La vita davanti a sé, non basta una grande attrice a salvare un film

Una ex prostituta accetta di prendersi cura di un piccolo ladro. Il melodramma è su misura della Loren, ma la regia troppo dimessa e senza pathos perde la grande occasione

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Il ritorno di Sophia Loren in un film girato intorno a lei è il tipo di notizia che eccita gli animi cinefili anche se non è più il tempo e non più il posto (il film sarà su Netflix) per lei. La vita davanti a sé non fa niente per smentire quest’assunto anzi, semmai lo conferma, mettendola nella posizione di interpretare un ruolo che flirta con quelli più famosi della sua carriera, che sembra sommare diversi aspetti della recitazione che l’hanno resa una star, ma senza niente del tono e della potenza silenziosa e piena di grazia che li avevano caratterizzati.

Madame Rosa è un ex prostituta (ruolo di certo non sconosciuto a Sophia Loren), una sopravvissuta dell’Olocausto piena di traumi e caratterizzata da una durezza che le viene da una vita difficile (e anche qui, il suo ruolo più noto, La ciociara, ha a che fare con i traumi, la violenza subita e la necessità di venire a patti con essa) che accoglie in casa bambini orfani oppure figli di prostitute in attività. Li gestisce, li sfama, gli dà un luogo sicuro dove stare e li educa. È una madre surrogata (lei che nei suoi film più noti ha interpretato anche la madre per eccellenza, Filumena Marturano, ed era messa incinta costantemente da Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani) che rinnova quella dialettica che il cinema italiano ha sempre promosso e oggi fatica moltissimo a lasciarsi dietro, quella che vede sempre le donne o come prostitute o come madri.

E dire che in teoria l’Italia non c’entra niente con La vita davanti a sé, romanzo del 1975 di Romain Gary che era già diventato un film nel 1977, ambientato in Francia. La versione che Edoardo Ponti (figlio di Sophia Loren) porta su Netflix dal 13 novembre sposta tutto a Bari e soprattutto sembra enfatizzare quegli aspetti del racconto di cui sopra. Madame Rosa prenderà con sé un bambino difficile, un ladruncolo che l’aveva derubata, rompe la sua barriera di sfiducia fino a che, con il tempo, sarà lui ad occuparsi di lei, devastata dai ricordi e dalla demenza senile. Il calore umano, la gentilezza e i buoni esempi trasformano un bambino-ladro, disilluso e refrattario all’affetto, in un vero essere umano. Lacrime. Sipario.

È proprio questa gestione grossolana di temi così classici e melodrammatici che affossa un film che pare aver proprio preso la sua stessa storia da tutti i lati meno interessanti. Ponti fa di La vita davanti a sé un film di anziani, cioè un film in cui il punto di vista su tutto è invaso da una saggia ed esperta quiete che non ha nulla di fiammeggiante, molto di rassegnato e riesce a far sempre dominare un sorriso bonario. Anche quando seguiamo le peripezie da Dickens del bambino-ladro l’impressione è sempre che quel che stiamo vedendo siano i bambini come li immaginano e li guardano gli anziani, sempre con una tenerezza esagerata, dotati di un’autoconsapevolezza che invece non hanno mai. E nemmeno a dirlo quel retrogusto dickensiano a cui gli eventi prestano il fianco non è mai colto, è lasciato lì sul tavolo. Il problema è che non c’è nulla al suo posto.

La vita davanti a sé è sostanzialmente un film molto scialbo che può servire più che altro come manuale di quel che può e non può fare una star come oggi non ne esistono più, una come Sophia Loren. Chi ha un po’ di confidenza con il cinema sa che quando si parla di grandissime star dello schermo l’età non conta nulla, c’è una dote naturale poi affinata nel tempo e introiettata che è la presenza, un attore o un’attrice non arrivano mai ad essere star se non sono in grado calamitare l’attenzione di chiunque, di intrattenere e interessare solo con la presenza. E questo non si dimentica né si perde. In La vita davanti a sé Sophia Loren come sempre riempie ogni fotogramma, imprime una forza ad ogni momento che la prevede ed è sempre credibile nonostante uno stile di recitazione ormai fuori moda. Si muove poco e questo non è un problema, riesce lo stesso in modo molto naturale ad imporsi all’attenzione.

Eppure nessuna star può da sé salvare un film, anche quando questo fa di tutto per marginalizzare ogni linea di trama, ogni idea e ogni senso che non riguardi lei. È facile dire che La vita davanti a sé è un veicolo per Sophia Loren (come spesso sono stati i film, anche i migliori, che l’hanno avuta protagonista), e uno che le fa anche un buon servizio. Lei ne esce come la parte migliore dell’impresa e nonostante negli ultimi 20 anni abbia partecipato a meno di un film ogni quinquennio (contando anche la toccata e fuga in quel disastro di Nine), è così in forma che pare non abbia fatto altro che recitare in questo tempo. Ma nessuno, nemmeno lei, può dare vita ad un film così morto.

Fonte : Wired