Nel 2020 le grandi potenze hanno perso il loro prestigio

Nei rapporti di forza internazionali esiste un fattore che non dipende né dalle dimensioni dell’esercito né da quelle dell’economia: è il soft power, la capacità d’influenza di un paese attraverso altri mezzi. Ne è un esempio il cinema hollywoodiano, che nel corso degli anni ha saputo diffondere in tutto il mondo il “sogno americano”.

In questo 2020 caratterizzato da sconvolgimenti estremi, l’immagine dei grandi paesi (una componente del soft power) ha subìto enormi variazioni. Un sondaggio realizzato in Germania ha rilevato un’improvviso aumento della simpatia per gli Stati Uniti dopo l’elezione di Joe Biden, laddove l’immagine del paese era stata fortemente intaccata durante il mandato di Donald Trump.

Alla domanda: “Chi è il partner più importante della Germania?”, la risposta più comune resta “la Francia”, ma il divario con gli Stati Uniti si è ridotto del 15 per cento. Questa evoluzione non è trascurabile, soprattutto in un momento caratterizzato dal dibattito tra francesi e tedeschi sull’autonomia strategica europea, con Berlino più incline ad avvicinarsi a Washington e Parigi decisa a non perdere la rotta europea.

Pechino e Parigi sulla difensiva
La Cina è un altro esempio spettacolare del cambiamento nel soft power. L’immagine di Pechino, infatti, ha subìto un crollo nell’opinione pubblica europea. Uno studio condotto in tredici paesi indica una tendenza costante in gran parte dell’Europa: il 60 per cento degli intervistati, infatti, ha un’opinione negativa o molto negativa della Cina.

Il gigante asiatico paga sicuramente il fatto di essere la terra d’origine della pandemia, oltre a una diplomazia aggressiva (in primavera l’ambasciatore cinese in Francia è stato convocato dal ministero degli esteri), alla stretta su Hong Kong e alle sofferenze inflitte agli uiguri. Ma nello studio pubblicato dall’Ifri, un istituto di studi francese, gli intervistati hanno indicato come primo motivo della loro opinione negativa il mancato rispetto dei diritti umani. Un altro elemento significativo è che non esistono differenze di valutazione sulla Cina in base alle tendenze politiche dei francesi intervistati. È un fatto assolutamente raro.

Pechino può davvero ignorare questa tendenza e andare avanti come un rullo compressore? Per il momento la Cina sembra impermeabile alle critiche e preferisce di gran lunga mostrare i muscoli invece di usare la persuasione diplomatica.

Anche la Francia fa parte dei paesi che hanno un impatto importante in termini di soft power e di diplomazia. Ma in questo 2020 dove niente va come previsto, anche Parigi è sulla difensiva.

Dopo l’omicidio del professor Samuel Paty ucciso da un islamista, la Francia, che si considera vittima del terrorismo, si è trovata sul banco degli imputati, prima in una parte del mondo musulmano ostile al discorso sulla laicità e sul diritto alla blasfemia e poi anche nei mezzi d’informazione anglosassoni, pronti a puntare il dito sulle contraddizioni tra la promessa di uguaglianza e la realtà.

Le polemiche sulle leggi sulla sicurezza hanno ulteriormente compromesso l’immagine della Francia, con i video dell’espulsione violenta dei migranti da place de la République che hanno fatto il giro del mondo. All’estero l’immagine liberale del giovane presidente Macron del 2017 ha ceduto il passo alla visione confusa e alle vampate autoritarie in tempi di pandemia e terrorismo.

Il soft power non è solo una questione di prestigio, ma uno strumento capace di influenzare i rapporti di forza. Chi lo ignora ne paga le conseguenze, a Parigi come a Pechino.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Fonte : Internazionale