I Am Greta, ritratto intimo di un’icona dell’attivismo ambientale

Frutto di un anno di riprese quotidiane, il documentario si allontana dall’immagine mediatica della ragazzina “rabbiosa” per risalire alle motivazioni più intime della sua protesta. Dal 14 novembre sulle principali piattaforme on demand

Se sette milioni di persone nel mondo a settembre 2019 hanno protestato contro il Climate Change è merito di un’adolescente che un giorno si è seduta davanti al Parlamento di Stoccolma e ha iniziato una pacifica protesta proseguita con volantini e azioni multiple di sensibilizzazione. Da allora non ha mai smesso di farlo, il suo #fridayforfuture è diventato un virale movimento studentesco globale e lei la paladina delle istanze ambientaliste a soli 15 anni.
C’è tutto questo, ovviamente, nel documentario I Am Greta – Una forza della natura su Greta Thunberg, presentato in anteprima alla Mostra del cinema di Venezia e dal 14 novembre disponibile sulle principali piattaforme on demand. Ma c’è anche e soprattutto la Greta che non conosciamo, quella che sceglie la camicia fucsia prima di un congresso, che si attorciglia la punta delle trecce con le mani, che balla da sola o batte le mani emozionata sulle note di We Will Rock You in mezzo alla folla, che si spaventa per il maltempo incontrato sulla barca a vela da Plymouth in Inghilterra per raggiungere il Summit sul clima all’Onu di New York.

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È da qui che sceglie di partire il regista svedese Nathan Grossman per girare il suo documentario, dal misto di convinzione e disagio che pare una costante nella vita emotiva di Greta. Costato un anno di riprese quotidiane tra eventi pubblici e privati, il film ha il merito di mostrare l‘attivista che si autodefinisce “nerd” in versione finalmente umana, e dunque mediaticamente inedita. La si vede titubare, dubitare, lamentare la fatica (“mi manca la mia normalità“), la solitudine (“da bambina passavo tempo con famiglia e cani perché gli altri mi escludevano ed erano cattivi con me“), accusare di incomprensione i genitori come gli altri che non si rendono conto della gravità del cambiamento climatico (“a volte sembra che noi malati di Asperger siamo gli unici a vederci chiaro“). Sullo schermo, accanto agli applausi, ai complimenti, ai video dei suoi sostenitori come Arnold Schwarzenegger, scorrono le immagini dei suoi detrattori, gli insulti dei vari Trump, Putin, Bolsonaro, le minacce di morte, ma anche le discussioni a casa con suo padre, onnipresente nel film come nella sua vita.

Serve tutto questo a non trasformare l’opera in una agiografia, una propaganda o una banale operazione da fan (come accaduto per altri lavori su personaggi noti, vedi il documentario su Chiara Ferragni di Elisa Amoroso). Serve a dare la tridimensionalità di un personaggio, ad andare oltre l’etichetta di eroina senza macchia e senza paura e restituirne tutta la carica umana, approfondendone la psicologia e le emozioni. Serve soprattutto a consegnare a chi guarda il ritratto di una ragazza vera che, comunque la si pensi, ha saputo rivoluzionare la propria vita e quella di milioni di persone. Senza risparmiarsi di tuonare di fronte ai potenti del mondo a nome delle nuove generazioni: “Come osate? Ci state rubando il futuro“.

Fonte : Wired