È l’Election Day: quel che c’è da sapere per arrivare pronti al voto americano

Cosa dicono i sondaggi sulle elezioni Usa? E i modelli previsionali? Gli elementi di incertezza e gli stati da monitorare durante la lunga notte elettorale

Per capire il grado di incertezza che accompagna le elezioni presidenziali americane, basti dire che non è nemmeno certo che il nome del prossimo presidente si conoscerà nella notte tra il 3 e il 4 novembre, perché a causa del voto via posta – uno dei grandi protagonisti di questa tornata elettorale – per avere i risultati potremmo dover aspettare giorni, se non addirittura settimane. Ma è solo uno dei temi importanti da tenere a mente in vista dell’Election Day: gli altri li trovate comodamente qui di seguito.

I sondaggi, proprio quelli

“Registriamo un discreto margine di vantaggio di Joe Biden su Donald Trump, quantomeno a livello nazionale”, spiega a Wired Andrea Scavo di Ipsos Public Affairs. Per come è organizzato il sistema elettorale americano, però, non basta vincere il voto popolare. La vittoria in ogni stato dell’unione garantisce un certo numero di grandi elettori, e per essere eletti bisogna vincere in un numero di stati sufficiente a superare quota 270 (per capire come funziona il voto, leggete qui).

“L’esito del voto”, prosegue Scavo, “verrà deciso in alcuni stati in particolare”. Si tratta di Pennsylvania, Michigan, FloridaNorth Carolina, Arizona e Wisconsin. Luoghi in cui il vantaggio di Biden è attestato dai sondaggi delle ultime settimane, ma la situazione è ancora considerata in bilico, con distacchi compresi tra i due e i dieci punti percentuali nei rilevamenti.

Agli stati di cui sopra Nate Silver – il celebrato statistico che predisse le due elezioni di Barack Obama e fu il meno tiepido verso Trump quattro anni fa – aggiunge anche Georgia, Ohio e Texas. Ed è utilizzando i dati che pubblica su FiveThirtyEight.com che è stata costruita la seguente infografica.

Proprio a fronte di un sistema di voto così articolato, Silver ha sviluppato un modello che parte dai sondaggi, tiene in considerazione indicatori di natura economica e simula per 40mila volte l’esito elettorale. Al momento, la situazione è quella rappresentata in questa mappa.

Il colore dei territori è rosso o blu a seconda che nel 2016 abbiano vinto Trump o Hillary Clinton. Il colore delle bolle vira dal blu al rosso a seconda che sia più probabile una vittoria di Biden o di Trump. Le dimensioni delle bolle sono legate al numero di grandi elettori garantiti dal singolo stato.

A livello nazionale, il modello di Silver assegna a Biden un’89% di probabilità di vittoria. Questo non significa che abbia già vinto: il 10% di possibilità di vincere riconosciuto a Trump è decisamente più alto di quello di vincere la lotteria (e tutti gli anni qualcuno la vince, la lotteria).

Del resto, quattro anni fa il modello di Silver dava a Clinton il 71% di possibilità di vittoria il giorno delle elezioni. Ma vinse Trump. “Il dato del 2016 si rivelò fallace più che in accuratezza statistica, in chiarezza comunicativa. Le esigenze dei media hanno portato in quell’occasione a una semplificazione eccessiva che vedeva Clinton sicuramente vincente”, sottolinea Scavo. Il punto è che a Trump servono sondaggi molto più sbagliati di quanto non lo siano stati nel 2016: e questo, se non è impossibile, è almeno improbabile.

L’incognita del voto postale

Secondo la Cnn, ad oggi oltre 91 milioni di americani hanno già votato. Si tratta del 43% degli elettori registrati su base nazionale, del 67% di quanti votarono quattro anni fa. Un fenomeno spinto dalla pandemia di Sars-CoV-2, che ha spinto molti ad evitare le urne, perlomeno il 3 novembre.

L’early voting si può esprimere sia in presenza che per posta. Al momento 61 milioni di americani hanno già scelto quest’ultima formula, mentre le autorità attendono di ricevere le schede di altri 30 milioni di elettori, sempre per posta. Detto che saranno molto più frequentemente i democratici a votare in anticipo rispetto ai repubblicani, questa modalità pone due problemi. Il primo riguarda la necessità che le lettere arrivino entro i tempi stabiliti, pena il fatto di non essere considerate valide (una circostanza che ha sollevato qualche polemica fin dalla scorsa estate, quando Trump inizio la sua guerra contro i servizi postali americani, il primo pilastro di una sua infinita polemica contro il voto per corrispondenza, che ha portato fino ai suoi comizi finali).

Il secondo, invece, fa riferimento alle cosiddette naked ballots. Una volta compilata, infatti, la scheda deve essere infilata in una busta bianca, a garanzia della segretezza del voto, che a sua volta va inserita in una con i dati dell’elettore. In questo modo le autorità possono verificare chi ha votato in anticipo per posta. E, una volta mescolata la busta anonima con le altre ricevute, scrutinare il voto senza risalire all’identità di chi lo ha espresso.

Un procedimento non semplicissimo, specie per coloro i quali si troveranno a seguirlo per la prima volta. E, visti i numeri dell’early voting, quest’anno si tratterà di parecchi elettori. I quali, se non seguiranno correttamente la procedura, si vedranno annullare il voto.

Ci sono poi i dubbi sui tempi in cui arriveranno i risultati definitivi dagli stati, una variabile che in caso di sfida appaiata deciderà chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti: il New York Times ha chiesto ai funzionari elettorali di 50 stati (più il District of Columbia) quanto ci metteranno a contare i voti spediti per corrispondenza dagli elettori, scoprendo che la maggior parte non riuscirà ad avere risultati definitivi a mezzogiorno del 4 novembre. In ventidue stati le leggi che regolano il voto permettono alle buste di arrivare dopo l’Election Day, per cui il conteggio dipenderà da quando gli elettori le consegneranno. Non bastasse, in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin – tre stati dove i due contendenti sono molto vicini, che decideranno l’esito finale – si stima che i dati potranno arrivare a rilento.

