Halloween, le più celebri leggende metropolitane dell’orrore

Celebriamo il 31 ottobre ricordando alcune delle più note leggende dell’orrore. Ecco come sono nate e perché hanno tanto successo

(foto: Jasmin Merdan via Getty images)

Ogni giorno si celebra qualcosa, dalla pasta alla traduzione. Non esiste ancora una giornata da dedicare alle leggende metropolitane, ma se esistesse sarebbe sicuramente il 31 ottobre. Halloween è infatti la cornice perfetta per queste storie improbabili raccontate come vere, secondo la stringata definizione del folklorista Jan Harold Brunvand.

Sono molte infatti le leggende metropolitane che circondano la festa. Dall’inesistente panico di massa causato da Orson Welles, alla vera psicosi delle caramelle avvelenate, fino alle sue presunte radici sataniche. Per non parlare della tradizione dei film horror che guarderemo, che spesso e volentieri pescano a piene mani dal folklore.

Molte leggende metropolitane, infatti, giocano con le nostre paure. Si diffondono tanto per mettere in guardia il prossimo, quanto per il piacere del brivido che suscitano. E allora, in occasione di Halloween, festa non ufficiale delle leggende, ecco alcune delle più celebri.

L’uncino, ovvero i pericoli del sesso

Una coppietta si apparta in auto, di notte, nell’auto di lui. L’atmosfera si guasta presto, però: i notiziari hanno detto che un killer, che al posto di una mano ha un uncino, è appena scappato dal vicino penitenziario. La ragazza non è tranquilla, ogni rumore la fa trasalire, e alla fine il ragazzo sfreccia via e la riaccompagna a casa. Scopriranno un uncino attaccato alla portiera.

Secondo Brunvand la storia, che è davvero inverosimile, è vicina a quella famiglia di leggende metropolitane dove il fidanzato, in circostanze simili, esce dall’auto per qualche motivo e poi fa una brutta fine. Per esempio viene trovato al mattino con a gola tagliata appeso al ramo di un albero sopra l’auto. Per tutta la notte la ragazza aveva sentito le sue unghie strisciare sul tetto (o il sangue che gocciolava).

Prima di diventare storie dell’orrore note a tutti, sono state raccontate come leggende a partire dagli anni ’50. Non è mai esistito l’uomo con l’uncino, ma qualcuno ipotizza che alcuni eventi criminosi realmente accaduti potrebbero aver contribuito alla loro nascita, o rafforzato la loro diffusione. Il loro successo è dovuto anche al loro sottotesto moraleggiante: gli adolescenti che vogliono fare sesso, lo facciano a loro rischio e pericolo. L’uomo nero è sempre in agguato.

Bloody Mary, Bloody Mary, Bloody Ma…

Evocare una strega è facile: basta essere giovani, avere uno specchio, e una candela. Al buio, ripetendo per tre volte (o 13, in alcune tradizioni)  Bloody Mary, apparirà la strega con quel nome. La sua tragica storia cambia nel tempo e nello spazio. Nello stato dell’Indiana spesso è Mary Whales, una bambina uccisa dal perfido padre per aver causato la morte dell’adorata madre. A volte invece è Mary Worth, una delle vittime del processo di Salem.

L’evocazione, si dice, è molto pericolosa, ed è per questo che piace tanto ai ragazzini e alle ragazzine, specialmente statunitensi. L’usanza potrebbe risalire agli anni ’50, ma si sarebbe evoluta da un rituale più datato, tipico di Halloween, in cui le fanciulle interrogavano lo specchio per dare una sbirciata al futuro marito. Il personaggio storico di Maria Tudor, soprannominata appunto Bloody Mary (Maria la Sanguinaria), non c’entra nulla con la nascita della leggenda, ma alcuni hanno inventato nuovi retroscena per incorporarlo.

Siamo di fronte, di fatto, a una forma di legend tripping, il fenomeno che, per esempio, porta alcune persone a visitare luoghi con fama soprannaturale. In questo caso, però, non c’è bisogno di spostarsi: è Bloody Mary che arriva ovunque ci sia uno specchio e un branco di ragazzini urlanti. Forse però non basta l’autosuggestione a evocare la strega. Secondo gli esperimenti dello psicologo Giovanni Caputo, fissare uno specchio in un ambiente poco illuminato crea diverse illusioni ottiche, compresa quella di vedere un altro volto.

Questo Halloween la leggenda di Bloody Mary è stata invece sfruttata da Burger King in Svezia e Danimarca. Ripetendo “clown cancellato” per tre volte davanti allo specchio nelle toilette di alcuni ristoranti della catena, le luci si spengono e con un effetto speciale appare nello specchio il pagliaccio Ronald MacDonald.

