con centinaia di morti al giorno e un servizio sulle devastanti conseguenze in arrivo della crisi economica. Quando viene pubblicato il bollettino quotidiano dei contagi, il primo dato che guardiamo è quella della nostra regione. Guardiamo “in casa nostra”, e poi con più disattenzione a quello che accade un po’ più in là. 

Non è colpa di nessuno, non si possono dare giudizi affrettati, è un mondo nuovo. A volte sembra che la pandemia abbia reso i migranti invisibili. Svanisce nel giro di poche ore l’onda emotiva dei drammi nel Mediterraneo. Quanti morti deve provocare un naufragio per avere spazio oggi sulla prima pagina di un quotidiano nazionale? E’ terribile dover arrivare a chiedersi una cosa del genere. Ma è una domanda lecita.

Aspettarsi uno scatto d’orgoglio da parte del governo è utopia. Alla Farnesina c’è colui che aveva coniato e sdoganato la formula odiosa dei taxi del mare, trasformando un salvataggio in un crimine. L’altro partito di governo, il Pd, è quello che che ai tempi di Minniti al Viminale aveva dato il via alla limitazione della presenza dei soccorritori in mare, il benestare alle trattative coi Libici, e non ha fatto nulla di concreto per evitare il trattenimento dei migranti nei loro lager. Le parole del mondo istituzionale sono stanche, vaghe, generiche al limite dell’insopportabile. Il sostegno ai Paesi d’origine dei flussi migratori come “elemento chiave della risposta dell’Unione europea”. Lo ha detto un paio di giorni fa la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, nel corso del suo intervento nell’ambito del Med Forum 2020. Parole che non restano.

L’emergenza sanitaria, gravissima, che stiamo affrontando convoglia tutte le attenzioni, le preoccupazioni, le forze, le energie. Ma sbriciola anche l’umanità? O l’abbiamo solo messa in stand-by?  Quando la pandemia finirà (perché finirà) saremo pronti a guardare con occhi diversi al resto del mondo? O saremo solo più impauriti da tutto e da tutti? Ricordate quando parte del mondo politico invadeva il dibattito pubblico quotidianamente, insistendo sul fatto che la vera minaccia cui l’Italia doveva far fronte, in grado di sconvolgere le nostre vite, erano alcune migliaia di persone in partenza dal Nordafrica? Che effetto vi fa, oggi, quella paura artificiosa? 

Fonte : Today