I ricorsi legali sul voto (mentre si vota)

Le norme sul voto non sono le stesse dappertutto, e in diversi casi sono state oggetto di sentenze anche a ridosso dell’Election Day, anche se la logica più basilare vorrebbe che non si modificassero le regole a partita già iniziata: è il caso del Wisconsin, lo swing State per cui la Corte suprema americana ha deciso che non saranno validi i voti giunti a destinazione dopo il 3 novembre, portando i democratici a organizzare una campagna imponente per chiedere ai locali di riconsegnare i loro absentee ballots in tempo. E non è l’unico caso: in queste settimane di urne più che aperte si susseguono le sentenze dei tribunali in merito alle norme che regolano il voto in atto.

L’ultimo ricorso in ordine di tempo – in realtà al momento solo ipotizzato – arriva nientemeno che dal presidente Trump, che ha minacciato azioni legali per impedire alle autorità della Pennsylvania di contare anche le schede che dovessero arrivare via posta anche dopo il 3 novembre. Domenica, invece, la Corte suprema del Texas ha respinto un ricorso repubblicano che chiedeva di non conteggiare 127mila schede consegnate a un importante seggio dove i democratici la fanno da padrone, drive through nella contea di Harris. È anche in punta di diritto che si cerca di vincere le elezioni.

Cosa tenere sotto controllo

Casomai si volesse restare svegli tutta la notte per seguire lo spoglio, gli stati da osservare con estrema attenzione sono due: la Pennsylvania e la Florida. Ne volete solo uno? Decisamente la Pennsylvania: potrebbe complicare la vita a Biden, che l’ha scelta per chiudere la sua campagna elettorale (è anche il suo stato di provenienza). Viatico quasi obbligato dei democratici per conquistare il Collegio elettorale, qui nel 2016 Trump vinse di appena 40mila voti: tra gli swing States individuati da Silver, la Pennsylvania è quella che vede il candidato democratico in vantaggio con il margine più ampio (5 punti di media), ma c’è anche chi vede lievemente davanti il presidente in carica (di 2 punti, come l’ultimo sondaggio di Trafalgar Group diffuso ieri). Visti gli stati nei quali è relativamente certo di vincere, a Biden potrebbero essere sufficienti i 20 grandi elettori della Pennsylvania per essere eletto. Potrebbe, in altre parole, perdere negli altri stati in bilico ma vincere comunque le elezioni presidenziali grazie al risultato ottenuto qui.

Non dovesse farcela, però, il suo cammino si complicherebbe. Nel senso che dovrebbe vincere in stati in bilico nei quali ha un vantaggio minore che dalle parti di Philadelphia e dintorni. O dove è addirittura indietro rispetto a Trump. Quest’ultimo, invece, ha la necessità di vincere in Florida, lo swing State per eccellenza, dove la sfida è serrata fin dai primi anni Novanta. Se The Donald dovesse perdere qui, molto difficilmente potrebbe ottenere un secondo mandato.

In Florida circa 6 milioni di persone hanno già votato (quattro anni fa l’affluenza finale fu di 9,4 milioni di elettori). Le autorità hanno fatto sapere che comunicheranno i risultati dello scrutinio di queste schede alla chiusura dei seggi, fissata alle 2:30 ora italiana. Se questi numeri indicassero una vittoria netta di Biden – per quanto si debba tenere conto che sono più i democratici a votare in anticipo e quindi a scrutinio completo le cose potrebbero cambiare – le cose si metterebbero davvero male per Trump.

E se Trump non volesse lasciare la Casa Bianca?

Fino a poco tempo fa, l’ipotesi che un presidente uscente non accettasse la sconfitta alle urne era buona per qualche battuta o la trama di un film, al massimo: con Donald Trump però è diventato uno dei temi più presenti nella campagna elettorale. Il presidente ed ex costruttore newyorkese ha dichiarato a più riprese di non essere sicuro di poter prendere per buono il verdetto ufficiale del 3 novembre: “vedremo”, rispondeva a luglio a un attonito giornalista di Fox News, Chris Wallace, che gli aveva appena chiesto di dichiarare senza indugi che avrebbe rispettato i risultati dell’Election Day.

È una tattica che si lega a un altro caposaldo della sua strategia: squalificare il voto per posta, da lui definito ripetutamente “una truffa”, additato come parte di un complotto per farlo perdere o denunciato come un vero e proprio vulnus democratico – senza nessuna prova che indichi una sostanziale verità in queste affermazioni, ovviamente.

In ogni caso, non è così semplice: Trump può provare a mobilitare i suoi – chissà con quali nefasti effetti – ma la Costituzione americana è chiara: il presidente non rieletto decade, volente o nolente.

Quindi, per riassumere, chi vince?

Eh, chi lo sa: Biden è in vantaggio nei sondaggi rispetto a Trump e ha buone probabilità di diventare il prossimo presidente americano. Il che non significa affatto che abbia già vinto. Sull’esito del voto pesano molte incognite, a cominciare dal conteggio delle schede consegnate per posta. Volendo seguire lo spoglio in diretta – potrete farlo anche qui su Wired, che dedicherà un liveblog alla notte americana – il consiglio è quello di osservare con attenzione l’esito in Pennsylvania e in Florida. Quasi sicuramente per sapere chi diventerà il 46esimo presidente degli Stati Uniti servirà una buona dose di pazienza.

Fonte : Wired