Il Collegio, prof Alessandro Carnevale: “Gli insegnanti capitano e ci cambiano la vita”

Giunti alla quinta edizione del Collegio sono più di 100 i ragazzi entrati nell’istituto virtuale che teletrasporta i ragazzi nella scuola di un’altra epoca. Ma come in una scuola vera, al passare del tempo resistono gli insegnanti, anello di congiunzione tra le varie generazioni. E il docureality in onda su Rai2 prodotto da Banijay ha scelto alla perfezione i suoi professori, diventati di diritto beniamini di studenti e, in particolare, dei telespettatori. Tra questi c’è senza dubbio Alessandro Carnevale, professore di arte che dal 1968 (ovvero dalla terza edizione) fa parte del corpo docenti del Collegio. Giovanissimo, 28 anni, ha inibito il 33enne che vi sta scrivendo non solo per la giovane età, ma soprattutto per la vivacità di pensiero e l’acume delle sue considerazioni, a cavallo tra Tv, scuola e arte.

Sei tra i pochi professori del Collegio a non essere insegnante nella vita. Questa cosa rende diversa la tua esperienza rispetto agli altri professori?

In realtà io ho avuto esperienze didattiche prima del Collegio. Quando mi hanno contattato per prendere parte al programma insegnavo musica e propedeutica musicale, un’esperienza a monte che è stata fondamentale, senza non avrei potuto affrontare il programma.

Il professor Andrea Carnevale sembra avere una funzione anti stress per i ragazzi.

Sicuramente la mia prima esperienza al Collegio del 1968 prevedeva un racconto da sviluppare intorno a una figura di rottura e io mi sono reso conto con il tempo di aver creato un ponte tra l’area didattica dei professori severi e le esigenze emotive dei ragazzi. Credo quella sia stata la chiave di volta e da lì in poi si è sviluppato qualcosa con i ragazzi che ho ritrovato in ogni edizione. Diciamo che non c’è solo il profilo didattico, però non è nemmeno tutto legato al fatto che io non sia un docente severo e cattedratico. Quello che conta è l’arte, non io.

C’è dunque una continuità tra chi sei fuori e chi sei dentro al Collegio?

Assolutamente sì perché non sono un attore e non sarei in grado di raggiungere un certo grado di intensità in base a quello che accade durante le lezioni. Ciò che succede lì è vero, lo sento io e credo lo sentano anche i ragazzi. Stiamo vedendo qualcosa che è successo per davvero, non imposto o indotto.

Mi pare ci sia una consistente fetta adulta di pubblico che guarda Il Collegio, e voi professori, con un certo rimpianto, come a dire “se solo i miei prof fossero stati così”. Hai notato anche tu questa componente di pentiti?

È una domanda molto interessante che merita una risposta ampia. Come si fa a definire un’esperienza di vita avuta 10-15 anni fa? Sarò volgare: secondo me va a culo. Tu puoi trovare insegnanti preparati con la voglia di essere lì, non come un ripiego ma come una vocazione, ma puoi trovare anche una persona che insegna perché ha fallito il suo obiettivo primario, vivendo il mestiere come mezzo per arrivare alla fine del mese. Ci sono entrambe le cose nella scuola italiana, secondo me soprattutto nella scuola pubblica, e purtroppo va a fortuna e può capitare che un insegnante ti cambi la vita. Io ne ho trovati di meravigliosi, cosa per la quale mi sento quasi in dovere di restituire ciò che ho ricevuto.

Il Collegio soffre inevitabilmente, come tutta la Tv, di un pregiudizio di base. È un problema che venga recepito prevalentemente come un programma trash?

Quello che avviene all’interno del Collegio per 40 giorni è un percorso didattico, di formazione. Quando io parlo di determinate cose come l’iconografia della figura della donna all’interno dell’arte occidentale, ponendo l’accento su un certo tipo di racconto, so che quello è un successo, indipendentemente da ciò che una gran parte del pubblico può percepire come elemento di divertimento o trash. Che c’è senza dubbio, troviamo il momento caciarone, c’è la voglia dello spettatore di prendere a schiaffi i ragazzi per alcuni comportamenti (ride, ndr). Però esiste un aspetto didattico che è fondamentale e se il programma ha successo è anche e soprattutto per quello, perché tutti abbiamo bisogno di scuola. Tutti siamo accomunati dall’averla vissuta.

Non solo intrattenimento, si parla del Collegio come la base di un progetto di didattica in Tv, magari con le vostre lezioni per intero. Raina, Maggi e Bosisio sembrano avere opinioni un po’ diverse. Tu ci credi?

Cosa, oggi, non è intrattenimento? Stiamo vivendo un momento di emergenza sanitaria in cui tutto sta diventano un contesto per generare un rapporto, un contatto, per colmare una mancanza. Perché non farlo attraverso la didattica? Nel momento in cui si sviluppano certi contenuti, autentici, io non vedrei l’ora di avere quelle due ore di lezione vera per esteso e mi auguro che un domani, anche a livello manageriale, di gestione del programma, ci sia intenzione di investire più sulla cultura che sulla parte trash. Magari non ci seguirebbero in due milioni, ma le persone interessate potrebbero trarne qualcosa di realmente positivo.

