Biden e Pechino: tra competizione e cooperazione

Le tensioni tra i due Paesi rimarranno, ma saranno gestite dando precedenza alla diplomazia. Concorrenza su commercio, tecnologia e sicurezza; collaborazione su clima, Covid-19 e proliferazione nucleare. Il problema Taiwan. Osservatori critici: Biden riproporrà le ricette “guerrafondaie” di Obama.  

Roma (AsiaNews) – Far calare la tensione senza un cambiamento sostanziale nelle politiche Usa, se non riguardo a pochi, specifici temi. È quanto ci si aspetta negli Stati Uniti e in Cina rispetto alle relazioni tra le due potenze dopo l’insediamento del nuovo presidente Joe Biden in gennaio.   

Le tensioni tra i due Paesi rimarranno su aspetti come commercio, innovazione tecnologica e sicurezza in Asia orientale. L’attesa è che verranno “gestite” dando precedenza alla diplomazia, e non con “muscolari” attacchi su Twitter, come fatto dal presidente in carica Donald Trump.

Le compagnie statunitensi presenti in Cina credono che Biden cercherà di tutelare i loro interessi senza arrivare a una rottura. Secondo un sondaggio pubblicato il 20 novembre dalla Camera di commercio Usa a Shanghai, il 53,2% delle imprese contattate non si aspetta di cambiare i propri progetti; il 13,7% dice di essere pronto a fare più investimenti e solo il 5,6% ha dichiarato di voler ridurre il rischio.

L’amministrazione Trump, e anche il Congresso a Washington, hanno annunciato quest’anno piani per incentivare le aziende statunitensi ad abbandonare la Cina, e tornare in patria o delocalizzare in altri Paesi: una politica che non ha mai convinto gli investitori Usa nel gigante asiatico.

La Cina dovrà tener conto che se la guerra dei dazi di Trump non ha ridotto il disavanzo commerciale di Washington, quella tecnologica sta mettendo in difficoltà Huawei. Secondo TrendForce, il gigante tecnologico cinese – leader nello sviluppo dei sistemi internet 5G – è destinato a perdere lo scettro di primo venditore mondiale di smartphone. In base ai calcoli del sito di analisi con sede a Shenzhen e Taipei, a causa delle sanzioni Usa la quota di mercato di Huawei nel settore passerà dal 14% attuale al 4% del prossimo anno.

Per gli analisti cinesi, Pechino è consapevole del fatto che le relazioni con Washington non possono essere riportate all’era pre-Trump. Democratici e repubblicani al Congresso vogliono mantenere alta la pressione, non solo sul commercio, ma anche sul rispetto dei diritti umani e dell’autonomia di Hong Kong.

Ieri, sul New York Times, l’ex vice ministro degli Esteri cinese Fu Ying ha scritto che l’obiettivo delle due potenze dovrebbe essere quello di arrivare a una “cooperazione competitiva”, che scongiuri il pericolo di un conflitto armato.

I punti su cui collaborare non mancano: dal clima alla lotta alla pandemia, dall’impegno alla non-proliferazione nucleare (emblematico il caso della Corea del Nord) alla stabilizzazione dei tanti Paesi “falliti” (Afghanistan, Libia, Somalia, Yemen, Venenzuela) che rappresentano una minaccia all’ordine mondiale.

Ciò può rientrare nella visione che Biden ha della Cina, da lui considerata un “concorrente strategico”con cui dover dialogare. Un approccio non dissimile da quello adottato dall’Unione europea, che definisce Pechino un “rivale sistemico”, da contrastare soprattutto per le sue pratiche commerciali scorrette.

Per diversi osservatori, Taiwan è il dossier geopolitico che potrebbe creare più problemi. Taipei è vista da Pechino come una provincia ribelle. Durante l’amministrazione Trump, l’isola è riuscita a elevare il proprio profilo internazionale, e ciò anche grazie ai suoi successi nel gestire la pandemia da coronavirus. Citato da Focus Taiwan, Douglas Paal, incaricato d’affari Usa a Taipei, sostiene che Biden cercherà di ricostruire il sistema delle alleanze di Washington, e che il ruolo positivo dell’isola nella comunità internazionale sarà un asset a cui il nuovo presidente non potrà rinunciare.

Come Paal, la maggior parte dei commentatori è convinta che con Biden gli Stati Uniti abbandoneranno la dottrina America First di Trump per riprendere un ruolo di leadership globale. Sarebbe un ritorno alla normalità dopo la gestione “erratica” del tycoon newyorchese, con dittature e autocrazie come Cina, Russia, Turchia e Arabia Saudita che hanno occupato il vuoto geopolitico lasciato da Washington.

Nomine come quella di Antony Blinken alla Segreteria di Stato fanno temere ad alcuni osservatori che la presidenza Biden si ridurrà però a una restaurazione delle politiche di Barack Obama, non ritenute da loro certo “pacifiste”. Essi evidenziano che malgrado le sue promesse di ridurre gli impegni bellici del Paese, l’ex presidente Usa ha mantenuto le truppe in Afghanistan e Iraq, le ha impegnate in Siria e Libia, e ha sostenuto la campagna saudita contro i ribelli sciiti Houthi nello Yemen.

Fonte : Asia