Babysitter contro le forze del male

Una babysitter ha appena messo a letto i bimbi e squilla il telefono. È il padre che chiama per sapere se va tutto bene. Certo, naturalmente ha il permesso di guardare la tv nella loro camera fino al loro arrivo. Ma quando la ragazza chiede se può coprire la loro statua del clown, perché le mette soggezione, il padre le dice di prendere i bambini e scappare mentre chiamano la polizia: non possedevano statue di clown. Il maniaco sarà arrestato poco dopo.

Secondo Snopes questa leggenda ha cominciato a circolare dal 2004, ma il pagliaccio assassino è una variazione su un tema più datato. Almeno dagli anni ’60, infatti, circola la leggenda della babysitter e dell’uomo al piano di sopra. La babysitter ha appena messo a letto i pargoli quando il telefono comincia a squillare. È un uomo sconosciuto, che fa del suo meglio per terrorizzarla, dicendole anche di salire a vedere i bambini. La ragazza si stufa dello stalker e chiama la polizia, che cerca di tracciare le chiamate: si scopre che l’uomo è dentro la casa, al piano di sopra. La ragazza si salverà, mentre per i bambini non c’è nulla da fare.

Se Halloween, il capolavoro slasher di John Carpenter, aveva per protagoniste le babysitter non era certo un caso, e gli elementi di questa leggenda in particolare sono stati messi in scena in molti altri film a partire dagli anni ’70. Anche in questo caso non si può escludere che crimini reali abbiano contribuito a costruire o diffondere la leggenda. Tuttavia, spesso si cita come precursore il terribile omicidio della babysitter tredicenne Janett Christman, avvenuto nel 1950 e mai risolto. Ma in questo caso l’unica persona a usare il telefono è stata Christman, per chiamare aiuto, il bambino che sorvegliava non è stato toccato e probabilmente l’assassino era noto alla vittima.

Sepolti vivi

Lo scrittore Edgar Allan Poe è stato il più famoso essere umano affetto da tafofobia, cioè la paura di essere sepolti vivi. Forse è per esorcizzare il suo terrore che ha inserito ripetutamente questo scenario nei suoi racconti, che ritorna anche nelle fiction moderne. È difficile separare la tafofobia dalle leggende metropolitane. Per quanto sia irrazionale, questa paura è alimentata da una serie di storie improbabili raccontate come vere che la rendono più sensata di quanto non appaia.

Non è fisicamente impossibile che una persona sia erroneamente dichiarata morta, e quindi sepolta. Nemmeno con le conoscenze mediche dei giorni nostri possiamo azzardarci a escludere del tutto la possibilità. Proprio come non è fisicamente impossibile che ad Halloween oggi qualcuno distribuisca caramelle avvelenate. Il problema è se i dati giustificano la preoccupazione.

I casi documentati di persone realmente sepolte vive ci sono, si contano sulle dita di una mano e sono concentrati prima del XX secolo, ma ci sono. Questo è stato più che sufficiente a innescare le loro versioni leggendarie, che hanno fatto sembrare il fenomeno più diffuso e epidemico di quanto non fosse. Incredibilmente, ma non per i folkloristi, queste storie hanno resistito al progresso scientifico. Lo scorso maggio, per esempio, si è diffuso su WhatsApp il video di un uomo che usciva da una fossa. Si diceva fosse stato ritenuto morto dopo la malattia Covid-19. In realtà l’uomo era entrato nella fossa del padre appena sepolto in preda alla disperazione, incapace di uscirne era stato soccorso. Il video risaliva al gennaio del 2019.

Intrusi in auto

22 anni fa è uscito Urban legend, tipica pellicola di Halloween che potrebbe presto avere un reboot. Nello slasher, ambientato in un campus universitario, qualcuno uccide ispirandosi a famose leggende metropolitane. Il film quindi non si limita a rubare dal folklore storie horror, ma lo dichiara esplicitamente, accennando anche al loro studio accademico.

Nella memorabile scena di apertura una ragazza si ferma di notte, sotto la pioggia, in una stazione di servizio. L’inserviente che le fa benzina sembra il classico creep, e ha problemi a comunicare. Quando cerca di impedirle di tornare sull’auto, lei riesce a liberarsi e sfreccia via. Ma sotto la pioggia l’inserviente le urla, ormai invano, che c’è un uomo con un’ascia sul sedile posteriore.

Questa è una delle innumerevoli versioni del killer sul sedile posteriore, e anche questa leggenda è emersa probabilmente negli anni ’60. La trama generale prevede che la vittima, quasi sempre una donna, non riesca a capire i segnali di qualcun altro che ha visto il killer e la vuole avvisare. Per il resto i dettagli, come la back story della donna, variano a piacimento.

A oggi nessun caso reale ha ricalcato perfettamente la leggenda, ma ovviamente esistono diversi casi di persone aggredite (anche se non necessariamente uccise) da qualcuno che si era nascosto nel sedile posteriore. Come ha detto Brunvand, del quale vediamo alcuni libri in una scena di Urban legend: “Tuttavia, sia le notizie che le leggende comunicano un solido avvertimento: controlla il sedile posteriore della tua auto!”.

Fonte : Wired