Toti da condannare, però parliamo senza paura di un lockdown per anziani

Un simile provvedimento non significherebbe isolarli, ma tutelarli, in quanto fascia della popolazione più vulnerabile. Ovvio che il ragionamento del governatore della Liguria, incentrato egoisticamente sulla produttività, sia inaccettabile

Negli ultimi giorni il dibattito nazionale sul Covid-19 si è focalizzato sugli anziani. Prima è uscita la ricerca dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) che ha provato a quantificare quante vite sarebbero salvate da un isolamento delle classi di età più avanzate. Poi c’è stato il tweet del governatore della Liguria, Giovanni Toti, che ha sottolineato come gli anziani non siano indispensabili allo sforzo produttivo del paese e dunque, piuttosto che un lockdown nazionale, bisognerebbe pensare a misure di chiusura limitate a questi ultimi. In un modo o nell’altro, tanto lo studio dell’Ispi quanto il pensiero di Toti hanno sollevato un polverone. Giustificabile, ma solo in parte.

I due contributi, in fin dei conti, hanno prospettato lo stesso scenario, quello dell’isolamento delle classi più fragili, ma lo hanno fatto con modalità e ragioni molto diverse. Giovanni Toti ha parlato di isolamento selettivo, ma lo ha fatto nel modo più sbagliato possibile. La clausura per i più anziani non è stata prospettata come forma di tutela nei loro confronti, quanto piuttosto perché gli anziani non servono più al paese e dunque tanto vale non farli circolare. Un inno al capitalismo, alla produttività, che identifica l’uomo con il lavoratore e che dimentica che la vita è anche altro. Un pensiero che è allora doppiamente sbagliato, perché se la si vuole davvero mettere sul piano economico, non si può negare che anche gli ultrasettantenni sono consumatori e dunque contribuiscono ai conti dell’Italia.

Nel caso dell’Ispi, invece, l’isolamento selettivo è stato l’oggetto di un approfondimento scientifico volto a capire l’impatto effettivo di una simile misura. In tempi incerti come quelli attuali, prendere in considerazione tutte le possibilità e studiarne le conseguenze è la migliore delle cose che si possano fare e compito dei centri studi è anche e soprattutto questo. Come ha sottolineato uno dei ricercatori coinvolti, Matteo Villa, “l’isolamento selettivo non è una panacea. Non è una bacchetta magica. È una misura tragica in mancanza di altro, che andrebbe studiata urgentemente e messa sul tavolo delle opzioni disponibili”. Lo studio sottolinea come una quarantena per classi di età avrebbe in effetti una serie di benefici importanti sulla pressione delle terapie intensive e sul tasso di decessi, ma allo stesso tempo si evidenzia come non si tratti della soluzione del problema. Quello dell’Ispi non è un documento ideologico, ma una ricerca che offre degli spunti, certamente dolorosi, sulla base di dati.

Che il Covid-19 abbia ripercussioni gravi soprattutto per gli anziani, è cosa oggettiva. L’età mediana dei decessi è di 80 anni secondo i dati di metà ottobre dell’Istituto superiore di sanità, mentre l’età mediana dei ricoveri in terapia intensiva è di 63 anni. Questo non vuol dire che il coronavirus sia “roba per vecchi”, dal momento che sono migliaia le storie di decessi, ricoveri, complicazioni che riguardano anche la popolazione giovane. Ma se c’è una fragilità nel paese in questo momento pandemico, essa sta proprio nella categoria degli anziani. Ed è proprio a questi ultimi che lo stato deve guardare nelle sue misure di tutela. Immaginare misure ad hoc che li riguardino non deve essere letto nella chiave di Toti di abbandono, di sacrificio degli anziani perché essi non servono più al paese, quanto in quella di un tentativo estremo di tutelarli di fronte a una delle peggiori tragedie sanitarie che si ricordino e di cui proprio loro sono le prime vittime (anche se ci sono perplessità sulla reale efficacia). 

In queste ore si leggono editoriali di condanna a ogni contributo che in qualche modo presupponga limitazioni per le classi di età più avanzate, perché esse sarebbero anti-costituzionali. Il 2020 non è però certamente l’anno in cui poter fare pulci giuridiche di questo tipo, dal momento che per ovvi motivi legati all’emergenza tutta la popolazione da mesi deve fare i conti con una soppressione dei suoi diritti fondamentali. Riconosciuto lo squallore della tesi di Toti sul valore economico degli anziani, non resta che ragionare in termini di welfare. E se per molti le limitazioni agli anziani sono il simbolo di uno stato che fa una selezione tra i suoi cittadini, la realtà è che un vero stato sociale è quello che si occupa anche e soprattutto delle categorie più fragili, concentrando sforzi e risorse su questi ultimi. 

Isolare le classi di età più avanzate oggi è una misura semplicistica e che ignora tutte le conseguenze economiche, sociali, psicologiche, logistiche che essa comporterebbe. Condannare alla morte sociale gli anziani per salvarli dalla morte effettiva non può essere la soluzione. Ma questo non deve essere un tabù nel prendere in considerazione altre misure ad hoc nei confronti di queste persone, che contribuiscano a costruire attorno ad esse una corazza, uno scudo al contagio. Continuare come si sta facendo ora a mandare in presenza professori ultrasessantenni, esclusi dalla quarantena anche quando uno degli alunni risulta positivo e il resto della classe è sospeso, non è per caso un modo con cui lo stato mette in pericolo certi suoi cittadini, piuttosto che tutelarli? I provvedimenti mirati, geograficamente e anagraficamente, servono a intervenire lì dove ci sono delle criticità evidenti, per salvaguardare le potenziali vittime di queste stesse criticità, prima ancora degli altri. Finché ogni forma di tutela sarà letta nella chiave della privazione, uscire dalla pandemia sarà impossibile.

Fonte : Wired