Il timore è che i ragazzi possano vedere nel Collegio una sorta di Grande Fratello in miniatura, la base per una carriera in Tv. Hai notato questo tipo di approccio?

Io posso parlare della mia esperienza e fare un parallelo. A 30 anni penso di avere un minimo di consapevolezza in più rispetto a un ragazzo di 15 e quando io ho iniziato questa avventura ero convinto di sapere cosa sarebbe successo, invece non ne avevo la più pallida idea. Ho fatto un percorso autentico e quando è arrivata un po’ di popolarità mi è piovuta addosso, al punto da non essere stato in grado di gestirla. Questo per dire che un ragazzo di 15 anni non può immaginarsela. Ho visto persone entrare lì dentro in un modo e uscirne, dopo 40 giorni, cambiate. Quello che accade dopo non può prevederlo nessuno. Certo, esiste sicuramente un’intenzione, si arriva in quel programma sapendo che si avrà una certa visibilità, ma non se ne conosce la ricaduta.

Inoltre è interessante come le tue lezioni siano tra quelle che hanno più presa al Collegio, alla faccia dell’idea che l’arte sia una materia secondaria.

A questo aggiungi il fatto che noi interagiamo con persone che si trovano in un contesto alieno, senza quel paracadute che sviluppa la cultura contemporanea, dalla famiglia agli amici. Lì non c’è nulla di tutto questo e di conseguenza c’è un certo tipo di predisposizione dei ragazzi alle emozioni. Insistendo a livello artistico su determinate tematiche queste emozioni esplodono e arrivano lacrime, reazioni spontanee, viene fuori qualcosa che era lì, pronto ad emergere, qualcosa che è difficile ritrovare nella scuola di tutti i giorni. Io penso che Il Collegio racconti anche questo incredibile bisogno di emozione, tipico della contemporaneità.

Su questo discorso della solo apparente secondarietà dell’arte si innesta il tuo libro, Da Instagram alla Lattuga (edizioni Piemme), che invece sostiene fortemente l’idea di un’arte che è ovunque, anche e soprattutto nel nostro uso dei social.

Io credo questa cosa si leghi al Collegio, alla visibilità e al modo in cui i ragazzi provano a raccontarsi sui social. Raccontarsi, appunto, perché di fatto noi non siamo come ci rappresentiamo sui social, non possiamo esserlo per l’esistenza di un filtro che è di natura artistica. Nell’autorappresentazione io scelgo cosa raccontare di me, eppure l’illusione ottica che si sviluppa è quella di dover competere con le vite degli altri. Siamo tutti creatori di contenuti, anche nel raccontare cosa mangiamo al ristorante e quella, in qualche modo, è arte.

Arte ma contemporaneamente finzione, mistificazione della realtà. Le storie di Instagram sono riproduzione apparente di una realtà continua, ma allo stesso tempo si scelgono, le scarti quando non ti piacciono. Lo strumento è grandioso, ma pericoloso.

Esatto, questo stesso filtro che applichiamo al nostro racconto, rischia di essere invisibile quando siamo fruitori delle vite degli altri. Quello che manca a molte persone oggi è la consapevolezza che il racconto di noi sui social sia un’illusione ottica e vorrei che soprattutto i ragazzi fossero consapevoli di questo. Questa esposizione alle dinamiche artistiche è pericolosa e per questo i social richiederebbero, a mio modo di vedere, un’educazione all’uso e alla fruizione. Se il mio libro nel suo piccolo contribuisse a sviscerare certe logiche, sarei già molto soddisfatto.

E qui si chiude il cerchio col Collegio le cui storie, come i social, sono frutto di un montaggio, dunque costruite e confezionate a fini artistici.

Non solo, se tu pensi che il livello di creazione artistica di un montatore sta tutto nel convogliare in qualche secondo un’emozione che investa il pubblico, torniamo al discorso della consapevolezza: quando sai che il racconto è finalizzato a generare un ritorno emotivo, sai anche filtrare la cosa. E’ la risposta totale a chi si chiede se gli alunni fingano o meno.

La lezione al Collegio che ti porterai dietro per sempre?

Per ragioni biografiche torno alla mia prima edizione, quella del 1968, che ha avuto una rilevanza emotiva che difficilmente raggiungibile con quelle accadute successive. La seconda lezione, in notturna, sul tema dei sogni. I ragazzi dovevano scrivere i loro sogni e metterli in un’urna, poi venirli a leggere e indovinare a quale compagno appartenessero. Se ne sono visti 5 o 6 minuti, ma siamo stati lì due ore, con il magone e le lacrime agli occhi, la fatica di riuscire a parlare senza che si spezzasse la voce. Anche io, pur refrattario a certe manifestazioni, ero commosso.

Sei considerato il bello del programma. Che rapporto hai con la vanità ed il narcisismo?

Quello dell’idealizzazione della bellezza è un tema che abbiamo trattato in una lezione al Collegio. Io non penso di essere una persona particolarmente bella, ma penso che quello che si vede all’interno del Collegio sia fortunatamente viziato da ciò che racconta il mio essere lì, raccontare l’arte, essere vicino ai ragazzi e tracciare un certo tipo di percorso emotivo. In sostanza credo che se vengo percepito bello nel programma è perché belle sono le lezioni.

Fonte : Fanpage